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Appunti divisi in capitoli in base agli argomenti trattati nel libro di Corporate finance basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Miglietta, dell'università degli Studi di Torino - Unito, Facoltà di economia. Scaricail file in formato PDF!

Esame di Corporate finance docente Prof. N. Miglietta

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La distruzione del valore.

Come si è visto nel paragrafo precedente, non sempre l’impresa riesce ad implementare i processi

necessari alla generazione del valore; spesso si verificano eventi che generano un’erosione di valore. Le

condizioni che comprimono il valore creato possono essere molteplici.

Poiché vi è un rischio elevato che le operazioni intraprese vadano a distruggere, e non creare, valore, è

diventata sempre più importante la due diligence. Questa è un’operazione specificatamente volta ad

individuare le determinanti che possono modificare il valore d’impresa e il corretto prezzo di negoziazione.

Particolarmente importanti si rivelano le strategie di diversificazione.

L’evidenza empirica mostra come le strategie di diversificazione effettuate tramite l’entrata dell’impresa in

un business del tutto nuovo possono dar vita a notevoli problematiche relative all’incapacità di valutare

correttamente i benefici e i costi delle sinergie che si potrebbero sviluppare. Inoltre, l’eccessiva

diversificazione può favorire la diffusione di una certa confusione sul mercato che riduce la percezione del

valore effettivamente realizzato. Affinché la diversificazione abbia successo e non porti ad una distruzione

di valore è necessario che vi sia una certa coerenza tra il core business originario e i nuovi mercati di

operatività.

È chiaro come tali operazioni abbiano un elevato livello di rischiosità dovuto alla difficoltà della valutazione

derivante dalla presenza di rilevanti asimmetrie informative, a volte ineliminabili.

Malgrado questi inconvenienti tali operazioni non devono essere necessariamente viste come un aspetto

negativo in quanto possono rivelarsi decisioni valide qualora permettano una migliore concentrazione

sull’attività originaria d’impresa oppure una razionalizzazione del portafoglio di investimento dell’azienda.

CAPITOLO 4

STRUTTURA FINANZIARIA E CREAZIONE DI VALORE

Il capitolo analizza una delle aree chiave della corporate finance: la struttura finanziaria. Per finanziare la

propria attività l’impresa dispone di due macro-tipologie di fonti: il capitale proprio (equity) e il capitale di

debito (debt). Le decisioni di finanziamento di un’impresa determinano la sua struttura finanziaria.

Il costo medio ponderato del capitale, WACC, rappresenta per l’impresa la soglia minima di rendimento

atteso da un investimento rischioso. Se un investimento rischioso ha un rendimento atteso inferiore al

wacc non è conveniente intraprenderlo. Riducendo il wacc l’impresa, a parità di rendimento, aumenterà il

valore creato dall’investimento.

Le aree della Corporate Finance: la struttura finanziaria.

Per finanziare la propria attività l’impresa può ricorrere a due macro-tipologie di fonti.

La prima è rappresentata dal capitale di debito o di terzi, cioè fondi di investitori o intermediari finanziari

che ottengono il diritto a ricevere un pagamento fisso (interessi), senza essere coinvolti nella gestione

dell’impresa.

La seconda è rappresentata dal capitale di rischio o capitale proprio o equity, che assegna ai portatori un

diritto residuale sui flussi di cassa ma anche un maggiore coinvolgimento nella gestione dell’attività.

Il capitale proprio è rappresentato da azioni che, nel caso di imprese quotate, sono scambiate nel mercato.

Mentre il capitale di terzi è rappresentato tipicamente da obbligazioni e debito bancario. Nelle imprese

quotate il capitale proprio è quello messo a disposizione dai proprietari, mentre il capitale di terzi è

rappresentato in larga parte da debito bancario.

Esiste infine una categoria di titoli che presenta caratteristiche proprie sia del capitale di terzi sia del

capitale proprio, tali strumenti sono definiti ibridi.

Tra il capitale di debito e il capitale proprio la differenza principale sta nella natura dei diritti sui flussi di

cassa connessi ai due tipi di finanziamento:

 I titoli di debito assegnano il diritto a ricevere una serie di flussi di cassa di ammontare prestabilito

e, di conseguenza, un diritto di proprietà su quei flussi.

 I titoli azionari conferiscono un diritto residuale a ricevere i flussi di cassa, residuale perché danno il

diritto di ricevere i flussi di cassa solo dopo che tutti gli altri obblighi sono stati pagati.

Il capitale di debito, di solito, deve essere remunerato e poi rimborsato in coincidenza di scadenze

contrattuali prestabilite. Il capitale di rischio, viceversa, genera un diritto che resta illimitato nel tempo, la

sua remunerazione è legata alla politica dei dividendi ed alle strategie di investimento pianificate dal

management.

Le due tipologie di fonti, infine, assegnano ai rispettivi portatori differenti poteri di controllo sulla gestione

dell’impresa e sul management. Gli investitori azionari possono controllare, in modo più o meno esteso, la

gestione; mentre i portatori di capitale di debito possono esercitare al massimo il potere di veto in merito a

determinate decisioni.

Capitale proprio.

Il capitale di rischio di un’impresa è definito capitale proprio o equity e normalmente viene associato ai

titoli azionari. In realtà esso può assumere forme differenti a seconda che l’impresa sia quotata o meno.

Le società quotate in mercati regolamentati hanno una scelta molto più ampia proprio grazie all’avere

accesso al mercato. Le altre imprese si affidano invece al capitale messo a disposizione dal

proprietario/fondatore ovvero da un soggetto privato che diventa un fornitore di capitale di rischio

partecipando finanziariamente allo sviluppo.

La maggior parte delle imprese di tutto il mondo ha una proprietà ed un controllo familiare. Tali imprese

conferiscono capitale proprio al momento della nascita dell’impresa e continuano successivamente a

finanziarla attraverso il reinvestimento degli utili all’interno dell’azienda. Il reinvestimento degli utili

prodotti e non distribuiti come dividendi si definisce autofinanziamento e, in alcuni casi, può soddisfare

completamente il fabbisogno finanziario dell’impresa che quindi non dovrà ricorrere a fonti esterne di

finanziamento.

Nel corso del suo ciclo di vita e sviluppo l’impresa si trova però ad affrontare il momento in cui i fondi a

disposizione non sono sufficienti per le necessità di investimento dettate dalla sua potenzialità di crescita.

Senza procedere alla quotazione nel mercato finanziario l’impresa può ricercare capitale attraverso il

ricorso ad un soggetto esterno che, diventando investitore nella società, fornirà finanziamento a titolo di

capitale proprio in cambio di una quota di proprietà. I soggetti che valutano questo tipo di apporto di

capitale sono denominati venture capitalist, business angel e private equity investor.

Giova infine ricordare un’altra tipologia di titoli detta warrant. Il warrant può essere definito come

un’opzione call (put) a lungo termine: il sottoscrittore ha la facoltà di acquistare (vendere) le azione

sottostanti alle condizioni previste dal contratto; potrà quindi decidere se esercitare alla data o entro la

data prefissata il diritto conferito dal warrant, sulla base di principi di convenienza economica.

Un’impresa potrebbe scegliere i warrant per raccogliere capitale di rischio perché il loro prezzo dipende

dalla volatilità delle azioni sottostanti. Inoltre non creano obblighi finanziari al momento della loro

emissione e quindi, soprattutto le imprese in fase di crescita elevata che non hanno ancora la capacità di

generare flussi di cassa costanti, potrebbero trarre beneficio da tale strumento finanziario.

Capitale di debito.

Per il manager finanziario l’alternativa al capitale di rischio per raccogliere denaro è rappresentata dal

capitale di debito.

Questa soluzione obbliga l’impresa, e quindi il manager finanziario, ad effettuare pagamenti di flussi di

cassa e conferisce all’investitore un diritto di priorità in caso di dissesto finanziario. Il finanziamento con il

capitale di debito è legato ad una serie di vantaggi e svantaggi che è bene analizzare al fine di valutare

correttamente gli effetti di tale decisione finanziaria.

I vantaggi del debito sono i seguenti:

1. VANTAGGIO FISCALE: le imprese che ricorrono al debito possono sfruttare il beneficio fiscale legato

alla deducibilità degli interessi passivi dalla base imponibile.

2. DISCIPLINA DEL MANAGEMENT: è possibile disciplinare il comportamento del management nelle

decisioni di investimento forzandolo ad intraprendere solo i progetti in grado di generare flussi di

cassa sufficienti a ripagare il capitale di debito alle scadenze imposte.

3. RIDUZIONE DELLE ASIMMETRIE INFORMATIVE: con il capitale di debito è possibile minimizzare,

rispetto al ricorso al capitale di rischio, i costi associati alle asimmetrie informative.

Per contro gli svantaggi sono i seguenti:

1. COSTI DI FALLIMENTO: la probabilità di dissesto finanziario ed i relativi costi ad esso connessi

aumentano al crescere del livello di indebitamento.

2. COSTI DI AGENZIA: sono i costi derivanti dal conflitto di interesse tra azionisti e creditori; gli

azionisti infatti possono essere incentivati ad intraprendere comportamenti volti a danneggiare gli

interessi dei creditori e ridistribuire la ricchezza a loro favore.

3. PERDITA DI FLESSIBILITA’ FINANZIARIA: l’aumento del capitale di terzi può diminuire la capacità

dell’impresa di richiedere ulteriore indebitamento a parità di condizioni economico-finanziarie e, di

conseguenza, diminuire le potenzialità di crescita e di creazione di valore.

La principale forma di finanziamento relativa al capitale di debito a medio lungo termine è rappresentata

dal debito bancario. Esistono poi altre forme quali i prestiti obbligazionari e le cambiali finanziarie.

La forma di debito finanziario concesso dalle banche è il mutuo. Le aziende fanno ricorso al mutuo per

finanziare investimenti pluriennali. La banca, a fronte del finanziamento concesso, richiede quasi sempre

delle garanzie adeguate che possono essere rappresentate da ipoteche su immobili, fidejussioni o privilegi

speciali. La restituzione del finanziamento avviene sulla base di un piano di ammortamento.

Il costo del mutuo può essere molto variabile; in genere comprende un tasso di interesse debitore ed una

commissione da pagare all’istituto di credito in caso di estinzione anticipata, oltre agli oneri relativi alle

eventuali spese collegate, di assicurazione o istruttoria.

Solitamente un gruppo di banche mette a disposizione dell’impresa un ammontare di capitale di debito che

può essere utilizzato secondo modalità contrattualmente prestabilite.

Giova infine ricordare l’esistenza di finanziamenti strutturati, la cui erogazione si basa sull’analisi dei flussi

di cassa generabili da un progetto di investimento. In tal senso una delle forme di finanziamento più diffuse

è quella del leasing.

Titoli ibridi

Alcuni strumenti di finanziamento non appartengono completamente alle due macro tipologie analizzate

del capitale proprio e di debito: sono i cosiddetti titoli ibridi. Quelli maggiormente utilizzati dalle imprese

sono:

 Il debito obbligazionario convertibile: un’obbligazione convertibile è un’obbligazione il cui rimborso

può avvenire attraverso il pagamento del valore pattuito alla scadenza ovvero attraverso la

consegna di azioni della società emittente secondo un rapporto di conversione predeterminato

contrattualmente.

 Le azioni privilegiate: l’azione privilegiata viene remunerata con un ammontare fisso; il privilegio si

configura in una prelazione, rispetto agli azionisti ordinari, che scatta nella misura in cui il risultato

d’esercizio sia capiente ed effettivamente distribuito. I possessori di azioni privilegiate non hanno

controllo sulla gestione dell’impresa e il loro diritto di voto è limitato. Le azioni privilegiate non

hanno scadenza.

 Le obbligazioni con opzioni: la combinazione di diversi strumenti finanziari, come ad esempio le

obbligazioni con le opzioni, può nascere dall’esigenza di legare l’andamento dei flussi di cassa

relativi al finanziamento con quelli generati dall’attività caratteristica.

Giova infine ricordare uno strumento di finanziamento utilizzato soprattutto nelle operazioni de Leverage

Buy Out e cioè il debito mezzanino. Tale forma di finanziamento ha una durata mediamente compresa tra i

4 e gli 8 anni e viene emesso attraverso un collocamento privato. Il debito mezzanino è un debito

subordinato ad un altro detto senior. È generalmente strutturato nella forma di prestito tradizionale ma

prevede la possibilità per il sottoscrittore di poter convertire il proprio credito in azioni della società

finanziata attraverso l’equity kicker.

Le teorie della struttura finanziaria.

Nel presente paragrafo analizzeremo le principali teorie della struttura finanziaria, introducendo la teoria

del trade-off e dell’ordine di scelta. Per un manager finanziario prendere le giuste decisioni di

finanziamento significa scegliere una composizione delle fonti (capitale proprio e debito), che massimizzi il

valore degli investimenti e sia in linea con il profilo strategico e il rischio degli stessi. Il prodotto di tali

decisioni prende il nome di struttura finanziaria e il ricorso ad una fonte di finanziamento introduce un

problema di scelta che determinerà una composizione della struttura finanziaria.

 La TESI TRADIZIONALE:

i primi studi sulla struttura finanziaria furono quelli condotti da Graham e Dodd. La loro tesi, detta

tradizionale, considera il rapporto prezzo delle azioni/utili scarsamente influenzato da livelli di

indebitamento bassi. Secondo tale impostazione non esisterebbe una concreta percezione del

rischio legato all’aumento dell’indebitamento e, di conseguenza, il costo dei mezzi propri può

essere supposto costante fino ad un livello ragionevole di indebitamento. Oltrepassato tale livello il

costo del capitale proprio aumenterebbe molto rapidamente.

β(r

K = r + – r )

e f m f β,

Si può notare dalla formula come all’aumentare dell’indebitamento il parametro che misura il

rischio, aumenta e di conseguenza aumenta anche il costo del capitale proprio.

 Le proposizioni di MODIGLIANI e MILLER:

per studiare l’influenza della struttura delle fonti di finanziamento sul valore dell’impresa,

Modigliani e Miller analizzarono un mercato perfetto ipotizzando:

1. Assenza di imposizione fiscale,

2. Assenza di costi di transazione e di emissione,

3. Assenza di costi di fallimento attesi,

4. Assenza di costi di agenzia.

In presenza di un mercato con tali caratteristiche i vantaggi e gli svantaggi legati all’indebitamento

sono annullati e ne consegue che per l’impresa è assolutamente indifferente ricorrere ad una forma

di finanziamento piuttosto che ad un’altra. Secondo Modigliani e Miller sono le decisioni di

investimento che determinano la formazione del valore, il modo in cui l’impresa finanzia tali

decisioni indifferente.

La loro prima proposizione, in assenza di imposte, afferma che il valore di mercato dell’impresa è

indipendente dalla struttura finanziaria.

Introducendo le imposte nelle proposizioni di Modigliani e Miller il valore dell’impresa indebitata

(levered) sarà superiore a quello dell’impresa finanziata solo con capitale proprio (unlevered):

valore dell’impresa = valore dell’impresa non indebitata + vantaggio fiscale del debito

il valore del vantaggio fiscale del debito è dato dal prodotto fra l’ammontare del debito e l’aliquota

d’imposta sul reddito aziendale.

 La teoria del TRADE-OFF:

le imprese valutano il ricorso al capitale di debito attraverso l’analisi dei vantaggi e degli svantaggi

che si accompagnano a questo tipo di finanziamento. Assegnando benefici e costi correlati, si

determina un trade-off. In presenza di imposte societarie e di deducibilità fiscale degli interessi

passivi, il valore di mercato dell’impresa può crescere all’aumentare dell’indebitamento privo di

rischio. Tuttavia quando non si adotta il debito privo di rischio,e ciò succede sempre, si hanno costi

di fallimento che possono essere molto elevati.

La presenza di costi di fallimento associati all’aumento del leverage rappresenta uno svantaggio del

debito in termini di decremento di valore, la cui entità è pari al valore attuale dell’ammontare dei

costi di fallimento per la probabilità che il fallimento si verifichi.

Quindi il valore di un’impresa indebitata è pari a quello di un’impresa non indebitata, aumentato

del vantaggio fiscale dell’indebitamento e diminuito dei costi di fallimento.

Valore dell’impresa = Valore impresa senza debito + VA beneficio fiscale del debito – VA costi

fallimento

Il valore attuale del risparmio fiscale, inizialmente, aumenta con l’aumentare dell’indebitamento

della società. In corrispondenza di livelli moderati di indebitamento, le probabilità di dissesto sono

irrilevanti. Al crescere dell’indebitamento aumenta proporzionalmente la probabilità di dissesto e,

di conseguenza, i costi di fallimento ad esso relativi cominciano a incidere sul valore d’impresa.

L’ottimo teorico si ha quando il valore attuale dei risparmi fiscali dovuti ad un maggior

indebitamento viene compensato dal’incremento del valore attuale dei costi legati al rischio di

fallimento.

Il rischio collegato alla probabilità che l’impresa diventi insolvente è stato quantificato in un costo

(bankruptcy cost) scomponibile in due differenti componenti:

 I costi diretti che rappresentano i costi legali e amministrativi relativi al

processo di ristrutturazione o liquidazione

 I costi indiretti i quali sono più difficilmente identificabili e quantificabili.

Generalmente sono legati alla percezione dell’ambiente esterno di un

crescente rischio di dissesto.

In genere il costo di fallimento è determinato nel seguente modo:

Costo di fallimento = 25% x (E+D) x prob. di fallimento

 La teoria dell’ORDINE DELLE SCELTE

Nella realtà aziendale il comportamento di chi si occupa delle decisioni di finanziamento risulta

guidato da una serie di principi economico-finanziari ma, soprattutto, da una serie di preferenze

legate alla necessità di mantenere flessibilità finanziaria e controllo della struttura.

Secondo questa teoria, le imprese seguono una precisa gerarchia in termini di quali fonti di

finanziamento utilizzare: gli utili non distribuiti sarebbero la scelta preferita, seguiti dal debito e

dall’emissione di nuove azioni.

Poiché ricorrere a mezzi di finanziamento esterni riduce la flessibilità e il controllo, il management

preferirà avvalersi, nei limiti del possibile, dell’auto-finanziamento che, tra l’altro, non comporta

costi di transazione.

Struttura finanziaria e creazione di valore: il modello della leva finanziaria.

Secondo i principi della gestione orientata alla creazione di valore, l’impresa dovrebbe intraprendere solo i

progetti che permetono un rendimento atteso superiore ad una soglia minima che dipende dal costo del

capitale impiegato per la loro realizzazione (wacc).

Possiamo quindi affermare che la struttura finanziaria e la politica delle decisioni legata alla sua formazione

giocano un ruolo fondamentale, dal momento che determinano proprio tale soglia minima di rendimento

(wacc).

La struttura finanziaria ideale per creare valore potrebbe apparire come quella che rende minimo il wacc. Il

manager finanziario tuttavia deve verificare se tale struttura sia anche compatibile con il profilo strategico

dell’impresa. Occorrerà quindi verificare i legami tra leverage e creazione di valore anche in ragione della

rischiosità aziendale.

Come la struttura finanziaria influenza la creazione di valore.

I fattori che sono ala base della formazione di nuovo valore sono essenzialmente tre:

 Il tasso di profitto.

 La sua durata.

 Il tasso di reinvestimento degli utili.

Il tasso di profitto è la differenza tra il ROE ed il suo costo; tale grandezza è calcolabile con riferimento al

totale dei mezzi investiti, sottraendo dal rendimento degli investimenti (ROI) il costo medio ponderato del

capitale (wacc).

Il tasso di crescita del capitale proprio rappresenta la percentuale dei reinvestimenti degli utili non

distribuiti per il tasso di rendimento del capitale proprio iniziale.

La struttura finanziaria è legata al ROE ed al tasso di profitto sopracitato secondo la relazione, nota come

financial leverage model, che identifica il ROE come:

ROE = ROI + (ROI – wacc)D/E

Si noti come la relazione, di tipo lineare, tra il ROE e il ROI, implichi che fino a momento in cui il rendimento

operativo dell’impresa (ROI) risulta essere maggiore del costo medio ponderato del capitale (wacc), allora

un aumento dell’indebitamento (D) determinerà un aumento del rendimento del capitale proprio (ROE).

Per verificare la convenienza di una variazione del leverage, occorrerà che la redditività operativa risulti

sempre maggiore al costo di approvvigionamento del capitale impiegato per produrla; in caso contrario gli

effetti sul rendimento del capitale proprio saranno esattamente contrari come è mostrato dalle figure.

Nel primo caso il ROI > wacc; più aumenta il debito e più il ROE aumenta. Il rischio a cui andiamo incontro è

che il ROI scenda al di sotto del wacc.

Nel secondo caso ROI < wacc vediamo che il ROE precipita poiché non c’è più valore. Come è possibile non

accorgersi che il wacc è salito sopra al livello del ROI? Semplicemente perché le scritture contabili vengono

redatte alla fine dell’esercizio e quindi non è possibile accorgersi con facilità di ciò in tempo.

Ai fini della creazione di valore giova infine ricordare come la condizione necessaria per ottenere una

misura residuale del flusso di ricchezza sia rappresentata dalla differenza positiva tra il tasso di rendimento

e il costo del capitale. L’ipotesi di ROI > wacc non risulta sufficiente; per verificare se l’aumento del leverage

abbia creato oppure no valore occorrerà determinare se la variazione del ROE sia maggiore di quella dei

costo (wacc) generata dal maggior rischio finanziario.

Per comprendere meglio l’influenza che la struttura può avere sul valore occorre indagare le singole

componenti di costo del capitale che rappresenta lo strumento indispensabile per la valutazione delle

decisioni finanziarie.

La stime del costo del capitale proprio.

Il costo del capitale proprio è il rendimento richiesto da chi investe capitali in un’attività rischiosa e

rappresenta il costo opportunità sostenuto per non aver investito il capitale in un’altra attività di pari grado

di rischio. Per poter stimare tale rendimento richiesto occorre identificare un tasso di rendimento relativo

alle attività prive di rischio ed una seconda componente rappresentata dal maggior rendimento che

l’attività rischiosa deve promettere all’investitore nota come premio per il rischio.

Il premio per il rischio dipende dall’avversione degli investitori al rischio stesso e dalla rischiosità

dell’investimento medio, cioè il mercato. Il premio per il rischio deve essere parametrizzato al tipo di

investimento attraverso la stima di un coefficiente denominato beta. Tale coefficiente rappresenta per

l’investitore il rischio aggiunto da quell’attività all’interno del suo portafoglio di mercato. Il coefficiente beta

è legato strettamente alla struttura finanziaria dell’impresa ed assumerà valori differenti in relazione al

livello di indebitamento dell’impresa.

Il costo del capitale proprio è quindi esprimibile come:

β

K = r + * MP

e f levered

r

Dove rappresenta il tasso di interesse free risk e MP rappresenta il premio di mercato, inteso come

f

differenza tra il rendimento atteso ed il tasso di interesse privo di rischio. Il Beta dell’impresa indebitata

(levered) rappresenta il rischio sistematico legato all’investimento ed esprime la variazione del prezzo di un

titolo al variare dell’indice di mercato.

Tale coefficiente è legato alla struttura finanziaria dalla seguente relazione :

β β

= * [1+(1-t)D/E]

levered unlevered

β .

dove è il beta dell’impresa non indebitata

unlevered

Il costo del capitale proprio, esplicitato in funzione della struttura finanziaria, diventa:

β

K = r + * [1+(1-t)D/E] * MP

e f unlevered

Il costo del debito.

Il costo del capitale di debito è la remunerazione richiesta dai soggetti terzi che finanziano l’impresa in base

al rischio da loro sopportato; esprime il costo medio atteso del debito al netto dei vantaggi fiscali derivanti

dalla deducibilità degli oneri finanziari. In formula avremo che:

K = i * (1-t)

d

Dove “i” è il tasso pagato a terzi e “t” è l’aliquota fiscale.

Il livello di interesse per un’azienda è funzione di tre componenti:

1. Il livello attuale dei tassi di interesse.

2. Il rischio di insolvenza della società (default risk)

3. Il beneficio fiscale associato

In tal senso il costo del debito può essere identificato come segue:

K = [ (i + δ*D/E + D)* (1-t) ]

d

Dove : δ*D/E + D

non è altro che il default spread, e “i” è il tasso di interesse risk free. Quindi possiamo semplificare la

formula nel seguente modo: K = (r + default spread)*(1-t)

d f

La media ponderata delle due componenti di costo analizzate rappresenta il costo complessivo che

l’impresa sostiene nel raccogliere le risorse finanziarie dai soci e da terzi finanziatori (wacc):

wacc = [Ke * (E/D+E) + Kd * (D/D+E)]

Decisioni per creare valore: l’implementazione della struttura finanziaria

Come scelgono le imprese il livello di indebitamento?

Il costo del debito è sempre inferiore al costo del capitale proprio e quindi può sembrare un vantagio

indebitarsi piuttosto che utilizzare l’equity. Tuttavia un incremento dell’indebitamento comporta sempre

un incremento del rischio.

Come si determina quindi la composizione ottimale delle fonti? I principali metodi utilizzati per la scelta del

livello di indebitamento individuano la combinazione ottimale delle fonti di finanziamento sulla abse di tre

condizioni:

1. il minimo costo medio ponderato del capitale (wacc),

2. il massimo valore dell’impresa

3. il comportamento adottato da imprese comparabili.

Il metodo del costo medio ponderato del capitale.

Per comprendere la relazione che intercorre fra il costo del capitale e la struttura finanziaria ottimale è

necessario definire il rapporto esistente fra il valore dell’impresa e il costo del capitale.

Il valore di un progetto per l’impresa può essere calcolato attualizzando i flussi di cassa ad un tasso che ne

rifletta la rischiosità. Secondo tale principio, il valore di un’impresa può essere stimato attualizzando i flussi

di cassa futuri attesi al costo del capitale sostenuto per generarli (wacc).


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in finanza aziendale e mercati finanziari
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Slay9 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Corporate finance e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Miglietta Nicola.

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