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Alcune scelte di Obama in Medio Oriente e la reazione europea. Tre casi studio Appunti scolastici Premium

Uno dei pilastri della dottrina Obama è stato sin da subito un rinnovato focus sul teatro dell’Asia/Pacifico, dove è maggiore e più profonda la rete d’interdipendenze strategiche ed economiche che coinvolgono gli Stati Uniti, anche per contenere la Cina in quanto rising power potenzialmente revisionista.
Nonostante la propensione per questo pivot to Asia, che doveva... Vedi di più

Esame di Storia della politica internazionale docente Prof. P. Wulzer

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ESTRATTO DOCUMENTO

Quando arrivò alla Casa Bianca, Obama aveva come obiettivo quello di mettere

fine all’impegno militare degli Stati Uniti in Iraq e in Afghanistan. Non cercava

nuovi mostri da sconfiggere, ed era particolarmente attento a non promettere la

vittoria in conflitti che riteneva impossibili da vincere. Ciò semplicemente perché

Obama, come già sottolineato, è un non-interventista. Nella citata intervista a

Jeffrey Goldberg egli ha dichiarato che il primo compito di un presidente

16

americano sulla scena internazionale dopo Bush era “non fare stupidaggini”. Il

messaggio inviato da Obama era chiaro: non avrebbe fatto la stessa fine di

George W. Bush, un presidente che si era ritrovato tragicamente esposto in

Medio Oriente e che con le sue decisioni aveva riempito di soldati americani gli

ospedali militari: «Sganciare bombe su qualcuno solo per dimostrare di essere

17

pronti a sganciare bombe su qualcuno è il motivo peggiore per usare la forza».

Il vice consigliere per la sicurezza nazionale Ben Rhodes ha affermato:

Se uno dicesse, per esempio, che libereremo l’Afghanistan dai talebani e

costruiremo in quel paese una democrazia stabile, il presidente sa bene che

18

qualcuno, sette anni dopo, chiederà conto di quella promessa.

Per Obama secondo il quale, in linea di massima, il presidente degli Stati Uniti

non dovrebbe far correre gravi rischi ai suoi soldati per scongiurare catastrofi

umanitarie, a meno che queste catastrofi non rappresentino un’esplicita minaccia

alla sicurezza del paese la Siria rappresentava una strada potenzialmente

scivolosa come l’Iraq. In generale durante il suo primo mandato Obama si era

convinto che poche minacce potessero giustificare un intervento militare degli

Stati Uniti in Medio Oriente.

16 J. Goldberg, op. cit. (Traduzione mia)

17 Ivi. (Traduzione mia)

18 The White House Office of the Press Secretary, Briefing by Deputy National Security Advisor

for Strategic Communications Ben Rhodes, March 24, 2014. (Traduzione mia)

19

Tuttavia nell’estate 2012, quando la Casa Bianca sospettava che il regime di

Assad stesse valutando l’opportunità di usare armi chimiche, lo stesso Obama

dichiarò:

Siamo stati molto chiari con il regime di Assad: la linea rossa per noi è

quando cominciamo a osservare una serie di armi chimiche che entrano in

circolazione o vengono usate. Questo cambierebbe i miei calcoli. Questo

19

cambierebbe la mia equazione.

Considerata la sua contrarietà a un intervento, la netta linea rossa che Obama

stava così tracciando era sorprendente.

In realtà si trattava comunque di una postura pubblica difensiva, non

intimidatoria. L’obiettivo era scongiurare l’incubo di intervenire a Damasco e,

notificando ad Assad l’unica mossa da evitare per non scatenare una più

veemente reazione americana, Obama fissava la linea rossa proprio perché essa

non venisse superata. Al contempo si scommetteva sulla razionalità del dittatore

siriano, il quale, secondo i calcoli del presidente, mai avrebbe segnato la propria

condanna chimica.

Inoltre tra i membri dell’amministrazione Obama c’era il solito fervente

interventismo. La prima a sostenere la necessità di armare i ribelli siriani era stata

Samantha Power, l’attuale ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite e la più

interventista tra i consiglieri di Obama. Power è favorevole alla dottrina della

“responsibility secondo cui la sovranità di un paese non è inviolabile

to protect”, 20

quando un governo massacra i suoi cittadini.

19 The White House Office of the Press Secretary, Remarks by the President to the White House

Press Corps, August 20, 2012. (Traduzione mia)

Does the United States have a ‘responsibility to protect’ the Syrian people?,

20 M. Abramowitz,

in https://www.washingtonpost.com/opinions/does-the-united-states-have-a-responsibility-to-

protect-the-syrian-people/2013/09/06/5decf4c0-167d-11e3-be6e-dc6ae8a5b3a8_story.html,

06/09/2012. 20

Qualche mese più tardi, mentre il conflitto siriano proseguiva in tutta la sua

inaudita violenza, Obama, rivolgendosi direttamente ad Assad, ha voluto

sottolineare nuovamente che il ricorso alle armi chimiche avrebbe scatenato la

dura reazione americana:

L’uso di armi chimiche è e sarebbe del tutto inaccettabile. E se

commetterete il tragico errore di usare tali armi, ci saranno conseguenze e

21

sarete riconosciuti come responsabili.

La risolutezza venne ribadita anche nell’aprile 2013, quando Obama “chiuse il

cerchio” dell’opposizione americana alle chemical weapons. Dalla circolazione

all’uso, dall’uso alla sistematicità: «Non possiamo stare a guardare e permettere

22

l’uso sistematico di armi come quelle chimiche sulla popolazione civile».

3. L’escalation di Assad e l’inatteso non-intervento USA: il punto di vista

europeo

Il 21 agosto 2013 lo scontro siriano tra forze pro-Assad e ribelli registrò la pagina

più cupa sin dall’inizio dei disordini: i militari fedeli al presidente siriano

bombardarono diversi quartieri usando missili contenenti agenti chimici tossici.

L’episodio è stato definito “attacco chimico di Ghūṭa” in quanto proprio

quell’area, nei pressi dei sobborghi orientali e meridionali di Damasco, è stato

colpita da missili SSM (Surface to Surface Missiles, missili terra-terra)

contenenti l’agente chimico sarin, gas nervino che colpisce il sistema nervoso.

21 The White House Office of the Press Secretary, Remarks by the President at the Nunn-Lugar

Cooperative Threat Reduction Symposium, December 03, 2012. (Traduzione mia)

22 The White House Office of the Press Secretary, Remarks by the President Obama and His

Majesty King Abdullah II before Bilateral Meeting, April 26, 2013. (Traduzione mia)

21

Il numero complessivo di morti non è definito, ma si parla di oltre un migliaio di

23 24 25

vittime. 26

Le Nazioni Unite intervennero nell’immediato , quantomeno per far luce

sull’accaduto: il rapporto definitivo di 38 pagine, redatto da un team

indipendente delle Nazioni Unite appositamente incaricato e consegnato al

Segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, ha confermato che «le armi

chimiche sono state usate relativamente su larga scala nel conflitto tra le due parti

27

in Siria, anche contro i civili, inclusi i bambini». Il rapporto fu la prima e

immediata conferma proveniente da una fonte indipendente e ufficiale dell’uso

28

effettivo di armi chimiche.

Il mondo intero aveva ascoltato le dichiarazioni di Obama, i suoi avvertimenti, la

sua fermezza riguardo a un intervento americano non appena la linea rossa fosse

stata varcata.

23 The Daily Star Lebanon, Bodies still being found after alleged Syria chemical attack:

opposition, in http://www.dailystar.com.lb/News/Middle-East/2013/Aug-22/228268-bodies-

still-being-found-after-alleged-syria-chemical-attack-opposition.ashx#axzz2chzutFua,

22/08/2013.

24 BBC News, Syria chemical attack: what we know, in http://www.bbc.com/news/world-

middle-east-23927399, 24/09/2013.

25 The Washington Post, More than 1400 killed in Syrian chemical weapons attack, US says, in

https://www.washingtonpost.com/world/national-security/nearly-1500-killed-in-syrian-

chemical-weapons-attack-us-says/2013/08/30/b2864662-1196-11e3-85b6-

d27422650fd5_story.html, 30/08/2013.

Syria to allow UN to inspect ‘chemical weapons’ site,

26 BBC News, in

http://www.bbc.com/news/world-middle-east-23833912, 25/08/2013.

27 UN, United Nations Mission to Investigate Allegations of the Use of Chemical Weapons in the

Syrian Arab Republic. Final Report,, A/68/663, S/2013/735, New York, 13/12/2013b.

(Traduzione mia)

28 UN, Report of the United Nations Mission to Investigate Allegations of the Use of Chemical

Weapons in the Syrian Arab Republic on the alleged use of chemical weapons in the Ghouta

area of Damascus on 21 August 2013, Note by the UN Secretary-General, A/67/997–

S/2013/553, New York, 14/09/2013a. 22

Intervenendo nell’immediato post attacco, il segretario di Stato John Kerry lasciò

intendere che Assad avrebbe dovuto essere punito anche perché erano in gioco

29

«la credibilità e gli interessi futuri degli Stati Uniti e dei nostri alleati». E

aggiunse:

Ha direttamente a che fare con la nostra credibilità e con la fiducia degli altri

paesi negli Stati Uniti. Ci stanno osservando per capire se la Siria riesce a

farla franca, perché allora forse potranno esporre il mondo a un rischio

30

ancora maggiore.

Proprio Obama rafforzò il messaggio di Kerry:

È importante per noi riconoscere che quando vengono uccise più di mille

centinaia di bambini innocenti, con l’impiego di un’arma

persone, tra cui dell’umanità non dovrebbe essere usata neanche in

che secondo il 98-99%

guerra, e non viene intrapresa nessuna azione, allora stiamo mandando il

segnale che quella norma internazionale non significa molto. E questo è un

31

pericolo per la nostra sicurezza.

Obama sembrava dunque essere giunto alla conclusione che in Siria fosse

davvero in gioco la credibilità della deterrenza americana, e un eventuale danno

dal Medio Oriente avrebbe potuto estendersi anche ad altre regioni del mondo.

Assad, apparentemente, era riuscito a spingere il presidente americano su una

posizione che egli non aveva mai pensato di dover assumere.

Già in una conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca, nel maggio 2013, il

premier britannico David Cameron aveva detto: «La storia della Siria si sta

29 U. S. Department of State, Statement on Syria. Remarks by Secretary of State, August 30,

2013. (Traduzione mia)

30 Ivi. (Traduzione mia)

31 The White House Office of the Press Secretary, Remarks by President Obama and the

Presidents of Estonia, Lithuania, and Latvia, August 30, 2013. (Traduzione mia)

23

scrivendo con il sangue del suo popolo e questo sta succedendo sotto i nostri

32 , e la dichiarazione serviva proprio a incoraggiare Obama a un’azione più

occhi»

decisa. Dopo l’attacco chimico di Ghūṭa, Cameron aveva comunque

l’impressione che il presidente avrebbe fatto rispettare la linea rossa.

Anche il presidente francese François Hollande, il più interventista dei leader

europei, era sicuro che gli Stati Uniti fossero pronti ad attaccare, magari creando

33

un fronte comune con gli alleati.

Dalla Casa Bianca, intanto, Assad era stato pubblicamente accusato di essersi

34

macchiato di un crimine contro l’umanità. Il discorso di Kerry sulla credibilità

statunitense segnò il culmine di quella campagna. E in effetti Obama aveva già

ordinato al Pentagono di preparare la lista dei bersagli: nel Mediterraneo c’erano

cinque cacciatorpediniere statunitensi pronti a lanciare missili da crociera sugli

35

obiettivi del regime.

Ciononostante, come rivelato al giornalista Jeffrey Goldberg, in quelle ore

36

Obama era particolarmente inquieto.

Nei giorni successivi all’attacco chimico di Ghūṭa egli aveva effettivamente

cominciato a considerare l’idea di un intervento non autorizzato né dal diritto

internazionale né dal Congresso, ma il popolo americano non sembrava

32 The White House Office of the Press Secretary, Remarks by President Obama and Prime

Minister Cameron of the United Kingdom in Joint Press Conference, May 13, 2013.

(Traduzione mia) –

33 The Guardian, Syria chemical attack must not go unpunished French foreign minister, in

https://www.theguardian.com/world/2013/aug/29/syria-chemical-attack-french-foreign-minister,

29/08/2013.

34 The White House Office of the Press Secretary, Remarks by the President in Address to the

Nation on Syria, September 10, 2013.

35 Time, Obama orders military to expand Syrian targets, in

http://world.time.com/2013/09/06/obama-orders-military-to-expand-syrian-targets, 06/09/2013.

36 J. Goldberg, op. cit. 24

37 – –

entusiasta di un intervento in Siria , e non lo era per ora neppure Angela

Merkel, uno dei leader europei che Obama tiene maggiormente in

considerazione; la cancelliera tedesca gli disse che il suo paese non avrebbe

38

immediatamente partecipato alla campagna militare siriana.

Mentre l’apparato della sicurezza nazionale alla Casa Bianca e quello del

Pentagono continuavano ad andare verso la guerra, Obama si era convinto che

stava per cadere in una trappola, alimentata dalle aspettative su quello che il

presidente degli Stati Uniti “avrebbe dovuto” fare.

Decise dunque di comunicare ai funzionari della sicurezza nazionale di voler fare

un passo indietro, e il fatto di cambiare idea il giorno prima dell’attacco costituì

uno shock per tutti.

Ma c’era un fattore chiave alla base della decisione e aveva a che fare con il

timore di un Assad che resiste all’attacco – considerata la difficoltà logistica di

colpire proprio le armi chimiche e soltanto quell’arsenale – e si erge come il

dittatore capace di azzerare il temuto intervento americano:

un nostro attacco avrebbe potuto infliggere qualche danno ad Assad, ma non

avrebbe eliminato le armi chimiche. A quel punto mi sarei trovato di fronte

alla prospettiva di un Assad che sopravvive e dice di aver sconfitto gli Stati

Uniti, che avevano agito in assenza di un mandato dell’Onu. Alla fine ne

39

sarebbe uscito rafforzato invece che indebolito.

Obama sapeva che la sua decisione di non bombardare la Siria avrebbe turbato

alcuni alleati degli Stati Uniti. E così fu.

Why Americans oppose intervention in Syria: “It’s none of our

37 The Washington Post,

business”, in https://www.washingtonpost.com/news/wonk/wp/2013/09/09/why-americans-

oppose-intervention-in-syria-its-none-of-our-business, 09/09/2013.

38 Deutsche Welle, Germany proceeds with caution in Syria policy, in

http://www.dw.com/en/germany-proceeds-with-caution-in-syria-policy/a-17050654,

28/08/2013.

39 J. Goldberg, op. cit. (Traduzione mia) 25

L’allora ministro dell’interno francese e attuale primo ministro Manuel Valls ha

dichiarato che al momento dell’arrivo della notizia del passo indietro di Obama il

in Siria: «Eravamo

suo governo era già preoccupato per il ritardo nell’intervento

assolutamente certi che Washington avrebbe agito. Lavorando con gli americani,

40

avevamo già individuato i bersagli. Fu una grande sorpresa». I francesi furono

così stupiti dall’inaspettato dietrofront americano che ancora oggi l’Eliseo tende

a individuare in questa scelta la colpa della mancata soluzione della crisi siriana:

«Se avessimo bombardato come era previsto, credo che oggi la situazione

sarebbe diversa. […] Non intervenendo rapidamente, invece, abbiamo creato un

41

mostro» , ha proseguito il premier ministre. –

Intanto mentre il presidente francese gli faceva eco «Non possiamo non

intervenire. Non si può restare fermi senza reagire dinanzi all’uso di armi

42 –

chimiche» i giornali francesi parlavano senza remore di voltafaccia di Obama

e di un Hollande sotto pressione e con le spalle al muro in quanto

tradizionalmente più falco che colomba. L’europarlamentare Harlem Désir,

all’epoca Primo Segretario del Partito Socialista francese, non esitò a parlare

43

addirittura di «esprit munichois» per condannare la reticenza dei non-

interventisti e i passi indietro di Washington, riferendosi alla strategia

dell’appeasement resa infaustamente celebre dal Patto di Monaco del 1938 con

cui Francia e Gran Bretagna si mostrarono inaspettatamente arrendevoli dinanzi

44

alla politica estera aggressiva propria del nazismo.

40 J. Goldberg, op. cit. (Traduzione mia)

41 Ivi. (Traduzione mia)

42 Ambassade de France à Gaborone, Discours du Président de la République, M. François

Hollande, à la XXIe conférence des ambassadeurs, 27/08/2013. (Traduzione mia)

Syrie: l’opposition française presse Hollande d’organiser un vote au Parlement,

43 France24, in

http://www.france24.com/fr/20130901-syrie-francois-hollande-opposition-vote-parlement-ump-

matignon-debat-assemblee-nationale-obama, 01/09/2013.

44 F. Mazzei, op. cit., p. 114. 26

In Germania, dove l’ex ministro degli esteri tedesco Guido Westerwelle dichiarò

che il paese sarebbe stato tra quelli che consideravano necessario reagire affinché

45

un attacco come quello chimico di Ghūṭa non restasse impunito , Angela Merkel

oscillava tra il timore di deludere gli americani e la paura di rendersi ostile

all’elettorato non-interventista in piena campagna elettorale, preferendo rimanere

46

vaga. La strategia dei tedeschi si orientò così verso un ritardo nell’intervento.

La cancelliera tedesca cercò di far leva sul bisogno di attendere, prima di

prendere qualsiasi decisione, il report degli esperti ONU inviati in Siria; pertanto

l’improvviso non-interventismo di Obama fu una boccata d’ossigeno per la

Germania e per il delicato ruolo di balancer che, riguardo alla Siria, la Merkel

47

stava cercando di ritagliarsi.

Più particolare, invece, la posizione dell’Inghilterra. Indeciso sulla bontà e

sull’effettiva efficacia di un intervento, Cameron decise di rivolgersi al proprio

organo legislativo per capire quale fosse la posizione dominante: il 29 agosto

2013 il parlamento britannico bocciò la mozione del governo a sostegno di un

48

eventuale intervento in Siria. Prima ancora che Obama optasse per il non-

intervento, dunque, il premier britannico aveva già deciso di rispettare la stessa

posizione del parlamento e del popolo britannico. –

Al di là della posizione degli alleati degli Stati Uniti dagli interventisti francesi

furibondi per il voltafaccia a inglesi e tedeschi che avevano comunque già

sollevato dei dubbi e volevano riflettere più a lungo Obama sa benissimo che

gli storici giudicheranno in modo spietato la sua decisione di rinunciare agli

Germany: a chemical attack in Syria ‘cannot be without consequences’,

45 Deutsche Welle, in

http://www.dw.com/en/germany-a-chemical-attack-in-syria-cannot-be-without-consequences/a-

17045803, 26/08/2013.

46 Spiegel Online International, Military Intervention: Germany Caught in the Middle on Syria,

in http://www.spiegel.de/international/world/german-government-takes-delicate-position-on-

attack-on-syria-a-919736.html, 02/09/2013.

47 Ivi.

48 UK Parliament, Syria and Motion of 29 August 2013, Early Day Motion 521, August 29,

2013. 27

attacchi aerei e di consentire che la violazione di una linea rossa da lui stesso

tracciata restasse impunita.

Il 30 agosto 2013 potrebbe infatti essere ricordato come il giorno in cui Obama

permise che il Medio Oriente sfuggisse dalle mani statunitensi per passare in

quelle della Russia, dell’Iran e dello Stato Islamico. O magari esso passerà alla

storia come il giorno in cui Obama impedì agli Stati Uniti e, indirettamente, al

mondo intero di entrare nell’ennesima disastrosa guerra civile musulmana.

Era effettivamente in gioco la mia credibilità, e quella degli Stati Uniti, ma

oggi posso affermare che il fatto di essere riuscito a sottrarmi alle pressioni

a fondo su cos’era nell’interesse degli Stati Uniti e

immediate e a riflettere

della comunità internazionale, non solo rispetto alla Siria ma anche rispetto

alla nostra democrazia, è stata la decisione più difficile che abbia mai preso,

49

e in ultima analisi credo sia stata la decisione giusta.

Facendo un paragone con il suo predecessore, è possibile concludere ricordando

che anche George W. Bush era uno che scommetteva: egli sarà ricordato

severamente per le cose che ha fatto in Medio Oriente, Obama scommette che

sarà giudicato positivamente per le cose che non ha fatto.

49 J. Goldberg, op. cit. (Traduzione mia) 28

Capitolo III.

L’accordo sul nucleare e il limbo tra USA e Iran

1. L’Iran tra dinamiche geopolitiche internazionali e programma nucleare

La Repubblica islamica d’Iran è un’entità politica complessa e unica nel suo

genere. Alla particolare conformazione politica una sintesi di elementi

repubblicani e di governo religioso si aggiunge la caratteristica di essere sia un

paese di cultura persiana incastonato nel vasto mondo arabo che una roccaforte

1

sciita in un contesto dominato dall’islam sunnita.

Escludendo le caratteristiche di politica interna, divisioni non analizzabili in

questa sede, sono le scelte in politica estera che contribuiscono a definire la

posizione del paese nel complesso panorama delle relazioni internazionali.

Nonostante le aperture del presidente Hassan Rouhani, in carica dall’agosto

2013, l’Iran è ancora considerato con diffidenza, se non con aperta ostilità, dai

nell’area mediorientale,

principali concorrenti al ruolo di egemone in primis

l’Arabia Saudita. Permangono dunque le difficoltà con i vicini regionali, ma

anche con gli Stati Uniti poiché non è stata ancora del tutto sanata la ferita inferta

ai rapporti con Washington in seguito all’assalto all’ambasciata statunitense a

2

Teheran nei giorni della rivoluzione khomeinista del 1979.

Da qualche tempo l’Iran è sotto i riflettori internazionali per il suo controverso

programma nucleare, programma di ricerca sullo sfruttamento dell’energia

atomica. Avviato nel lontano 1957 dallo shah Muhammad Reza Pahlavi con il

beneplacito e il sostegno dell’allora alleato statunitense, esso è stato più volte

accantonato e ripreso negli anni, per poi subire una brusca accelerazione a partire

dal 2003. storia dell’Iran. Dalle origini ai nostri giorni,

1 M. Axworthy, Breve Torino, Einaudi, 2010,

capp. VIII-IX.

2 Ivi. 29 3

Il governo iraniano ha sempre insistito sulla natura civile del programma ,

sostenendone l’adeguatezza rispetto alle necessità di diversificazione imposte dal

forte aumento della domanda energetica interna. Malgrado ciò il sospetto della

comunità internazionale è sempre stato legato al timore di ambizioni militari che

sconvolgerebbero i precari equilibri nell’area, e ripetuti controlli dell’Agenzia

internazionale per l’energia atomica hanno messo in luce numerose violazioni e

4

ambiguità. Ciò ha portato i paesi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

a varare diverse risoluzioni di condanna e a implementare successivi round di

5

sanzioni.

Per quanto riguarda l’equilibrio di potenza nell’area dominata dall’Iran, è sempre

stato l’Iraq a occuparsi di garantire il balance of power. Ciò è stato possibile fino

al 2003, quando durante la seconda guerra del golfo gli Stati Uniti e la coalizione

di volenterosi hanno distrutto sia l’apparato di governo che l’esercito iracheno.

Da allora la forza principale che ha mantenuto gli iraniani sotto controllo è stata

rappresentata dagli USA, i quali hanno però sempre manifestato la necessità di

ritirare le proprie truppe dall’Iraq.

Sarebbe per di più impossibile pensare di attaccare l’Iran per distruggerne gli

impianti nucleari: un attacco del genere potrebbe solo mostrarsi

controproducente, provocando la dura reazione iraniana. Anche se l’Iran non

sarebbe in grado di imporre un regime filo-iraniano a Baghdad, esso avrebbe

infatti il potere di impedire a qualsiasi altro governo di emergere, creando caos e

instabilità. L’Iran possiede inoltre missili antinave e, cosa più importante, le

mine; se minasse lo stretto di Hormuz potrebbe causare un incremento notevole

dei prezzi del petrolio, interrompendo la debole ripresa economica globale.

3 Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Le tappe della proliferazione nucleare

dell’Iran, in http://www.ispionline.it/it/articoli/articolo/mediterraneo-medio-oriente/le-tappe-

della-proliferazione-nucleare-delliran-9101, 02/10/2013.

4 Ivi. –

5 th

Security Council, Resolution 1696 (2006) Adopted by the Security Council at its 5500

meeting, on 31 July 2006. 30

l’opzione di un attacco aereo alla flotta iraniana per diminuire la capacità

Anche

navale del paese è da escludere poiché tempi, costi ed efficacia di una guerra

aerea hanno sempre un eccessivo margine di incertezza.

In un’acuta e lungimirante analisi contenuta in The Next Decade, già nel 2010 il

politologo americano George Friedman parlò pertanto di un’unica soluzione

possibile per gli Stati Uniti per allentare le tensioni con l’Iran e garantire, dopo la

disfatta dell’Iraq, l’equilibrio in questo sub-sistema regionale in Medio Oriente

che coinvolge l’intera comunità internazionale: escludendo tutte le altre opzioni

elencate per i motivi di cui sopra, Friedman sottolineò la necessità di raggiungere

6

un accordo.

Certamente era prevedibile che un accordo tra Stati Uniti e Iran sarebbe stato

vantaggioso per entrambi due stati rivali di cui nessuno dei due può

semplicemente distruggere l’altro – e avrebbe trasformato la dinamica

geopolitica del Golfo Persico, ma Friedman sottolineò anche lo shock che ne

7 i cittadini statunitensi, memori di trent’anni di ostilità

sarebbe derivato. In primis

con l’Iran, si sarebbero sentiti oltraggiati; gli israeliani, poi, si sarebbero

dichiarati indignati poiché, anche se l’esercito israeliano ha talvolta visto gli

occasionali contro le minacce arabe, l’Iran ha più volte

iraniani come alleati 8

sostenuto l’organizzazione paramilitare libanese Hezbollah contro Israele.

Ma è il mondo intero che sarebbe stato certamente spiazzato dall’accordo.

Obama, notava l’autore, si troverebbe in una situazione peggiore rispetto a

Rouhani nel dover ricorrere a tutta la sua abilità politica per presentare la mossa

come astuta, oculata e previdente piuttosto che come segno di debolezza. Il

presidente statunitense ha tuttavia la storia dalla sua parte: anche Roosevelt e

6 G. Friedman, The Next Decade, New York, Doubleday, 2011, pp. 128-139.

7 Ivi, p. 134.

8 Gulf News Syria, Iran and Syria continue to support resistance, in

http://gulfnews.com/news/mena/syria/iran-and-syria-continue-to-support-resistance-1.67808,

06/05/2009. 31

Nixon, rispettivamente con Stalin e Mao, sottoscrissero alleanze che inizialmente

spiazzarono l’intera comunità internazionale.

Queste scelte, giudicate a posteriori, si sono rivelate assolutamente apprezzabili e

condivisibili, permettendo a Roosevelt di evitare il trionfo tedesco nella seconda

guerra mondiale e a Nixon di evitare che l’URSS prendesse il sopravvento

9

approfittando del pantano vietnamita.

2. Il nuclear deal e le reazioni europee

La strada tracciata da Friedman si è rivelata quanto mai verosimile, al punto da

essere realmente intrapresa, sia pur gradatamente e per tappe.

Nella notte tra il 23 e il 24 novembre 2013 l’Iran e i paesi del gruppo P5+1 (Stati

Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia, membri permanenti del Consiglio di

sicurezza delle Nazioni Unite, più la Germania) riuniti a Ginevra hanno

raggiunto un accordo ad interim, il Joint Plan of Action, che ha sospeso il

programma nucleare iraniano dopo che gli sforzi in tale direzione erano

10 L’accordo, che ha rappresentato una prima misura

cominciati già nel 2006.

di confidence building tra Iran e comunità internazionale, aveva una validità di

sei mesi, allo scadere dei quali si sarebbe dovuto raggiungere un accordo

definitivo.

Con il JPA l’Iran si è impegnato a bloccare il processo di arricchimento

dell’uranio al 5%, a smaltire le riserve di uranio arricchito al 20%, che dovrà

essere diluito oppure convertito in ossido, e a non installare nuove centrali.

il proprio assenso all’intensificazione dei controlli da

Teheran ha inoltre dato

parte degli ispettori dell’Autorità internazionale per l’energia atomica nei propri

impianti. In cambio, i paesi intervenuti nel negoziato si sono impegnati a non

confronti dell’Iran per i sei mesi successivi

varare nuovi round di sanzioni nei

9 G. Friedman, op. cit., pp. 134-135.

10 Arms Control Association, History of Official Proposals on the Iranian Nuclear Issue, in

http://www.armscontrol.org/factsheets/Iran_Nuclear_Proposals, January 2014.

32

all’accordo e ad alleggerire l’impianto sanzionatorio vigente, liberando risorse

per circa 7 miliardi di dollari, derivanti in parte dai proventi della vendita del

petrolio attualmente congelati in banche estere e in parte dalla ripresa delle

esportazioni di beni come oro, metalli preziosi, componenti automobilistici e

prodotti petrolchimici.

Nel luglio 2014, allo scadere dei sei mesi di validità del JPA e di fronte

all’impossibilità di raggiungere un accordo di natura definitiva, i paesi impegnati

nel negoziato decisero di estenderne la validità per ulteriori sei mesi; tuttavia

anche in corrispondenza di questa scadenza non si raggiunse alcun accordo e il

nuovo termine venne fissato per l’estate 2015.

2015 l’Iran e le grandi potenze hanno raggiunto un accordo storico, i

Il 14 luglio

cui punti principali sono la riduzione di due terzi delle capacità di arricchimento

dell’uranio da parte dell’Iran, la riduzione delle scorte di uranio a basso

arricchimento, la rimozione totale di alcuni reattori da riprogettare per impedire

la produzione di significative quantità di plutonio e la possibilità per gli ispettori

dell’Aiea di entrare nei siti nucleari e militari nel caso in cui le Nazioni Unite

11

attività legate all’arricchimento dell’uranio.

sospettino la presenza di Dopo la

verifica da parte di tali ispettori, che potranno provenire solo da un paese che ha

relazioni diplomatiche con l’Iran, se sarà emerso che il paese ha attuato il piano

12

nucleare concordato, l’ONU, gli Stati Uniti e l’UE toglieranno le sanzioni :

questa la contropartita promessa a Teheran, ed effettivamente l’operazione è

13

cominciata il 14 gennaio 2016.

Se ci fossero invece sospetti che l’Iran non rispetta gli accordi sul nucleare, una

commissione cercherà di risolvere la questione entro i successivi trenta giorni. Se

la commissione non dovesse riuscire a risolvere il conflitto, la competenza

11 Iran Nuclear Deal, Joint Comprehensive Plan of Action, Vienna, 14/07/2015.

12 Ivi.

Consiglio dell’Unione europea, Misure restrittive dell’UE nei confronti dell’Iran. Principali

13

sviluppi, Brussels, 12/04/2016. 33

passerebbe al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Il veto di un membro permanente

del Consiglio significherebbe la reintroduzione delle sanzioni.

Sul fronte statunitense, dopo che la risoluzione per bocciare l’accordo voluta dai

repubblicani non ha passato il vaglio del Congresso, l’adozione formale

dell’accordo è avvenuta il 19 ottobre 2015. 14

Le reazioni a questo accordo, definito «storico» senza esitazioni e senza mezzi

termini, sono state immediate.

Sul fronte europeo i governi dei principali paesi si sono dichiarati certamente lieti

– –

del risultato ottenuto, essendo molti di essi Francia, Germania, Inghilterra

nelle negoziazioni, e difendono l’Iran

coinvolti nuclear deal. Tuttavia il timore

di un Iran non rispettoso delle dinamiche dell’accordo induce l’Europa ha

rimarcare il bisogno di restare prudenti.

Parigi si è infatti detta pronta a revocare l'intesa in caso di mancata osservanza da

parte iraniana anche di un solo punto dell’accordo: l’allora ministro degli esteri

francese Laurent Fabius ha dichiarato che le potenze mondiali che si sono sedute

al tavolo con Teheran saranno «estremamente vigili, anche su come l’Iran usa le

15

risorse finanziarie che arriveranno dalla fine delle sanzioni». Il presidente

francese Hollande, che si era manifestato contrario a un’inutile corsa che avrebbe

dato vita a un accordo con troppe concessioni all’Iran, ha espresso la sua

approvazione: «L’accordo raggiunto è un passo importante per fermare il

iraniano e per normalizzare i nostri rapporti. […] Stiamo

programma nucleare 16

andando nella giusta direzione. Il mondo avanza in maniera decisa». Hollande

Usa e Iran, l’accordo sul nucleare è solo l’inizio,

14 N. Baheli, in

http://www.limesonline.com/rubrica/usa-e-iran-laccordo-sul-nucleare-e-solo-linizio,

26/11/2013. –

15 Ambassade de France à Tel-Aviv, Iran Intervention de M. Laurent Fabius, ministre des

affaires étrangères, à l’Institut du Monde Arabe, in http://www.ambafrance-il.org/Iran-

Intervention-de-M-Laurent, 09/09/2015. (Traduzione mia)

16 Gouvernement français, Accord sur le programme nucléaire iranien, in

http://www.gouvernement.fr/argumentaire/accord-sur-le-programme-nucleaire-iranien-2588,

16/07/2015. (Traduzione mia) 34

ha inoltre sottolineato con orgoglio che questo passo importante, al quale la

Francia ha contribuito, «può costituire un apporto storico alla risoluzione delle

17

crisi in Medio Oriente».

In Germania la cancelliera Merkel, che già nel novembre 2013 aveva parlato del

Joint Plan of Action provvisorio come di un passo che avvicinava come mai

prima l’Occidente a un accordo con l’Iran e che chiedeva un’accelerazione nei

18 , ha etichettato il traguardo come un importante successo nell’impedire il

lavori

possesso delle armi atomiche da parte dell’Iran. La stampa e i commentatori

tedeschi hanno applaudito il risultato raggiunto dalla Germania insieme al

Consiglio di sicurezza ONU, ammettendo però la necessità che Teheran a questo

19

punto dimostri di voler rispettare i patti.

Nel Regno Unito, nell’immediato post accordo, il primo ministro David Cameron

si è mostrato quanto mai soddisfatto affermando che «dopo rigide sanzioni e

un’instancabile attività diplomatica, la comunità internazionale ha raggiunto un

accordo storico con l’Iran, un accordo che ci rassicura riguardo al nostro

obiettivo di impedire all’Iran lo sviluppo dell’arma nucleare. […] Tutto ciò

20

contribuisce a rendere il nostro mondo un luogo più sicuro».

In un articolo comune pubblicato sul Washington Post, i tre leader europei hanno

osservato che il programma nucleare di Teheran «ha rappresentato una minaccia

21

per più di dieci anni» e avrebbe potuto «aprire la strada a una corsa agli

22

armamenti in una regione già instabile».

17 Ivi. (Traduzione mia)

Germany’s Merkel

18 UK Reuters, calls for speedy implementation of Iran deal, in

http://uk.reuters.com/article/uk-iran-nuclear-germany-idUKKCN0PO25220150714, 14/07/2015.

World from Berlin: Don’t lift Iran sanctions prematurely,

19 Spiegel Online International, in

http://www.spiegel.de/international/world/german-press-reactions-to-iranian-nuclear-deal-a-

935467.html, 25/09/2015.

Prime Minister’s statement on Iran’s nuclear programme,

20 UK Government, July 14, 2015.

(Traduzione mia)

21 D. Cameron, F. Hollande and A. Merkel (by), Why we support the Iran deal, in

https://www.washingtonpost.com/opinions/cameron-hollande-and-merkel-why-we-support-the-

35

Concludendo con una riflessione su questo risultato storico per l’Occidente in

generale ma anche per la politica estera degli Stati Uniti più nello specifico, è

idea diffusa, almeno tra gli avversari di Obama, che egli abbia cercato l’accordo

con l’Iran perché ha in mente un riavvicinamento storico tra gli Stati Uniti e la

Persia. Ma l’accordo sul nucleare è frutto anche e soprattutto del suo realismo.

«L’intesa con l’Iran non è mai stata un tentativo di aprire una nuova era nelle

23

relazioni tra Stati Uniti e Iran» , ha dichiarato la sua consigliera Susan Rice.

«Eravamo decisamente più pragmatici e minimalisti. L’obiettivo era

semplicemente fare in modo che un paese che costituisce una minaccia

diventasse molto meno pericoloso. Nessuno auspicava la trasformazione dell’Iran

24

in un paese affidabile sulla scena internazionale».

Già durante la prima campagna elettorale Obama aveva prospettato la possibilità

che gli Stati Uniti intavolassero trattative dirette con gli iraniani in merito al

dossier nucleare. Si trattava di una richiesta che gli europei coinvolti nel

negoziato avanzavano da tempo e che l’amministrazione Bush aveva sempre

25

declinato , anzi certamente il discorso di Bush a proposito di asse del male

aveva reso gli iraniani diffidenti circa la possibilità di creare un economic

o di cooperare. L’accordo sul nucleare raggiunto con Teheran

engagement

dimostra invece, quanto meno, che Obama è pronto a correre dei rischi. Ha

messo in gioco la sicurezza globale scommettendo che uno dei principali

sostenitori del terrorismo rispetterà un accordo per tagliare il suo programma

nucleare. Una nuova scommessa, dunque, ecco perché si può parlare di “limbo”:

di quanto dichiarato dall’amministrazione per questioni diplomatiche

al di là

iran-deal/2015/09/10/a1ce6610-5735-11e5-b8c9-944725fcd3b9_story.html, 10/09/2015.

(Traduzione mia)

22 Ivi. (Traduzione mia)

23 J. Goldberg, op. cit. (Traduzione mia)

24 Ivi. (Traduzione mia)

25 A. Marrone (a cura di), La politica estera USA dopo il cambio di presidenza: Obama e

McCain a confronto, Istituto Affari Internazionali (IAI), n°96 luglio 2008.

36

internazionali, Stati Uniti e Iran valuteranno l’affidabilità delle intenzioni e delle

azioni della controparte e si studieranno per individuare concretamente i termini

e le modalità di una graduale normalizzazione delle relazioni.

37

Conclusioni

Il Medio Oriente è un’area altamente instabile, la cui difficoltà di gestione ha

indotto Barack Obama a “guardare altrove”. Oggi Obama looks at east,

considerando quanto mai necessaria l’implementazione di una strategia come il

Nonostante ciò, tuttavia, l’area compresa tra il Mediterraneo sud-

pivot to Asia.

orientale e l’Hindu Kush, catena montuosa tra l’Afghanistan e il Pakistan, è

ancora fortemente al centro degli interessi statunitensi.

In tutta la trattazione traspare di continuo esplicitamente, o anche in una forma

più indiretta il seguente assunto: Obama è un non-interventista, come emerso

dall’analisi di alcuni articoli pubblicati su riviste di prestigio come Foreign

Affairs e The Atlantic. Eppure, considerando anche le pressioni esercitate da quei

membri della sua amministrazione soprannominati “interventisti liberali”, in

alcune circostanze egli non ha potuto esimersi dall’agire; in altre, invece, dopo

altisonanti discorsi basati sul divieto assoluto di usare un certo tipo di armi

inaccettabili perfino in tempo di guerra, Obama ha inaspettatamente optato per la

non-intromissione americana. Gli esempi selezionati e approfonditi sono le

primavere arabe, emblema del legame tra diritti umani e implicazioni

geopolitiche e su cui si soffermano i primi due capitoli, e la centralità del

programma nucleare iraniano, la cui pericolosità non sottovalutabile trova spazio

nel terzo capitolo.

Il lavoro svolto per la stesura del paper ha permesso di mettere in luce il

profondo legame esistente tra le decisioni di un presidente come quello

statunitense e l’ampio contesto delle relazioni internazionali. Va registrato

pertanto il coinvolgimento dei leader europei nelle scelte di Obama: intervenire

Libia, non intervenire in Siria e giungere a patti con l’Iran sono decisioni

in

capaci di suscitare reazioni nei governi di Francia, Germania e Inghilterra e

ovviamente nella stampa del Vecchio continente. Il materiale raccolto e utilizzato

38

spazia da articoli di riviste specialistiche e monografie a documenti ufficiali di

governi e parlamenti nazionali, dai report di alcune ambasciate alle decisioni del

Consiglio dell’UE.

L’idea statunitense che fosse necessaria, dopo l’iniziale resistenza e opposizione,

un’azione in Libia ha trovato subito l’appoggio dei francesi, le cui pressioni

furono determinanti per giungere alla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza

ONU; tuttavia trasformare un’iniziativa a protezione della popolazione civile in

ha provocato dure risposte da parte di un’Europa confusa e alla

un regime change

quale lo stesso Obama, a sua volta, addossa diverse colpe. Sulla base delle letture

svolte sembra di poter ritenere che il sentire comune in Europa ruoti attorno

all’idea che alcune decisioni dell’amministrazione americana abbiano portato a

una cattiva gestione delle sommosse anti-Gheddafi sfociando in un

rovesciamento del regime che non era stato assolutamente preventivato.

La gestione americana del caso siriano è stata diametralmente opposta: dalla

manifesta intenzione di intervenire in Siria qualora Assad avesse usato armi

chimiche contro ribelli e civili al dietrofront nonostante il verificarsi di quelle

condizioni. L’iniziale posizione di Obama aveva spiazzato quanti sono a

conoscenza del suo realismo, essendo egli un presidente più hamiltoniano che

jeffersoniano, ma è stato l’improvviso cambio di direzione a spiazzare tutti

coloro che aspettavano solo il via libera definitivo da Washington: Obama, a

posteriori, ha definito questa scelta come la migliore possibile, una scelta difficile

ma giusta, mentre i più interventisti come i francesi non hanno ancora ben chiaro

cosa abbia spinto Obama a desistere. Berlino e Londra, dal canto loro, cercavano

di ritardare l’intervento per questioni di politica interna, campagne elettorali in

corso o per interrogare prima il parlamento nazionale. Preme dunque evidenziare

che le differenti posizioni europee hanno mostrato così come emerso dalla crisi

economica del 2008 in occasione della quale un’economia dinamica come quella

tedesca ha rifiutato di sottoscrivere i rischi dell’Europa orientale – come l’Europa

39

sia ben lontana dall’agire come un attore unico, divisa da troppe dicotomie

interne e tra eccessivi nazionalismi.

Il caso iraniano ha mostrato invece un’Europa un po’ più unita. È certamente

doveroso affermare che la principale motivazione è rintracciabile nel fatto che

Francia, Germania e Regno Unito abbiano preso parte ai lunghi negoziati nel

l’Iran

gruppo dei P5+1 per raggiungere nuclear deal, ma è altrettanto importante

– –

sottolineare che finalmente un risultato potenzialmente storico della politica

estera di Obama ha messo d’accordo il mondo occidentale.

In definitiva, alla luce dell’indagine condotta, è possibile concludere che il

presidente statunitense Barack Obama ha fatto le sue scelte di volta in volta,

auspicando che fossero le migliori, a prescindere dalle reazioni europee. Queste

ultime sono state manifestazioni, soprattutto verbali, di approvazione o di non-

condivisione, ma sempre misurate per la necessità di mantenere equilibri

diplomatici. 40


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DESCRIZIONE APPUNTO

Uno dei pilastri della dottrina Obama è stato sin da subito un rinnovato focus sul teatro dell’Asia/Pacifico, dove è maggiore e più profonda la rete d’interdipendenze strategiche ed economiche che coinvolgono gli Stati Uniti, anche per contenere la Cina in quanto rising power potenzialmente revisionista.
Nonostante la propensione per questo pivot to Asia, che doveva comportare il graduale disimpegno da un Medio Oriente ingestibile e comunque meno importante oggi per gli USA alla luce del loro parziale affrancamento dalle risorse petrolifere della regione, gli Stati Uniti hanno tuttavia interessi ancora forti nell’area del Greater Middle East.
Inevitabilmente le scelte di un presidente statunitense influenzano nel bene e nel male, e in maniera più o meno diretta, l’intero panorama politico internazionale.
I principali paesi europei sono, dunque, sempre molto attenti nell’analizzare le posizioni d’oltreoceano, consapevoli dell’incidenza delle stesse sui meccanismi della world politics, e le loro reazioni non si fanno attendere.

Questo lavoro ricostruisce la situazione vigente in tre realtà del Medio Oriente e il degenerare di alcune questioni problematiche, analizza le scelte dell’amministrazione Obama, rintracciandone la motivazione che c’è dietro e le circostanze in cui esse sono maturate, ed esamina l’atteggiamento dei governi e
della stampa europei dinanzi a decisioni capaci di incidere sulla politica internazionale.

Introduzione.
I. Dalla no-fly zone al rovesciamento di Gheddafi: il caotico caso libico.
- 1. Premessa. Lo scoppio della primavera araba in Libia.
- 2. Una risoluzione ONU trasformata in un regime change.
- 3. Reazioni internazionali: Obama vs Europa.
II. Obama e le armi chimiche in Siria: la sottile linea rossa e
l’inaspettato dietrofront.
- 1. Siria, la rivolta e la repressione.
- 2. Le posizioni internazionali e la “sottile linea rossa” di Obama.
- 3. L’escalation di Assad e l’inatteso non-intervento USA: il punto di vista europeo.
III. L’accordo sul nucleare e il limbo tra USA e Iran.
- 1. L’Iran tra dinamiche geopolitiche internazionali e programma nucleare.
- 2. Il nuclear deal e le reazioni europee.
Conclusioni.
Bibliografia e sitografia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MarcoPassero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della politica internazionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Wulzer Paolo.

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