Prima settimana 2021
Prima lezione (29/11/2021)
L’italiano nella sua storia è cambiato meno, infatti l’italiano non è mai stato parlato fuori di Toscana se non in tempi molto recenti. Quello che è diventato italiano è grossomodo il congelamento del toscano del ‘300. Nella frase di presentazione si vedono evoluzioni di tipo:
- Fonetico (‘auta’ anziché il nostro odierno ‘avuta’)
- Lessicale (‘calere’, ‘massime’ o ‘dottanza’)
- Semantici (‘carità’ con un altro significato rispetto a quel che intendiamo noi oggi)
- Sintattici (‘quello mi dite’ anziché il nostro ‘quello che mi dite’ o ‘mia risposta’)
Durante il corso vedremo principalmente mutamenti fonetici e fonologici, ed iniziamo a vedere un caso molto semplice:
Questi sono mutamenti fonetici, che dal latino all’italiano sono nulli. Dal latino all’italiano c’è però un mutamento di tipo fonologico, cioè la ‘a’ lunga latina e la nostra ‘a’ italiana sono due fonemi diversi. Con /a:/ ed /a/ che sono diverse fra loro a livello fonologico.
Ricordiamo che i mutamenti fonetici sono regolari e ‘ciechi’, cioè non guardano al significato o alla struttura morfologica (es. da ‘veggio’ > ‘vedo’ ma non abbiamo da ‘peggio’ > ‘pedo’); mutamenti di questo tipo sono chiamati mutamenti morfologici.
Un altro livello di analisi è quello sintattico, che trattiamo ora e non vedremo più. Un caso a livello sintattico è quello dei clitici, cioè di quei termini che si attaccano alla fine del verso (enclitici ‘facemi’, ‘levossi’, ‘aiutollo’), oppure proclitici (or ‘mi volsi’) o in tutte e due le posizioni (vuolsi così colà dove si può’). Tutte cose dipendenti dalla legge Tobler-Mussafia (vedasi storia della lingua) che dice che il clitico non può stare in prima posizione sintattica. Quindi l’italiano antico aveva questa regola molto precisa, che però non è lo stesso per l’italiano moderno.
La norma attuale ci dice che il clitico deve essere sempre proclitico con le forme finite del verbo e sempre enclitico con le forme non finite, quindi anche in italiano non c’è variazione libera anche se c’è un’eccezione.
Chiudiamo la selezione di analisi con un altro livello che non vedremo in maniera approfondita che è il livello semantico, che vede dei cambiamenti come in italiano antico ‘pure’ che significa il nostro odierno ‘solo’, oppure ‘mulier’ che era in latino inteso per ‘donna’ mentre noi lo intendiamo come ‘moglie’, secondo un fenomeno di iperonimo->iponimo detto specializzazione, che è l’opposto dell’iponimo->iperonimo dal latino ‘domina’=padrona a ‘donna’ odierno nostro secondo una generalizzazione.
I mutamenti semantici sono difficili da canalizzare, ma una tendenza ricorrente è il passaggio da significati più concreti e legati alla realtà per arrivare a significati più esistenziali o più distanti dalla realtà e questo fenomeno si chiama soggettivizzazione. Questo è molto frequente negli avverbi modali come ‘sicuramente’ che viene utilizzato con significato di ‘quasi certo’ mentre una volta era utilizzato con significato di ‘con sicurezza, senza rischi’.
Ovviamente ci sono dei mutamenti in corso come ad esempio:
- A livello lessicale -> penalty vs rigore
- A livello morfologico -> noi piaCCiamo vs piaCiamo
- A livello sintattico -> ‘prevarrà in futuro come E’ vs HA prevalso finora…’
Seconda lezione (30/11/2021)
Parliamo di mutamenti contestuali e acontestuali. A livello sincronico (indicata con la freccia rossa ->) queste regole servono a descrivere le realizzazioni concrete di un sistema fonologico, quindi gli allofoni di un dato fonema; a livello diacronico (simbolo >) lo stesso formalismo descrive un mutamento.
Come in sincronia gli allofoni contestuali (cioè in variazione condizionata) sono più frequenti rispetto a quelli in variazione libera, così in diacronia sono più frequenti i mutamenti contestuali rispetto a quelli acontestuali.
Facciamo qualche altro esempio: Indipendentemente dal fatto che siano regole contestuali o meno, i mutamenti fonetici avvengono per cambiamento di un solo tratto articolatorio per volta. Questo fa sì che la terminologia che definisce i diversi tipi di mutamento lo fa per lo più in riferimento ai parametri articolatori definiti in sincronia.
In linea di massima si indica il mutamento aggiungendo ‘-izzazione’ al nome del tratto acquisito, ed eventualmente ‘de-‘ se ci si riferisce ad una perdita di un tratto. Ad esempio si riconoscono in base al:
- Tratto di voce
- Dal tratto di aspirazione
- Dai modi di articolazione (le righe della tabella IPA)
- Dai luoghi di articolazione (le colonne della tabella IPA)
- Dai tratti di lunghezza
Parliamo ora di vocali, facendo riferimento ai mutamenti che coinvolgono i due tratti fondamentali che sono altezza e avanzamento, sulla base del trapezio vocalico. Ma ci sono anche altri tratti vocalici, vediamone alcuni:
Per poter ricordare queste trasformazioni occorre ricordare bene il trapezio vocalico. Un caso radicale di mutamento fonetico si ha quando un fono sparisce completamente: si parla infatti di caduta o cancellazione, e per descrivere questa regola si usa il segno di insieme vuoto. Un altro fenomeno che è comune con le vocali che è l’opposto della cancellazione è l’inserzione, comune con le vocali, molto meno con le consonanti, dove ci sono casi all’interno di parola tra due consonanti. A seconda della posizione ci sono anche termini specifici.
Terza lezione (1/11/2021)
Andiamo oltre questo esercizio e cominciamo a discutere di un fenomeno chiamato lenizione o indebolimento, che è un modo di raggruppare una serie di mutamenti che abbiamo già visto quando questi possono essere interpretati come una riduzione dell’energia articolatoria necessaria. La tendenza dei parlanti verte verso l’energia articolatoria, di modo da spendere meno energie possibili quando si parla, di modo da restare comunque comprensibili. Diversi fenomeni condividono in questo contesto una riduzione di energia e sono:
La progressione a catena delle lenizioni vede quindi:
- Occlusiva sorda geminata > occlusiva sorda > sonora/fricativa > approssimante > zero
Vediamo ora i mutamenti fonetici ma in prospettiva sintagmatica. La descrizione dei mutamenti fonetici fatta fin qui riguarda un particolare fono, anche se condizionato da un contesto fonetico. Possiamo però raggruppare più generalmente i vari fenomeni tra quelli visti fin ora se ci mettiamo in una prospettiva sintagmatica, cioè descriviamo il mutamento non rispetto al tratto che muta ma in rapporto all’interno dei segmenti in cui avviene. (Fanciullo paragrafo 3, capitolo 2).
Abbiamo quindi una terminologia che è la seguente:
- Assimilazione, qualunque mutamento che avvicina l’articolazione di due foni, contigui o no (a contatto/ a distanza), identificandoli completamente o no (totale/parziale), con il primo il secondo elemento che influenza l’altro (progressiva/regressiva);
- Dissimiliazione, il fenomeno opposto di differenziazione tra due foni, contigui o no;
- Coalescenza, la fusione di due foni contigui in un unico fono, che spesso partecipa di tratti articolatori di entrambi;
- Scissione, il fenomeno opposto di separazione di un fono in due foni distinti;
- Metatesi, qualunque fenomeno di scambio tra due foni, o ricollocazione di un fono nella catena sintagmatica.
Partiamo dall’assimilazione. L’assimilazione può avvenire a contatto o a distanza, può essere di tipo progressivo o regressivo, e infine può essere parziale o totale.
Ci sono altri esempi di assimilazione ed è quella bidirezionale a contatto, e ancora assimilazioni a distanza.
- Bidirezionale a contatto: sia la sonorizzazione che la spirantizzazione in contesto intervocalico sono assimilazioni, seppur parziali, perchè le vocali trasmettono bilateralmente alla consonante occlusiva, il tratto [+sonoro*] ma anche un tratto di articolazione più aperto, cioè un tratto [+continuo] (es. lat. [a’miKu(m)] > allo spagnolo [a’miYo])
- A distanza: che può a sua volta essere progressiva (es. armonia vocalica del turco) oppure regressiva, molto rara con le consonanti (indoeuropeo ‘*penkwe’ > lat. ‘quinque’), ma importante con le vocali per il fenomeno della metafonia.
Vediamo quindi ora un fenomeno di assimilazione a distanza di tipo progressivo, con l’armonia vocalica del turco.
Il turco ha fino a 8 vocali, secondo tre tratti distintivi che non sono solo i nostri altezza e posizione, ma anche l’arrotondamento o meno della vocale stessa. (Cap. 3 libro sintetizzato).
Tuttavia nei suffissi le qualità delle vocali non sono libere, ma sono condizionate dalla vocale che precede. Ma se ci spostiamo nei suffissi, dove le vocali sono sottospecificate (cioè si definiscono solo come alte o basse) abbiamo solo due opzioni e non più otto come prima, e si ha una serie di allomorf.
Infatti i suffissi con vocale alta si armonizzano (cioè si assimilano) alla vocale precedente secondo i tratti di anteriorità e arrotondamento. Le vocali nei suffissi sono sottospecificate, cioè possono essere definite come alte o basse. Il timbro vocalico dipende quindi dalla vocale che precede, dando luogo ad una serie di allomorfi:
- I suffissi con vocale alta si assimilano alla vocale della radice (o comunque alla vocale precedente) secondo i tratti di anteriorità e arrotondamento, come segue:
- Quelli con vocale bassa si armonizzano solo rispetto al tratto di anteriorità:
Come si vede dagli esempi, l’armonia vocalica del turco ha più a che fare con la sincronia che con la diacronia, perchè l’armonia vocalica scatta al momento della formazione stessa della parola o della formazione essa.
In italiano e nei suoi dialetti abbiamo invece un altro fenomeno chiamato metafonia. La metafonia è un fenomeno di assimilazione a distanza tra vocali, ed è regressiva. Nei dialetti italiani centromeridionali è indotta dalle vocali alte finali [i] e [u] che innalzano di un grado le vocali basse (o [+alte]) che le precedono.
Un esempio di assimilazione a distanza regressiva è invece la metafonia. È un fenomeno che riguarda le vocali, e nei dialetti italiani centromeridionali è indotta dalle vocali alte finali [i] ed [u] che innalzano di un grado le vocali basse (-alte) che le precedono. In altri casi, come nelle lingue germaniche, è indotta dalla sola [i], che invece anteriorizza le vocale precedenti.
Vediamo con un esempio tratto dal Fanciullo a pag.60 di mantenimento della vocale finale distintiva con un dialetto dell’Italia centrale:
Dissimiliazione
È molto meno comune, più sporadico e non regolare, rispetto all’assimilazione perché non è motivata da un economia articolatoria in quanto comporta una spesa maggiore di energia.
Il suo scopo è mantenere il massimo di distinzione tra due articolazioni al fine di agevolare la percezione del messaggio. Vediamo alcuni esempi:
Quarta lezione (2/11/2021)
Vediamo altri casi di mutamenti fonetici e sono i seguenti:
Coalescenza, Scissione, Metatesi
Una sequenza di due foni può evolversi in uno solo, che di solito eredita parte dei tratti da ciascuno dei foni originari. Il fenomeno si dice coalescenza, ed è piuttosto comune sia con le consonanti che con le vocali dove prende il nome di monottongazione (quindi monottongazione e coalescenza sono la stessa cosa, ma quando riguarda le vocali si chiama monottongazione, mentre quando riguarda le consonanti coalescenza).
Alcuni esempi:
- “Foglia” < “folia”, “paglia” < “palea”, dall’italiano al latino
- “Forza” < “fortia”, “pranzo” < “prandium”
Gli esiti del latino [pl] sono spesso una coalescenza in un segmento palatale, diverso da lingua a lingua (vedi esempi sotto).
Di monottongazione vediamo i seguenti esempi:
- “Aurum” > “oro”, “maestus” > “mesto”
La scissione è molto rara, se non quasi inesistente, con le consonanti, dove può trovarsi nell’adattamento di prestiti. È invece corrente per le vocali dove prende il nome di dittongazione.
Alcuni esempi:
- In dittonghi ascendenti: dal latino “tErra” > spagnolo “tIErra”, dal latino ‘pOrta’ > allo spagnolo ‘pUErta’
- In dittonghi discendenti: dal ted. e inglese [hus] ‘casa’ > al ted. e ingl. [haus]
Le metatesi non sono rarissime ma sporadiche, e si tratta dello scambio di foni o dello spostamento di un fono nella catena sintagmatica.
Alcuni esempi:
- Dal latino “peRicuLum” > spagnolo “peLigRo”
- Dal latino “capRam” > piemontese “cRava”
Identificare il mutamento fonologico
Identificare se c’è stato mutamento fonologico è molto più complesso, ma cos’è il mutamento fonologico? È un mutamento che riguarda i fonemi del sistema linguistico. Il mutamento fonologico vuole descrivere semplicemente se è mutato qualcosa nell’inventario dei fonemi (mutamento fonematico sarebbe preferibile chiamarlo). Non dobbiamo guardare la singola parola quindi, ma bisogna guardare l’intero sistema per capire se c’è un mutamento fonologico.
Fin qui abbiamo visto due aspetti del mutamento fonetico:
- Dal punto di vista articolatorio: sonorizzazioni, palatalizzazioni, ecc…
- Dal punto di vista sintagmatico: in rapporto a foni vicini come assimilazioni, inserzioni, ecc…
Questi due livelli sono compresenti (es. da [t] a [d] dal latino ‘tanTum’ al napoletano ‘tanDa’ che è sia un’assimilazione progressiva parziale a contatto, sia una sonorizzazione).
Per completare la disamina dei mutamenti nella seconda articolazione occorre guardare però anche ai fonemi, in quanto si può parlare anche di mutamento fonematico oltre che fonologico. A tal proposito di processi sono:
- Fonologizzazione, cioè un aumento dei fonemi nell’inventario fonematico di una lingua, e non in una sola parola;
- Defonologizzazione, cioè la diminuzione dei fonemi, sempre in senso paradigmatico;
- Rifonologizzazione, cioè il numero dei fonemi resta tale, ma cambiano le realizzazioni fonetiche dei fonemi.
Partiamo dalla fonologizzazione, cioè un singolo mutamento che avviene soprattutto in casi di coalescenza, cioè due foni in sequenza che si fondono in uno solo; un esempio é il mutamento dal latino [lj] all’italiano [y:], che crea un nuovo fono ma anche un nuovo fonema date le coppie minime es. ‘paglia’ vs ‘palla’ -> [pay:a] vs [pal:a].
Perchè diventi un fonema, la nuova [y:] deve contrastare anche con altri segmenti e sequenze foneticamente non troppo lontani (vedi esempi in giallo sotto). Il contrasto [y(:)] vs [lj] è importante perchè altrimenti si potrebbe scegliere la soluzione più economica di considerare [y(:)] come una realizzazione della sequenza di due fonemi /lj/ anche in sincronia e in questo modo non aumenterebbe l’inventario fonematico del sistema.
Quindi per capire se un mutamento fonetico ha dato luogo anche ad un cambiamento a livello fonologico bisogna vedere un sacco di cose. Potremo considerare che questa ‘gl’ contrasta con ‘paia’, ma potremmo anche scrivere che da un punto di vista fonologico la nuova sequenza ‘gl’ sarebbe data dai due segmenti che già ho -> /l+j/. Così però non avrei fonologizzazione, come anche se facessimo [n:] -> /n+j/ sarebbe sbagliato. Questo perchè noi la sequenza [lj] l’abbiamo davvero nel contesto fonologico italiano che è quindi diversa da ‘gl’ Da questo abbiamo che ‘gn’ e ‘gl’ sono due fonemi nuovi ergo abbiamo fonologizzazione.
N.B. NON fare l’errore di dire che questa sia ‘defonologizzazione’ solo perchè [lj] sono due simboli contro l’unico simbolo con cui indichiamo ‘gl’.
Il pre-sanscrito ad esempio aveva un sistema a tre vocali ‘o’, ‘i’ ed ‘u’ divise tra lunghe e brevi (quindi 6 totali).
La monottongazione ‘ou’>’o’ crea quindi un nuovo fonema non esistente precedentemente. Ma in italiano da ‘aurum’ ad ‘oro’ non ha prodotto fonologizzazione anche se è lo stesso fenomeno ma perché? Perché l’Italia aveva già la ‘o’ aperta derivante dal latino (es.’rosa’) quindi non è stato introdotto nessun nuovo fonema, cosa che in pre-sanscrito è stato fatto.
È necessario guardare il sistema per capire se c’è stato un cambiamento del numero dei fonemi. Un altro esempio che possiamo vedere è su un mutamento contestuale da [k] a [ts] come in lat. ‘centum’ > it. ‘cento’. In questo mutamento contestuale non si può parlare di fonologizzazione, che c’è stata in virtù del fatto che altre ‘k’ sono entrate nel sistema ma ben dopo che questa regola diacronica fosse ancora in vigore.
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