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Il Docente del Corso
( Dott. A. Saporoso)
Introduzione allo studio della Biologia:
Non è più di un secolo che l’uomo si è reso conto che le sue caratteristiche biologiche potevano
essere studiate in dettaglio in maniera come si trasmettono da una generazione a un’altra, il
colore dei capelli, il colore degli occhi, l’altezza e anche certe malattie. Si era però convinti già nel
1930/40 che c’erano delle entità elementari, oggi chiamati geni, che controllavano in maniera a
volte semplice a volte molto complessa queste caratteristiche biologiche. Nel 1953 è successo che
grazie a potenti macchinari e potenti strumentazioni l’uomo è riuscito a chiarire qual è la natura
chimica della molecola che porta l’informazione genetica. Oggi tutti sappiamo che questa
molecola si chiama DNA Acido Desossiribonucleico, ma altro è chiamarlo per nome altro è capirlo
come è fatto e come funziona, c’è una certa differenza. Che cosa è successo di preciso nel 1953
quando Watson e Crikt pubblicarono il loro famoso articolo nel numero del 25 Aprile? L’uomo ha
dato una forma, un’immagine a questa molecola di DNA, e va detto che questa forma è riuscita
particolarmente significativa tanto è vero che oggi tutti pensando alla vita pensano a questa
doppia elica di DNA che si avvolge su se stessa, in questa struttura del DNA c’è anche il segreto del
funzionamento perché le nostre istruzioni biologiche sono racchiuse in una molecola la quale
sembra fatta apposta per duplicarsi e in maniera assolutamente identica, da una si duplica quasi
identica a se stessa. Si è imparato sempre di più e tutto è terminato con lo studio dell’intera
sequenza e struttura del proprio patrimonio genetico o genoma che è l’insieme delle istruzioni
biologiche per far sviluppare un organismo, una sorta di libretto di istruzioni, per tenerlo in vita e
al momento opportuno replicarsi. Ma perché l’uomo ha studiato i geni? Perché l’uomo studiava
cosa succedeva nelle famiglie se c’era un individuo che aveva un particolare difetto e come questo
venisse trasmesso nelle varie generazioni; e dopo un poco ci si rese conto che questa
trasmissione aveva una logica non facile, e quindi un po’ osservando gli esseri umani e i loro alberi
genealogici , molto osservando i temi più semplici dai piselli di Mendel , ai moscerini di Morgan, si
era riusciti a capire che era sufficiente per il momento studiare il comportamento di singoli tratti di
DNA del genoma che abbiamo chiamato geni. I geni sono di diversi tipi, i più semplici che sono
stati studiati per primi che vengono chiamati monofattoriali perché quando c’è un’alterazione a
carico di uno o più di questi geni si osserva subito l’effetto con un difetto o una caratteristica per
es. l’emofilia dipende dal difetto di un gene che detta le istruzioni per far coagulare il sangue dopo
una ferita, esistono forme di anemia molto gravi, per es. l’anemia falciforme in cui gli individui
muoiono perché i loro globuli rossi difettosi vengono distrutti dalla milza, il difetto sta in un gene
specifico che detta le istruzioni per fare una parte dell’emoglobina. Studiare questi geni è molto
più facile che studiare i geni più complessi, quindi l’uomo ha iniziato a studiare questi geni più
semplici che si vede subito o quasi l’effetto delle alterazioni. I geni più complessi e interessanti
sono i geni multifattoriali perché tutti insieme cooperano a far sviluppare all’individuo una
caratteristica piuttosto che un’altra. Accanto a delle caratteristiche ( altezza, peso, intelligenza) ci
sono purtroppo altre caratteristiche collegate a delle malattie patologiche sociali molto diffuse
tipo diabete, ipertensione, ritardo mentale, tendenza a malattie cardiocircolatorie e cosi via. I
difetti che dipendono da geni monofattoriali sono gravi ma sono rari tutti insieme non sono più
dell’ 1-2 % mentre le patologie che dipendono da geni multifattoriali riguardano la quasi totalità
della popolazione. 2
Allegato #1: Le caratteristiche della materia vivente.
La biologia (dal greco Βιολογία, composto da βίος, bìos = "vita" e λόγος, lògos = nel senso di
"studio") è quella materia che studia tutto ciò che riguarda la vita.
La biologia comprende uno spettro molto ampio di discipline, spesso considerate indipendenti. A
proporre il termine biologia furono, sui primi dell'1800, Jean-Baptiste de Lamarck e separatamente
Gottfried Reinhold Treviranus. Essa nasce molti anni fa, infatti già gli antichi greci, ad esempio, si
occuparono dello studio dei fenomeni biologici: basta ricordare l'accuratezza con cui Aristotele nel
343 a.C. descriveva lo sviluppo dell'uovo di gallina.
Come tutte le scienze, la biologia si pone come obiettivo generale la descrizione del mondo, ma si
pone anche interrogativi che riguardano la persona umana. In particolare, ci si interroga su come
delle alterazioni biologiche determinano l'insorgenza delle malattie. Molte di queste malattie sono
su base ereditaria; è in questi casi che la biologia e la genetica si trovano a collaborare
strettamente nel chiarimento del fenomeno biologico. È interessante ricordare come già nel
Talmud si dispensano dalla circoncisione i figli maschi nati da donne i cui fratelli avevano avuto
un'emoragia in seguito a questa pratica religiosa; questo precetto ci fa capire come già a
quell'epoca era stata compresa la modalità di trasmissione di questa malattia ereditaria: l'emofilia.
In particolare, oggi la biologia è studiata soprattutto a livello cellulare: grazie allo studio delle
molecole che compongono la cellula sono stati raggiunti traguardi considerevoli nella conoscenza
della più piccola unità di materia vivente di cui sono costituiti tutti gli organismi viventi. Nel nostro
corpo vi sono circa 10 trilioni di cellule, e la nostra salute dipende dal loro buon funzionamento.
Dall'osservazione di queste numerosissime cellule, i biologi sono giunti alla conclusione che
esistono due tipologie fondamentali: le cellule procariote (per esempio, i batteri) e le cellule
eucariote (quelle che formano il corpo delle piante, degli animali e dell'uomo).
Le conoscenze nel campo della genetica hanno avuto grande sviluppo, grazie ai nuovi strumenti di
indagine molecolare su larga scala, su cui si basa il progetto genoma umano che ha come obiettivo
la mappatura del patrimonio genetico umano (genoma), ovvero la descrizione della struttura, della
posizione e della funzione dei 100.000 geni che caratterizzano la specie umana. Lo studio del
genoma implica il sequenziamento del DNA, cioè l’identificazione dell’esatta sequenza dei tre
miliardi di coppie di basi azotate che ne compongono la molecola e la mappatura, ovvero la
determinazione della posizione occupata da ciascun gene rispetto agli altri. La comprensione della
funzione del gene e di quali malattie possano derivare da sue alterazioni costituisce l’obiettivo
finale del progetto.
Evoluzione
La teoria dell'evoluzione delle specie è uno dei pilastri della biologia moderna. Nelle sue linee
essenziali, essa è riconducibile all'opera di Charles Darwin (che vide nella selezione naturale il
motore fondamentale dell'evoluzione della vita sulla Terra) e alla genetica.
La definizione del concetto di evoluzione ha costituito una vera e propria rivoluzione nel pensiero
scientifico in biologia, e ha ispirato numerosi teorie e modelli in altri settori della conoscenza.
Storia
Sin da prima che Charles Darwin, il "padre" del moderno concetto di evoluzione biologica,
pubblicasse la prima edizione de L'origine delle specie, le posizioni degli studiosi erano divise in
due grandi correnti di pensiero che vedevano, da un lato, una natura dinamica ed in continuo
cambiamento, dall'altro una natura sostanzialmente immutabile (la Scala Naturae di Linneo).
In ogni modo, ancora alla fine del 1700 la teoria predominante era quella "fissista" dello scienziato
Linneo, che definiva le varie specie come entità create una volta per tutte e incapaci di modificarsi
o capaci entro ben determinati limiti. Organismi creati da un principio intelligente, superiore,
ovviamente la teoria era accreditata perché d’accordo con quella teologica. ll merito maggiore 3
dello svedese fu la definizione e l'introduzione nel 1735 della nomenclatura binomiale, basata sul
modello aristotelico di definizione mediante genere prossimo e differenza specifica, nel sistema di
classificazione delle piante e degli animali. Con questo metodo tassonomico a ciascun organismo
sono attribuiti due nomi (di origine latina): il primo si riferisce al Genere di appartenenza
dell'organismo stesso ed è uguale per tutte le specie che condividono alcuni caratteri principali
(nomen genericum); il secondo termine, che è spesso descrittivo, designa la Specie propriamente
detta (nome triviale o nome specifico). La portata dell’innovazione fu enorme; precedentemente
alla nomenclatura binomiale il sistema di nomenclatura era semplicemente basato su un'estesa
descrizione di ogni pianta, in latino, per i caratteri distintivi ritenuti di rilievo, in modo del tutto
arbitrario, da ogni classificatore.
Con la pubblicazione nel 1809 dell'opera Philosophie zoologique, Lamarck giunse alla conclusione
che gli organismi, così come si presentavano, fossero il risultato di un processo graduale di
modificazione che avveniva sotto la pressione delle condizioni ambientali. Nel tentativo di dare
una spiegazione a quella che era la prima teoria evoluzionista, egli la basò su tre idee:
La grande varietà di viventi: Lamarck riteneva che poche specie fossero riuscite a rimanere
immutate nel corso del tempo.
L'uso e il non uso degli arti: secondo Lamarck, le specie avevano con il tempo sviluppato gli
organi del loro corpo che permettevano di sopravvivere e di adattarsi all'ambiente. Per spiegare
questa idea ricorse all'esempio delle giraffe: in un primo momento, secondo Lamarck, sarebbero
esistite solo giraffe con il collo corto; queste ultime, per lo sforzo fatto per arrivare ai rami più alti,
sarebbero poi riuscite a sviluppare collo e zampe anteriori e quindi ad avere organi adatti alle
circostanze.
L'ereditarietà dei caratteri acquisiti: Lamarck supponeva che le specie tramandassero i caratteri
acquisiti (il collo e le zampe più lunghi nel caso delle giraffe) ai discendenti.
Lamarck comunque fu il primo scienziato a propugnare una teoria evoluzionista che affermava la
mutazione delle specie nel corso del tempo (idea che sarà poi ripresa da Darwin). In questo modo
Lamarck portò la biologia fuori dal creazionismo e fondò una prospettiva dinamica della storia
della natura.
Come nacque la teoria evoluzionista di Darwin? Charles Darwin pubblicò la sua teoria
sull'evoluzione delle specie nel libro L'origine delle specie (1859), che è rimasto il suo lavoro più
noto. Raccolse molti dei dati su cui basò la sua teoria durante un viaggio intorno al mondo sulla
nave HMS Beagle, e in particolare durante la sua sosta alle Isole Galápagos. Fu colpito dalla
variabilità delle forme viventi che aveva avuto modo di osservare nei loro ambienti naturali
intorno al mondo. Riflettendo sugli appunti di viaggio e traendo spunto dagli scritti
dell'economista Thomas Malthus, Darwin si convinse che la “lotta per la vita” fosse uno dei motori
principali dell'evoluzione intuendo il ruolo selettivo dell'ambiente sulle specie viventi. L'ambiente,
infatti, non può essere la causa primaria nel processo di evoluzione (come invece sostenuto nella
teoria di Lamarck) in quanto tale ruolo è giocato dalle mutazioni genetiche, in gran parte casuali.
L'ambiente entra in azione in un secondo momento, nella determinazione del vantaggio o
svantaggio riproduttivo che quelle mutazioni danno alla specie mutata, in poche parole, al loro
migliore o peggiore adattamento (fitness in inglese).
I principali meccanismi che lui sottolinea sono:
La continua lotta per la sopravvivenza.
Il numero esiguo di individui che riuscivano a raggiungere la maturità sessuale.
La variabilità tra caratteri rispetto al luogo ed all’ereditarietà.
I caratteri favorevoli, sfavorevoli o neutrali, diventano frequenti di generazione in generazione.
Nonostante le profonde modifiche cui è andata (e va) incontro anche ai giorni nostri la teoria
dell'evoluzione per selezione naturale, le riflessioni di Darwin sono ancor oggi la base ed il
presupposto scientifico per lo studio della vita e della sua evoluzione; unica lacuna importante nel
sistema darwiniano era la mancanza di conoscenza dei meccanismi dell'ereditarietà genetica. (i
lavori di Gregor Mendel non erano ancora pubblicamente noti). 4
Selezione naturale
La selezione naturale è il fenomeno per cui organismi della stessa specie con caratteristiche
differenti ottengono, in un dato ambiente, un diverso successo riproduttivo; la conseguenza di ciò
è che le caratteristiche che tendono ad avvantaggiare la riproduzione diventano più frequenti di
generazione in generazione. Si ha selezione perché gli individui hanno diversa capacità di utilizzare
le risorse dell'ambiente e di sfuggire a pericoli presenti (come predatori e avversità climatiche);
infatti le risorse a disposizione sono limitate, e ogni popolazione tende ad incrementare la sua
consistenza in progressione geometrica, per cui i cospecifici competono per le risorse (non solo
alimentari). È importante notare che mutazione e selezione, prese singolarmente, non possono
produrre un'evoluzione significativa. La prima, infatti, non farebbe che rendere le popolazioni
sempre più eterogenee. Inoltre, per il suo carattere casuale, nella maggior parte dei casi essa è
neutrale, oppure nociva, per la capacità dell'individuo che la esibisce di sopravvivere e/o riprodursi.
La selezione, dal canto suo, non può introdurre nella popolazione nessuna nuova caratteristica:
tende anzi ad uniformare le proprietà della specie. Solo grazie a sempre nuove mutazioni la
selezione ha la possibilità di eliminare quelle dannose e propagare quelle (poche) vantaggiose. Le
mutazioni forniscono perciò il meccanismo che permette alla vita di perpetuarsi. Infatti gli
ambienti sono in continuo cambiamento e le specie scomparirebbero se non fossero in grado di
sviluppare adattamenti che permettono di sopravvivere e riprodursi nell'ambiente mutato.
La speciazione
Affinché specie oggi distinte possano discendere da un progenitore comune è necessario che le
specie in qualche modo "si riproducano". Ciò richiede che una parte della specie subisca
un'evoluzione divergente dal resto, in modo che ad un certo punto si siano accumulate tante
variazioni da poterla considerare una specie distinta.
Speciazione allopatrica
La speciazione allopatrica avviene quando l'evoluzione di parti diverse della specie madre avviene
in territori diversi. È necessario che l'areale della specie sia discontinuo, ossia che sia diviso in
porzioni disgiunte, separate da zone in cui la specie non può vivere. Si ha quindi un isolamento
geografico.
Speciazione simpatrica
Si ha speciazione simpatrica quando due popolazioni si evolvono separatamente pur vivendo nello
stesso territorio. L'isolamento riproduttivo senza separazione geografica si può avere in due modi.
L'isolamento ecologico è dovuto al fatto che le popolazioni occupano nicchie ecologiche
differenti. Un esempio classico sono i fringuelli delle Galápagos, che han dato origine a
specie diverse per alimentazione. L'isolamento genetico è causato da riarrangiamenti
cromosomici stabilizzatisi in un piccolo gruppo.
Evoluzione :
L’evoluzione è quel processo di formazione delle forme viventi a partire da organismi più semplici;
tale processo ebbe inizio circa 3,5 miliardi di anni fa, con la comparsa dei primi organismi
procarioti. In particolare, nel processo di evoluzione si inquadra il processo di speciazione, ossia di
formazione di nuove specie, che è in continuo svolgimento.
La vita può essere descritta come l’insieme di proprietà caratteristiche che distinguono gli
organismi viventi dalla materia non vivente, quali:
• 1. Complessità strutturale
• 2. Capacità di utilizzare energia
• 3. Capacità di riproduzione
• 4. Reattività all’ambiente esterno 5
Una prima caratteristica degli organismi viventi è senz’altro la loro complessità strutturale non
solo quella che si apprezza a occhio nudo, ma ancor di più quella che si nasconde a livello del
costituente comune di tutti gli organismi, la cellula, e dei suoi componenti, formati da molte
molecole e macromolecole nelle quali si organizzano gli atomi che compongono la materia vivente
e non vivente.
Una seconda caratteristica dei viventi è quella di essere capaci di utilizzare energia, e di impiegarla
per svolgere le molteplici attività biologiche, tra le quali: sintesi delle molecole che consentono la
crescita e la riproduzione cellulare
• movimento
• la trasmissione degli impulsi nervosi sotto forma di potenziale elettrico
L'autotrofia è la condizione nutrizionale di un organismo in grado di sintetizzare il proprio
nutrimento a partire da sostanze inorganiche e utilizzando energia non derivante da sostanze
organiche. Sono autotrofe, ad esempio, tutte le piante che, attraverso il processo di fotosintesi
clorofilliana, riescono a sintetizzare composti organici a partire da sostanze inorganiche: anidride
carbonica e acqua grazie all'energia elettromagnetica della radiazione solare. La parola, di origine
greca, è formata dai termini αὐτός (stesso) e τ&rho
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