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Seminario retorica A.A. 2014/15

La retorica latina

La retorica latina è una derivazione diretta di quella greca. Quando è nata la retorica? È nata nella Magna Grecia, in Sicilia, a Siracusa nel V secolo a.C. Durante le tirannie di Gelone e Gerone I, erano state espropriate una serie di terre da distribuire ai mercenari. Al termine di queste tirannie, si svolgono una serie di processi per rivendicare le proprietà espropriate. Sarebbe in occasione di questi processi che due oratori, Corace e Tisia, avrebbero creato il sistema retorico.

Fonti antiche

Testo fondamentale: Rhetorica ad Herennium: per secoli attribuito al giovane Cicerone, ma probabilmente da riferirsi ad altro autore. È un ampio manuale di retorica in 4 libri il cui tema centrale sono i doveri dell’oratore: impegno morale e civile dell’oratore. Questo è il testo fondamentale perché ha il merito di aver istituito la nomenclatura della retorica latina mediante traduzioni e calchi dal greco. In questo testo vengono identificate le 5 fasi di elaborazione del discorso:

  • Inventio: capacità di trovare argomenti veri o verosimili che rendano una causa convincente.
  • Dispositio: disposizione degli argomenti trovati.
  • Elocutio: espressione linguistica degli argomenti.
  • Pronuntiatio: riguarda l’arte del porgere perché era importante come si atteggiava l’oratore durante il discorso.
  • Memoria: capacità di memorizzare attraverso una serie di espedienti.

Opere retoriche di Cicerone

Le opere di Cicerone seguono la Rhetorica ad Herennium:

  • De Inventione
  • De Oratore
  • L’Orator

Institutio Oratoria di Quintiliano

Opera in 12 libri. Le figure retoriche vengono esaminate nei capitoli 8 e 9 che sono i capitoli dedicati all’elocutio.

Fonti moderne

Il testo fondamentale è H. LausbergElementi di retorica”, 1949. In esso, l’autore tratteggia tutto il sistema retorico classico; dà ampio spazio all’analisi dei 5 elementi fondamentali della retorica. Distingue tra tropi, figure di parola, e figure di pensiero. Questa suddivisione rimarrà fondamentale in tutti gli autori che si occupano di retorica.

Bice Mortara GaravelliManuale di retorica e stilistica”: dedica una sezione alle nuove retoriche, cioè agli studi di retorica nati dopo gli anni '50.

Le figure retoriche: parola e immagineGhiazza-Napoli: analisi della dimensione iconica, cioè l’applicazione delle figure retoriche alle immagini (al cinema, alla storia dell’arte…).

Elocutio

Noi ci concentreremo sull’elocutio. Tra le qualità che l’elocutio deve possedere, Cicerone cita l’ornatus: gli abbellimenti che hanno la funzione di aumentare la capacità di far presa sull’ascoltatore e di imprimersi nella sua mente con una doppia funzione:

  • Delectare: rendere piacevole il discorso;
  • Movere: convincere.

Tutti gli abbellimenti che vengono apportati all’ordo naturalis, con l’intento di creare uno straniamento nell’ascoltatore, vengono definiti ordo artificialis o figura (=figure retoriche). L’ornatus si distingue in ornatus in verbis singulis positus che dà origine ai tropi e ornatus in verbis coniunctis positus che dà origine alle figure di parola e alle figure di pensiero.

Tropi

Metafora, metonimia, sineddoche. È una sorta di deviazione di carattere semantico di un’espressione che dal suo contenuto originario viene diretta a investire un altro contenuto. È la sostituzione di espressioni proprie con espressioni traslate (es. Paolo è una volpe = volpe significa furbizia. Utilizzo in senso traslato e non proprio della parola “volpe”). I tropi sono tutte quelle figure retoriche che nascono da questo meccanismo.

I bucolica

Potrebbe essere definita un Makarismòs: elogio della vita felice e beata. È un dialogo tra due pastori, Titiro e Melibeo. Per il genere bucolico Virgilio si è ispirato al modello per eccellenza che è Teocrito di Siracusa. Molti sono i riferimenti a Teocrito, in particolare al VII idillio.

Virgilio introduce una serie di novità rispetto al modello teocriteo: per esempio, il riferimento alle vicende storiche e politiche che fanno da sfondo a questa prima bucolica e che riguardano direttamente la biografia di Virgilio. Siamo dopo la battaglia di Filippi, dopo il 42 a.C. Vengono espropriate una serie di terre nel Nord Italia e anche Virgilio subisce l’esproprio delle sue terre nel mantovano. Si è molto discusso se Virgilio debba essere identificato o con Titiro o con Melibeo: è probabile che vada identificato con entrambi, cioè con Melibeo che ha perso tutto (Virgilio nella fase in cui gli vengono espropriate le terre) e con Titiro che, grazie all’intervento di un deus che, probabilmente, è Ottaviano, è riuscito a mantenere le proprie terre (Virgilio ad un certo punto riesce a recuperare le terre che gli sono state tolte).

Mentre negli Idilli di Teocrito prevale soprattutto l’aspetto descrittivo, in Virgilio ha più importanza l’elemento autobiografico e i riferimenti al contesto storico-politico. Servio, commentatore del IV sec. d.C., specifica che lo stile humilis delle bucoliche va collegato al fatto che i protagonisti sono due pastori, due personaggi umili. Ma a livello stilistico, espressivo Virgilio non ricorre mai al sermo cotidianus. Fin dall’inizio, i due pastori si esprimono con un linguaggio curato e molto elaborato dal punto di vista retorico.

Traduzione

O Titiro, tu che te ne stai sdraiato al riparo di un grande faggio, intoni un canto sul tuo sottile flauto. Noi siamo costretti a lasciare le terre dei nostri avi e i dolci campi. Noi siamo costretti a lasciare la nostra patria, tu, o Titiro, sdraiato all’ombra, tu insegni alle selve a risuonare il nome della bella Amarillide.

O Melibeo, un dio ci ha concesso questi ozi. Infatti, quello per me sempre sarà un dio. Spesso, un tenero agnello, proveniente dai miei ovili, bagnerà con il suo sangue il suo altare. Egli ha permesso che i miei buoi pascolassero, come puoi vedere, e che io stesso cantassi ciò che voglio con il mio flauto silvestre.

Certo, non provo invidia per te, piuttosto mi meraviglio. Da ogni parte, fino a tal punto, c’è sconvolgimento per tutti i campi. Ahimè, io stesso, afflitto, conduco avanti le caprette. Anche questa a stento, o Titiro, io conduco. Qui, tra i densi noccioli, infatti, poco fa, ha lasciato due capretti, speranza del gregge, ahimè, sulla nuda pietra, dopo averli partoriti.

Io ricordo che le querce, colpite dal fulmine, spesso ci hanno predetto questo male (esilio) se la mia mente non fosse stata stolta. Ma, tuttavia, quale sia questo dio, dimmi, o Titiro. Io pensavo, stolto, che la città che chiamano Roma fosse simile alla nostra, città dove, spesso, noi pastori siamo soliti spingere i teneri agnelli. Così sapevo che i cagnolini sono simili alle cagne, così i capretti simili alle loro madri, così ero solito paragonare alle cose piccole le cose grandi.

In verità, questa (città) ha sollevato il capo rispetto alle altre città tanto quanto i cipressi sono soliti sollevare il loro capo tra i flessibili viburni. E quale fu per te la causa così grande di vedere Roma? La libertà che, sebbene tardi, tuttavia, si voltò indietro a guardare me inerte, dopo che la mia barba brizzolata cadeva a me che la rasavo.

Tuttavia, si è voltata e giunse dopo molto tempo dal giorno in cui Amarillide mi possiede e Galatea mi ha abbandonato. Infatti, lo devo ammettere, finché Galatea mi aveva in suo possesso non vi era né speranza di libertà né preoccupazione del guadagno. Sebbene molte vittime uscissero dai miei ovili e grasso formaggio fosse fabbricato per l’ingrata città, mai la mia mano destra ritornava a casa carica di denaro per me.

O Amarillide, io meravigliato, mi chiedevo perché tu invocassi mestamente gli dei, perché tu lasciassi che i frutti pendessero sui loro alberi: Titiro era lontano da qui. Gli stessi pini invocavano te, o Titiro, le stesse fonti ti invocavano, questi stessi arbusti ti invocavano. Che avrei dovuto fare? Non mi era concesso né uscire di schiavitù né conoscere altrove personaggi.

Là (a Roma) vidi quel giovane, o Melibeo, per il quale i nostri altari fumano due volte 6 giorni (12 giorni) all’anno. Là (a Roma), lui per primo, dette a me, che lo chiedevo, il responso: “Pascolate i buoi come prima, o schiavi, allevate i tori”.

O vecchio fortunato, dunque, tuoi rimarranno i campi; e ti basteranno, sebbene l’arida pietra e la palude ricoprano tutti i pascoli con erbe fangose. Pasture sconosciute non faranno del male alle bestie gravide né terribili malattie contagiose di un gregge vicino le danneggeranno.

O vecchio fortunato, qui, tra fiumi noti (=Mincio e Po che delimitano il territorio mantovano) e fonti sacre, tu prenderai la fresca ombra. Dalla parte del terreno vicino una siepe, come sempre, succhiata dalle api iblee nel fiore del salice, spesso ti sedurrà ad abbandonarti al sonno con il suo lieve sussurro. Dall’altra, sotto un’alta rupe, il potatore canterà all’aria. Né, tuttavia, le roche colombe e la tortora che tu ami non cesseranno di gemere dall’alto olmo.

Pertanto i cervi pascoleranno leggeri nel cielo e i flutti restituiranno i nudi pesci sul litorale; e ampiamente percorsi i territori di ambedue, esule il Parto berrà l’Arari o la Germania il Tigri, prima che il suo volto scivoli via dal nostro cuore. Ma noi, da qui, ce ne andremo, chi presso gli Africani assetati, chi in Scizia, chi verso l’Oasse vorticoso di fango e chi, invece, andrà presso i Britanni totalmente separati da tutto il resto del mondo. Quando mai, sia pur dopo molto tempo, vedendo le terre paterne e il tetto di quella povera capanna fatto di zolle ammucchiate, mi stupirò di ritrovarvi qualche spiga?

Un rozzo soldato riceverà questi campi coltivati con tanta cura, un barbaro queste messi. Ecco dove la discordia ha condotto i poveri cittadini. Per chi noi abbiamo seminato i campi!. O Melibeo, innesta ora i peri, pianta in filari le viti. Andate, o mie caprette, un tempo gregge felice, andate: d’ora in avanti, io, sdraiato in una verde grotta, non vedrò voi da lontano stare in bilico su una rupe ricoperta di piante selvatiche.

Non canterò più canzoni: sotto la mia guida, caprette, non brucherete il citiso fiorito e salici amari. Eppure avresti potuto riposare qui con me per questa notte, sopra le verdi fronde. Io ho dolci frutti, castagne tenere e formaggio in quantità. E già, da lontano, fumano i comignoli delle ville (=aziende agricole) e, sempre più lunghe, scendono dagli alti monti le ombre.

Finis

Finis: sta per fines (accusativo plurale). Il testo si apre con una apostrofe: invocazione. Sono nomi che ritroviamo anche in Teocrito. Servio ci dice che Titiro è un nome di origine greca che indica l’ariete. Amaryllida: accusativo alla greca, che significa “colei che splende”. Melibeo: “colui che si prende cura del bestiame”. Apostrofè in greco significa “distacco dagli ascoltatori” e si ha quando chi parla interrompe la narrazione per rivolgersi direttamente a qualcuno. Spesso l’apostrofe è legata all’uso del vocativo.

Ci sono una serie di termini che sono lontani tra di loro ma che vanno avvicinati.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/04 Lingua e letteratura latina

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