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Il movimento umano

La comprensione del movimento umano non è immediata, in quanto esso è garantito dal movimento simultaneo di diversi segmenti corporei: non ha senso infatti limitare il movimento all'analisi di due segmenti corporei o di un'articolazione, ma l'analisi deve riguardare le catene di movimento. Le catene di movimento sono composte di più “anelli”: regola generale vuole che le catene con pochi anelli consentiranno poche combinazioni di movimenti, quindi movimenti più grossolani. Ad esempio, se la colonna vertebrale avesse solamente quattro vertebre, il movimento sarebbe molto meno fine, così come se il dito avesse un'unica falange.

L'organismo umano è un sistema complesso e ridondante: complesso perché ciascun degli elementi del sistema (nel nostro caso, la catena) influenza l'atteggiamento degli altri moduli e perché il sistema consente una notevole mole di movimenti e di controllo, ridondante in quanto il sistema permette la propria regolazione ed il proprio controllo a diversi livelli.

Sistema meccanico umano

Il sistema meccanico umano, composto da ossa, articolazioni e muscoli, deve garantire:

  • Mobilità, garantita dalla tipologia di articolazione ed espressa in gradi di movimento;
  • Stabilità, processo che garantisce la permanenza del centro di movimento articolare per tutto il ROM (range of motion, range di movimento).

Il grado di movimento esprime le modalità con le quali il segmento di riferimento si muove rispetto al segmento adiacente: ad esempio, nel caso della spalla si dice che questa articolazione ha tre gradi di movimento (adduzione/abduzione, rotazione esterna/interna, flessione/estensione). Quasi sempre i movimenti relativi si riferiscono a rotazioni: quindi esiste un asse di movimento, attorno al quale un segmento ruota, ed un centro di rotazione. L'asse però non è sempre rigido e fisso: è più corretto sostituire il concetto di “asse” con quello di “fascio di assi”. Si definisce “fisiologico” solamente quando il range di movimento (ROM) capo osseo rimane sempre centrato rispetto all'altro capo.

Stabilità e ipermobilità

Che differenza c'è tra stabilità ed ipermobilità? Occhio a non confondere i due concetti, in quanto un'articolazione ipermobile può essere stabile così come un'articolazione rigida può essere instabile: questo concetto è particolarmente evidente nel sistema osteoarticolare femminile.

Una catena di movimento (insieme di articolazioni) è dotata di una buona mobilità solamente se la somma della mobilità di ogni singolo suo anello è imponente: ad esempio, nella colonna vertebrale la mobilità delle singole vertebre non è eccelsa ma la somma di movimenti possibili è decisamente impressionante. Se un anello, un'articolazione, della catena è rigido ne risulta che, per ottenere lo stesso grado di mobilità, gli anelli vicini dovranno diventare ipermobili.

Stabilità passiva

I meccanismi che garantiscono il mantenimento della stabilità si dividono in attivi e passivi. La stabilità passiva è quella tipologia di stabilità determinata da dispositivi anatomici non contrattili (quindi non annoveriamo i muscoli), strutture atte a mantenere l'articolazione in sede quindi senza l'impiego di forza. Forme di stabilità passiva sono:

  • Geometria dei capi ossei: particolarmente evidenti le forme di stabilità legata alla geometria nelle articolazioni del gomito, coxo-femorale e gleno-omerale;
  • Cercini, menischi, dischi e strutture cartilaginee: determinano l'aumento della congruenza tra i capi articolari, come nel caso dell'articolazione del ginocchio dove i menischi rendono i piatti tibiali più accoglienti;
  • Legamenti intra-articolari: tipico l'esempio dell'articolazione gleno-omerale;
  • Pressione negativa articolare: una condizione simile al “sotto vuoto” presente nelle articolazioni.

Stabilità attiva

La stabilità attiva è prerogativa dei muscoli, che si distinguono in muscoli stabilizzatori e mobilizzatori. I muscoli stabilizzatori sono muscoli profondi che controllano finemente il movimento, in modo tale che i centri di rotazione siano rispettati lungo tutto il range di movimento: ad esempio, la funzione del muscolo sovraspinato nell'abduzione del braccio. I muscoli stabilizzatori vengono distinti in:

  • Muscoli stabilizzatori globali: muscoli che controllano il ROM fisiologico, con un braccio di leva decisamente vantaggioso, con fibre miste (ad esempio, la funzione degli addominali obliqui);
  • Muscoli stabilizzatori locali: muscoli che controllano il ROM accessorio, che si inseriscono in prossimità dell'articolazione (sulla capsula o sui legamenti articolari), con braccio di leva piccolo e fibre lente (ad esempio, il muscolo sottoscapolare nella stabilità della spalla).

Quando i muscoli sono particolarmente superficiali, con braccio di leva ampio e con cattivo controllo del movimento, si dice che sono scarsi stabilizzatori: è il caso del bicipite femorale nella stabilità di anca e del muscolo sternocleidomastoideo nella stabilità vertebrale. Anticipiamo alcune regole generali molto importanti per la comprensione dei meccanismi di stabilità attiva.

Regole generali dei meccanismi di stabilità

  • Verso le estremità sono presenti maggiormente meccanismi di stabilità passiva, mentre al centro prevalgono i sistemi di stabilità attiva;
  • Verso la periferia della catena di movimento, le articolazioni hanno sempre meno gradi di movimento (particolarmente evidente il caso dell'arto superiore);
  • È più comune la lesione di meccanismi di stabilità passiva nelle articolazioni periferiche piuttosto che in quelle prossimali.

Il momento di leva è composto da un braccio di leva e dall'applicazione di una forza. Il braccio di leva è la distanza tra il punto di applicazione della forza ed il centro di rotazione (fulcro): per esempio, nel caso di una porta, tanto più lontano è il punto di applicazione della forza tanto più efficace è l'applicazione della forza stessa e quindi sarà necessaria una quantità di forza minore. Per conoscere il braccio di leva e le proprietà della leva (muscolo) è necessario quindi conoscere l'origine, l'inserzione e la distanza dal giunto articolare.

Analisi posturale

Piano frontale

La postura che il tronco dovrebbe assumere in fase di riposo è molto ben delineata: nella stazione eretta, l'ideale sarebbe un atteggiamento verticale di tutte le 206 ossa in modo tale da mantenere l'equilibrio senza l'impiego di forza. Se pensiamo ad un qualsiasi oggetto, esso starà facilmente in equilibrio se messo in posizione verticale: lo sforzo fisico dell'organismo in posizione verticale è minimo.

Nella posizione eretta ideale, i piedi si trovano sulla verticale (tracciata con un filo a piombo) della testa dell'omero. I piedi non sono collocati in un piano sagittale puro, ma sono leggermente extraruotati (aperti) di circa 10°, quindi descrivono un angolo di 20°.

L'arco plantare mediale deve essere sollevato da terra, mentre l'arco plantare laterale sosterrà tutto il carico: l'arco mediale infatti è più flessibile, mentre l'arco laterale è più rigido e capace di sopportare grandi carichi. Come l'arco mediale, anche l'arco plantare anteriore è molto flessibile: questa caratteristica flessibilità consente di ammortizzare l'energia prodotta dai sovraccarichi e dal movimento, in modo tale da non trasmettere l'energia alle parti più deboli.

Se tiro un filo a piombo dal margine distale della tibia, esso deve cadere sul secondo raggio del piede: nel caso in cui il bicipite femorale sia iperattivo si parla di tibia extraruotata, nel caso invece di adduttori iperattivi si parla di tibia intraruotata.

La linea che unisce i due epicondili femorali dovrebbe essere sul piano frontale; questa linea viene valutata anche per l'analisi della rotazione femorale (femore normoruotato).

Nel bacino, eventuali dislivelli vengono valutati seguendo le creste iliache, in particolare le SIAS; queste considerazioni devono essere “prese con le pinze” nel caso di sportivi, in quanto le SIAS sono sedi di origine di muscoli particolarmente potenti. Nel caso di dislivello delle creste iliache, si parla di eterometria di tipo anatomico (ossa con lunghezze diverse) o funzionale (allineamento delle ossa asimmetrico). Ad esempio, nel caso di uno sportivo appena riabilitato da lesione del legamento crociato o del collaterale, anche il bacino ne risente: come dicevamo prima, si parla di catene di movimento e non di singole articolazioni.

L'allineamento della colonna vertebrale dovrebbe essere semplice, senza deviazioni assiali. È concessa una leggera deviazione a livello degli organi mediastinici. Dall'incisura giugulare dello sterno fino alla sinfisi pubica la linea dovrebbe essere sul piano verticale. L'angolo descritto dalle cartilagini costali dovrebbe essere al massimo di 60°.

Per quanto riguarda l'allineamento degli arti superiori, un filo a piombo tirato da ogni testa femorale dovrebbe avere la stessa distanza.

Le clavicole, ossa molto mobili, dovrebbero essere inclinate di 10° rispetto all'orizzontale con estremità mediale elevata rispetto alla laterale: se la clavicola è troppo elevata, potrebbe indicare l'iperattività del muscolo trapezio.

Analizzando il rachide cervicale, distinguiamo comunemente due porzioni: il rachide cervicale superiore fino a C3 ha funzioni di mobilità fine (flesso-estensione, lateralità, rotazione) mentre il rachide cervicale inferiore (da C4 a C7) è responsabile di movimenti più grossolani.

Per quanto riguarda il cranio ed il viso, si dovrebbe avvertire una certa simmetria attorno alla linea mediana del viso.

In vista frontale posteriore, l'asse mediana del calcagno potrebbe essere inclinata di 10° rispetto alla verticale.

La tibia dovrebbe essere in stazione verticale ed a livello del cavo popliteo dovrebbe essere una piega cutanea obliqua, in quanto nei movimenti di flesso-estensione sono presenti anche movimenti di rotazione. La linea che unisce le apofisi dovrebbe essere verticale.

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Scienze biologiche BIO/16 Anatomia umana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Neno88 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Anatomia dell'uomo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Travan Luciana.
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