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Civiltà dell'Anatolia Preclassica Appunti scolastici Premium

Appunti di civiltà dell'anatolia preclassica basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. De Martino dell’università degli Studi diTorino - Unito, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in beni culturali, archeologici e storico-artistici. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Civiltà dell'Anatolia Preclassica docente Prof. S. De Martino

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IL REGNO ITTITA DI HATTI (ETA’ DEL BRONZO)

In Anatolia erano presenti una decina di colonie principali paleoassire dette karum, e un’altra

decina di colonie minori collegate alle città indigene, wabartum. Le città-Stato locali erano più

numerose delle colonie, si trovavano nelle vallate tra boschi, le montagne e i corsi d’acqua, ed

erano tutte indipendenti, ma con centri minori gravitanti intorno ai maggiori. Ogni città era sede di

un palazzo reale, possedeva un re o, raramente, un Gran Re, oltre a figure quali funzionari come il

capo della cittadella o a coloro che erano legati ai settori in contatto col commercio.

I rapporti con lo stato paleoassiro erano intrattenuti attraverso dei trattati, che ogni re di nuova

intronizzazione stipulava con i karum di Kanish o con quello della propria città. Il re locale

consentiva la permanenza della colonia assira sul territorio in cambio del diritto di prelazione su

una quota minoritaria delle merci.

A seguito del collasso delle colonie paleoassire iniziò, per l’Anatolia, un periodo di crisi e

scarsamente documentato. Quando tornarono ad essere abbondanti le fonti, la regione era stata

unificata sotto un’unica dinastia, quella ittita.

Secondo la tradizione coloro che unificarono il regno d’Anatolia furono Pithana e suo figlio Anitta,

che avevano condotto delle campagne militari durante la caduta delle colonie assire, per

impadronirsi dei vari principati. Nonostante questo, però, il fondatore della dinastia è riconosciuto

in Hattushili I. Egli, dall’Anatolia centrale, fece partire una serie di spedizioni per conquistare

l’Anatolia meridionale e la Siria, sottomettendole. Da qui egli porterà nello stato la scrittura

cuneiforme, che verrà poi adattata alla lingua ittita. Fu inoltre lui a portare la capitale ad Hattusa.

Anche il suo successore Murshili I continuò questa politica espansionista, sottomettendo Ebla,

Aleppo e poi entrando in Mesopotamia. In questo modo l’Anatolia ottenne il controllo delle vie

commerciali che la collegavano al meridione.

Dopo i successi di questi primi re, l’Anatolia conobbe un periodo di indebolimento, evidentemente

dovuto alle guerre dinastiche intestine al paese e dalle incursioni nemiche.

Telepinu salì al potere con un colpo di stato, uccidendo il precedente sovrano e la sua famiglia e

prendendone in sposa la sorella. Egli si occupò della norma sulla successione al trono: doveva

salire al trono uno dei figli maschi avuti dal sovrano con la moglie ufficiale, se non vi era uno figli

maschi allora la carica passava a uno dei figli maschi avuti con le donne dell’harem, ma se anche

in questo caso non vi era presente un erede maschio, il potere passava per linea femminile al

marito della figlia. Egli fece poi anche una norma giuridica contro la pena di morte in quanto

andava a togliere forza lavoro allo stato. Questa pena era sostituita con un risarcimento alla

famiglia.

Un rinascita si ebbe con Tutkhaliya I, che annesse Kizzawatna attraverso un tratato e il

matrimonio con la principessa del Paese, e il suo successore Arnuwanda che riorganizzò lo stato,

ma la svolta avvenne con Shuppiluliuma I. Con le su campagne militare, egli sottomise il gran

regno di Mittani, che divenne suo vassallo. Il governo di Aleppo e Karkemish venne affidato ai suoi

figli e quest’ultimo assunse sempre più importanza, tanto che i suoi governatori ottennero uno

status nella gerarchia del regno pari a quello del principe ereditario. Gli altri regni conquistati,

invece, venivano annessi attraverso n trattato di subordinazione vincolante, che pretendeva un

giuramento di fedeltà al sovrano ittita e alle divinità di Khatti. Attraverso la politica espansionistica

di Shippiluliuma I si arrivò ad uno scontro con l’Egitto e all’inizio di un periodo di tensione che

sfociò poi in una grande battaglia. La vedova di un faraone aveva chiesto al re ittita di inviargli un

principe, il quale sarebbe diventato faraone d’Egitto al suo fianco. Nonostante la richiesta bizzarra,

Shippiluliuma I inviò suo figlio Zannanza, il quale, però, venne ucciso al suo arrivo in Egitto. I

rapporti tra Khatti e l’Egitto iniziarono così a deteriorarsi. Shippiluliuma inviò una spedizione

punitiva, che però si ammalò di peste e la portò in patria, contagiando il successore appena

asceso.

Salì allora al trono Mushilli II, il quale abbe molti successi soprattutto sul fronte anatolico, che lo

portarono a raggiungere la massima espansione del regno, conquistando il regno di Arzawa

nell’Anatolia occidentale, che spacca in tre stati minori affidandoli a tre membri della famigliee

locali, e che permetteva quindi un’estensione dal mar Egeo a Qadesh.

La battaglia definitiva con l’Egitto si ebbe con Mawattalli II, successore di Murshili II, che affrontò

Ramesse II nella battaglia di Qadesh. Il faraone aveva fatto una spedizione in territorio siriano

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sotto il controllo ittita, obbligando il re di Amurru a sottometterglisi. Mawattanis scese quindi non

l’esercito, scontrandosi con quello faraoinico e avendo la meglio. Gli Ittiti si ripresero, quindi, i

territori persi. Sotto Mawattani II ci fu anche il trasferimento della capitale a Turhuntassa. Non si sa

se questo fosse un provvedimento estremo preso a causa delle continue incursioni delle tribù a

nord di Khattusha o se sia dovuto all’incentramento della religione sul dio della tempesta che

aveva proprio origine in Anatolia meridionale, ma con la fine del regno di Mawattalli II la capitale

tornò a Khattusha.

Il successore Murshilli III, dopo dieci anni di regno, venne spodestato dallo zio Hattushili II. I

potentati si schierarono tra le due parti, ma lo zio ebbe la meglio e Murshilli III scappò. Con lui si

ebbe l’accettazione di una tregua tra Khatti e l’Egitto, con la stesura di un trattato con Ramesse II.

Entrambi i regni erano occupati a doversi difendere da altri nemici su altri fronti, perciò la scelta più

intelligente era quella di sospendere le ostilità. Vennero fatte sposare due principesse ittite al

faraone e conclusa un’alleanza che diede il via alla cosiddetta Pax Hethitica, che rappresentò

l’ultimo stadio di forza del regno ittita. Questo infatti, con i successori di Hattushili III, si indebolì

irrefrenabilmente, fino alla sua caduta con Shuppiluliuma II, l’abbandono della capitale, e

all’ascesa di Karkemish.

Società e cultura

Essendo in contatto con la cultura della Siria e della Alta e Bassa Mesopotamia, è inevitabile che in

Anatolia siano presenti dei tratti caratteristici di queste culture. Si tratta però di una ricezione non

passiva, come si può notare dall’adozione del sillabario babilonese, poi utilizzato per creare una

lingua scritta adattabile all’hittita. Questo permise inoltre la formazione di dizionari bilingue e testi

letterari tradotti. Abbiamo però anche un’originalità culturale antico-hittita derivante dalla tradizione

locale.

Il centro direzionale della città anatolica è l’acropoli, che vede la presenza di più edifici e non di un

solo complesso palaziale. In questo modo ogni edificio ricopre una funzione precisa.

Importante per l’economia ittita sono le risorse presenti in Anatolia: la forte presenza di legname e

di minerali come rame e argento e di pietra. Vi sono poi culture cerealicole ma anche coltivazione

di vite, ulivo, piante da frutteto e apicoltura. I campi sono recintati da muretti o siepi. L’allevamento

di suino avviene nelle zone boschive, mentre nelle valli vi è quello bovino ed equino. Per quanto

riguarda quello caprovino s ha una transumanza orizzontale, con dispersione invernale e

assembramento estivo. Nonostante queste buone risorse il problema principale in Anatolia è la

manodopera. Le campagne sono spopolate e per questo spesso si corre all’utilizzo dei prigionieri

di guerra per coprire i buchi.

Alcune città si imposero poi come centri religiosi: Arinna centro della divinità solare, Nerikka e

Zippalanda del dio della tempesta.

Gli ittiti avevano tre modi differenti di raffigurare le divinità:

antropomorfa, sotto l'aspetto di un essere umano;

1. Dall'animale simbolo

2. Forma aniconica, non raffigura niente di preciso. E’ la forma del blocco di pietra, blocco di

3. pietra poteva essere il simbolo della divinità stessa.

E’ tipico per gli ittiti assorbire all'interno della cultura dello stato le varie culture rurali, in modo che

le popolazioni potessero riconoscersi all'interno della cultura dello stato. Per tale motivo si

necessitava di una grande quantità di templi, per l’elevato numero delle divinità da venerare.

Nella città stato il sovrano deteneva il potere assoluto e il ruolo si tramandava matriarcalmente al

figlio della sorella. Nonostante questo esisteva un’assemblea, definita pankus, la quale sorvegliava

l’operato del re e controllava che egli non abusasse del suo potere portando danni allo stato.

Esisteva poi anche un tribunale che si occupava degli interventi giudiziari. Della politica del paese

non facevano parte i nobili, che si occupavano invece dell’amministrazione statale. Nei villaggi e

piccoli centri urbani vi erano invece delle strutture di autogoverno riconosciute dal re: i sindaci e

un’assemblea di anziani. Al palazzo si pagava una luzzi, cioè un tributo. Importante era infine il

peso della donna, che si esprime nella figura dela tawananna, cioè la madre del re, che conserva

potere fino alla propria morte ed è più vecchia della regina. 7

Diffuso era l’utilizzo della magia, che altro non era se non l’uso dei principi attivi derivanti da

conoscenze scientifiche. Così come se una persona prende in mano qualcosa che è freddo, il

freddo passa attraverso la mano di chi lo tiene, e avviene quindi la trasmissione di una sostanza

sull'altra, allo stesso modo mettendo in mano a una persona qualcosa con proprietà benevoli

questa ne riceveva un senso di benessere. Ad esempio l'acqua ha proprietà intrinseche guaritrici

nel caso in cui al suo interno vengano messi elementi purificatori come il cedro. Accompagnato il

gesto da formule magiche, parole a forza del bene o del male, la magia avveniva.

Si poteva scaricare l'impurità di una persona su un’altra, ad esempio in caso di malattia si poteva

passare in un altra persona il male provato, si utilizzava molto spesso un animale in quanto non

piaceva sacrificare vite umane in cambio di altre. A volte si utilizzavano delle figure sostitutive di

pasta di pane o cera, che poi venivano gettate nel fuoco e dissolvendosi allontanavano del tutto il

male.

La magia veniva applicata in una dimensione positiva per allontanare il male, ma le stesse norme

potevano essere usate per dare del male, in questo caso si parla di magia nera, per la quale era

prevista la pena di morte.

La medicina è un inizio di magia e scienza: la malattia era una sorta di impurità che andava

scacciata sia con riti magici che con medicamenti, si utilizzavano elementi naturali per la

preparazione del farmaco che era accompagnato dal rituale magico.

Diffuse erano anche le pratiche di divinazione, in quanto vi era un forte interesse nel conoscere sia

il futuro che il presente. Ad esempio se una persona si ammalava era importante capire perchè si

era ammalata, da cosa era causata la situazione di impurità, se fosse perchè aveva fatto qualcosa

contro la divinità o perchè gli era stata fatta una fattura. Quindi conoscere la realtà presente. Ma

era importante anche il futuro, per conoscere cosa sarebbe accaduto da li a un periodo successivo

e perchè si riteneva che il futuro potesse essere modificato.

Le pratiche principali per conoscere il futuro erano:

studio del fegato. Si prendeva una pecora e se ne esaminava il fegato, studiandone le

• anomalie, sulla base delle quasi si poteva ricavare informazioni sul futuro;

esame del volo degli uccelli. Si stabiliva uno spazio e poi si decideva che la direzione che

• avrebbe preso uno stormo nel suo passare avrebbe significato una determinata cosa;

prendere uno spazio chiuso in cui mettere dei segnacoli (bastoncini rappresentanti qualcosa,

• re, guerra, malattia ecc), poi si liberava un topo, che si muoveva tra i segnacoli toccandoli,

sbattendovi contro e li dandone quindi un linguaggio.

Il rituale non aveva efficacia al 100% ma era una sorta di sperimentazione

Mesopotamia l'esperto della magia è maschile mentre in Anatolia la figura esperta e femminile.

Arte

L’arte paleoanatolica è in parte tradizionale e in parte prende ispirazione dalle influenza

mesopotamiche e siriane.

Diffuse erano piccole immagini piatte in metallo di figure di divinità, realizzate tramite fusione in

stampi. Il metallo più diffuso con il quale venivano create era il piombo, in quanto ha una

temperatura di fusione piuttosto bassa. La loro funzione era magico-protettiva, la maggior parte dei

ritrovamenti è avvenuto nella abitazioni private, perciò si pensa fossero collegate a dei riti familiari

di culto. Queste figurine rappresentavano sia immagini singole sia coppie, raramente triadi di due

divinità adulte e di una più giovane. Le figure maschili erano raffigurate con una tiara appuntita a

striature orizzontali, una lunga gonna al centro divisa da una linea verticale con ai lati fitti tratti

orizzontali, oppure un perizoma liscio con orli frangiati o un gonnellino a balze orizzontali

sovrapposte. Le figure femminili venivano spesso ritratte nude, con le mani poggiate sui seni o

durante l’allattamento o con in bracco un’infante. L’acconciatura consiste in una cuffia piatta sulla

testa e che scende sulle tempie.

L’intaglio dell’avorio inizia a diffondersi nei centri urbani del Bronzo Medio, da officine palatine di

alcune delle capitali più importanti, come conseguenza dei rapporti economici e politici con le città

paleosiriane e la diffusione di tali prodotti importati dalla Siria nei centri anatolici. Gli artigiani

anatolici iniziano quindi a lavorare l’avorio in botteghe locali, come quella di Kultepe e di Alaca

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Huyuk. La più antica di queste opere è una statuetta femminile trovata in una tomba a Kutepe. Le

forme sono senza equilibrio: gambe e fianchi rappresentati rozzamente, il torso aggraziato. Si

tratta di un linguaggio popolaresco, che riduce gli aspetti naturalistici, che divengono motivi

arabescati, primo indice dello stile che assumeranno le botteghe hittite nei secoli più maturi.Tipiche

sono le figure di sfingi sedute e leoni. L’idea della rappresentazione della creatura mostruosa è

ispirata ai modelli mesopotamici, mentre l’atteggiamento è tipicamente paleoanatolico. Un esempio

ne è l’aquila frontale ad ali spiegate che sorvola due capretti accucciati. Il tema è di derivazione

mesopotamica, in quanto appartiene al ciclo delle divinità celesti, ma l’uso delle forme arabescate

e la scelta volumetrica del corpo dell’aquila è di gusto anatolico.

La ceramica in Anatolia viene usata in larga misura per il vasellame di grande pregio. Tipiche sono

le forme naturalistiche di particolare originalità. Vi sono i vasi utilizzati per i rituali, in lucente

ceramica rossiccia, come le brocche con grandi becchi e figurette applicate, ma anche recipienti,

vaschette, rhyta e contenitori. Le vaschette erano arredi di culti domestici, avevano corpi a rilievo

sui lati lunghi e teste bovine emergenti da quelli brevi. I recipienti erano spesso a forma animale,

come di leone stante o accasciato. Vi era una bocca a calice sul dorso, dalla quale venivano

riempite, e un versatoio ricavato dalla fauci digrignanti dall’animale. La ceramica poteva essere sia

rossa e lucida, ma anche in una gialla con pittura bruna. Le rappresentazioni sono quasi allucinate,

mentre se l’animale raffigurato è un capride allora son più naturalistiche. I rython erano invece

sono come dei grossi calici, bicchieri, dal fondo allungato e ricurvo, con sulla base la testa di un

animale, rappresentato in maniera molto naturale. Servivano per bere o per versare fluidi.

Ad esempio abbiamo un’Inandik decorato su quattro strisce, che son possibili da leggere

lateralmente e dal basso verso l’alto: in basso una donna miscela qualcosa in un recipiente, in un

contesto di musica; nel registro superiore il dio della tempesta è seduto su un toro mentre altri

personaggi camminano, vi è un altare e poi una scena di sacrificio; c’è una processione di

musicisti e portatori, poi due personaggi con spade alzate e una scena che volge verso il tempio

con musicisti sul tetto, due personaggi su un letto in una scena del matrimonio sacro (rito antico,

all'inizio dell'anno il re e la sacerdotessa si sposavano e forse avevano anche un rapporto

sessuale, questo assicurava l'unione tra divinità e popolo). Durante le cerimonie rituali le persone

comuni festeggiano fuori dalle mura del tempio suonando danzando e facendo sesso.

Con il XV secolo il vasellame inizia ad essere prodotto in metallo, soprattutto argento. I vasi erano

fatti di lamine d’argento fabbricate a infusione. La loro qualità era straordinaria.

Il primo sovrano a farsi raffigurare fu Mauatalli II, che si fece raffigurare per la prima volta in

Turchia sud orientale, con un copricapo a calotta in feltro e un lungo mantello ad avvolgere il

corpo, mentre tiene un bastone pastorale a ricciolo che quindi sta a simboleggiare il re come

pastore e quindi guida del popolo. A partire poi da Mursili III il re comincia a comparire dei sigilli.

Gli inizi della glittica cilindrica in Anatolia son da ricondursi alla presenza dei mercanti paleoassiri.

L’impiego di questi cilindri stimolò la botteghe anatoliche a produrne di propri e iniziare così uno

stile nuovo, che riprendeva sì i temi d’Assiria, Babilonia e Siria, ma che puntava ad una propria

originalità. Nei sigilli paleoanatolici le iscrizioni non sono frequenti e la scena è ricca di immagini,

soprattuto animali, inserite ovunque. Le scene rappresentate sono soprattutto rituali, la scena

dell’omaggio di figure umane e divine a un personaggio seduto in trono che può essere il re o il

dio. 9

Hatusa

l sito si trova presso il moderno villaggio di Bogazkoy (koy in turco vuol dire villaggio, boaz vuole

dire toro, si legge Boazkey). l primo a fare delle indagini archeologiche fu Chantre, nel 1893-1894.

Vi fu uno contro fra americani e tedeschi per questo scavo, ma infine l'impero ottomano diede la

concessione ai tedeschi, in quanto avevano identità politiche uguali.

Gli scavi iniziarono nel 1905 e da allora continuano, salvo le interruzioni durante la I e la II guerra

mondiale.

L’estensione del sito è di 160 ettari e la città era circondata da una cinta muraria con estensione

di 7 km. Il muraglione era costituito da due mura parallele che erano legate tra loro con alcuni muri

tagliati trasversali e all'interno erano riempite in terra battuta che dava solidità all'intera struttura.

Vi erano della torri con funzione difensiva, in quanto dalle finestre laterali gli arcieri potevano

colpire i militari che vi sostavano sotto. Lungo tutto il muro c'era un camminamento. La funzione di

queste cinte murarie era duplice: da un lato funzione era una pratica difensiva, dall’altro aveva una

funzione ideologica: le mura erano simbolo della forza dello stato e il fatto che il viandante arrivava

e vedeva questa alta cinta muraria con porte decorate e torri, gli faceva comprendere la forza e

l'importanza della città. Nel XII secolo tutte le porte furono murate, lasciandone aperte davvero

poche, in quanto non c'erano più soldati a difendere la città. Trovandosi, la città, sul lato orientale

che scende a precipizio verso un vallo nel quale scorre un torrente è difesa, poi, naturalmente

dalla roccia che scende molto ripida.

Vi sono tre porte monumentali nelle mura e sono nella parte meridionale della città. La porta dei

leoni prende il nome dalle due figure di leoni raffigurate con falci spalancate scolpiti nei pilastri

laterali della porta. Il significato delle fiere era quello di tenere lontano il nemico: colui che si fosse

avvicinato alle porte della città con intenzioni ostili sarebbe stato colpito da leoni immaginari. Vi è

poi la porta del re: porta esterna, una camera e poi un'altra porta che da verso l’interno. La camera

interna era per la guarnigione della sorveglianza. Nella porta dei re abbiamo l'immagine di un

personaggio maschile posto sul lato interno. Infine la porta delle sfingi, 4 in totale. La sfinge è un

animale ibrido dal corpo di leone e le ali e la testa umana. Le sfingi sono delle divinità protettrici.

La città si divideva in due grandi aree: la città alta (unterstadt) e città bassa (oberstadt). Tra una

e l'altra c'era un dislivello di 70 m. L’acropoli era situata ad una quota più alta della città bassa, ma

meno alta della città alta, in quanto era il centro direzionale della città quando essa era molto più

piccola e non comprendeva Hattusa alta, che fu stata ampliata in un fase successiva. Il centro

direzionale della città era un grande palazzo, che era la residenza sia del sovrano e della famiglia

reale, sia di rappresentanza, cioè dove ricevere gli ospiti e tenere le assemblee del governo.

Nell'Anatolia del II millennio non c'era un'unica fabbrica palaziale, ma un insieme di edifici che

erano collegati tra di loro come una sorta di villaggi.

Gli edifici erano edificati con fondazioni di pietra e elevatori in legno e argilla, quasi tutti avevano

un secondo piano. Il dramma è che quello che noi vediamo sono le fondazioni di pietra e le

"cantine" del regno ittita, quindi la parte che in tale periodo non erano a vista; non solo non

abbiamo gli elevati ma non abbiamo neanche la parte che si riverisce al piano di camminamento,

non possiamo posizionare le porte o un sistema di illuminazione.

Nella città alta vediamo:

Sulla destra un edificio rettangolare diviso in tanti piccoli ambienti, con un portale di accesso

• che permetteva di accedere al primo cortile. Su questo primo cortile c'erano una serie di

edifici la cui interpretazione è abbastanza difficile, in quanto non sono stati ritrovati dei

materiali al loro interno. Si ritiene che questi primi tre o quattro edifici avessero una funzione

di carattere culturale. Uno di questi ha al suo interno un pozzo in cui sono stati ritrovati ossa

di animali e contenitori, vasi di ceramica, che fanno pensare a sacrifici, quindi vi è l’ipotesi che

fosse un santuario e fosse riconosciuto quale la fossa che mette in comunicazione il mondo

dei vivi dal mondo dei morti. 10

Edificio di forma quadrangolare tagliato da una serie di muri trasversali, a livello ipotetico si

• ritiene che questa grande struttura che aveva un perimetro di 50X50 m, fosse la corte delle

udienze, cioè l'edificio nel quale il sovrano esercitava il suo potere. I muri trasversali sono i

muri di rinforzo su cui si ergevano dei pilastri che reggevano il soffitto. Si ipotizza che questo

grande edificio fosse di ispirazione egiziana perchè è tipico dell'architettura egiziana la

presenza di edifici con funzione pubblica monumentale a colonne.

Accanto un edificio che sembra avere una funzione residenziale.

• Infine teniamo presente quell'edificio nella parte in alto verso destra diviso da 5 ambienti

• rettangolari, con forma trapezoidale, edificio che gli archeologici al momento dello scavo

hanno chiamato A e nel quale è stato rinvenuto il maggior numero di tavolette cuneiformi.

Trovati testi di tutte le varie tipologie per questo si è ipotizzato si trattasse di una biblioteca. Si

pensava che questi muri trasversali definissero l'ambiente in 5 grandi stanze e che sul

pavimento ci fossero i fori che servivano ad allocare i pali che per sostenere le scaffalature

lignee che tenevano le tavolette, queste erano avvolte, messe una dietro l'altra. Con il tempo

e il degrado degli ambienti tutte le strutture di legno erano collassate e le tavolette cadute

l'una sopra le altre. L’ipotesi fu poi contestata dagli ultimi studiosi perchè pare che non vi sia

alcuna traccia dei fori, ma piuttosto che questo sia un edificio con funzione di magazzino dove

sia stato fatto un grande scarico di tavolette. L'ipotesi è che Shuppiluliuma II al momento di

abbandonare la capitale abbia preso da tutti gli archivi di testi che si trovavano nella capitale

ittita quelli che gli servivano per l'amministrazione e gli altri li abbia fatti scaricare in questo

edificio. Il fondamento di questa osservazione è che moltissime di queste tavolette sono

frammentarie e non si riesce a ricostruirle integralmente.

Edificio trapezoidale rivestito completamente ricoperto di lastre di pietre bianche; l'effetto

• complessivo doveva essere fantastico in quanto si aveva questo muraglione alto 50 m che al

sole brillava. Sui lati di questo muraglione trapezoidale c'erano delle scale che facevano da

accesso monumentale attraverso il quale l’ospite, passando, restava impressionato. All'interno

di questa grande muraglia c'era un tunnel ricavato nella muratura con pietre poste in modo

tale da creare un angolo acuto.

Nella città bassa vediamo il grande complesso templare. Presenta delle zone riservate ad aree di

immagazzinamento e altre dove si gestiva l'entrata dei beni. Primo grande tempio fu scavato nel

1905/6 e la missione archeologica tedesca l'aveva chiamato Tempio 1, dedicato al dio della

tempesta e alla sua consorte: la dea sole. Il dio della tempesta, di tradizione indoeuropea, era

legato alla pioggia, al fulmine, e prendeva il nome ittita di Tarkuna. Sua moglie era una divinità

anatolica, erede di quelle grandi madri dell'età preistorica. Il Sole è l’elemento della fertilità della

terra perchè se il sole non risplende non c'è pianta che cresca, inoltre nell'ottica degli antichi il sole

era al tempo stesso una divinità celeste e una divinità actonia, perchè sorgeva dalle viscere della

terra, stava in cielo, e di notte ripercorreva le viscere della terra per andare da occidente a oriente

dove risorgeva. Nel poema di Gilgamesh si racconta che come prova egli dovette percorrere

questo tunnel sotterraneo del Sole arrivando prima di questo e battendolo sul tempo. Questo

grande tempio dedicato alle due divinità principali era quello con la più grande estensione. La

struttura templare vera e propria, invece, era un edificio di pianta rettangolare. In uno degli

ambienti è stato rinvenuto un grande basamento di pietra su cui si immagina che fosse collocata la

stutua della divinità. Il portale di accesso era pensato come una grande porta, a doppio accesso,

con tre camere all'interno e altri ambienti. Vi era poi il cortile rettangolare, con ambienti intorno con

funzione di ospitare gli arredi di culto, e un porticato che dava l'accesso alla parte più interna e

sacra, ovvero dove c'erano due celle. Non tutti avevano accesso al tempio, vi erano gradi differenti

di accesso: il contatto diretto con il dio avvenivano soltanto con il re e la famiglia reale, oltre a

sacerdoti di rango elevato. Il re era intermediario tra il popolo e il dio. Il resto della corte

partecipava alle cerimonie stando all'interno del grande cortile. Nella cella che conteneva la statua

della divinità, dove le costruzioni di pietra sono abbastanza ben conservate, gli archeologi hanno

individuato la presenza di due finestre, a sinistra e a destra del podio su cui si ergeva la statua

divina. In questo modo la luce colpiva chi entrava nella cella, mentre la statua della divinità restava

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in beni culturali, archeologici e storico-artistici
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Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher nontiscordardimepm2096 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Civiltà dell'Anatolia Preclassica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof De Martino Stefano.

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