Ai confini della tortura: diritto internazionale e diritto italiano
Scena madre: significato e rappresentazione
Si parte da una locuzione abbastanza diffusa, che rivela alcuni significati importanti ed imprevedibili. La locuzione è “Scena madre”. Nel linguaggio domestico, nel suo significato più semplice, ed è ben noto, la “scena madre” è sostanzialmente quello che può essere definito in senso popolare una scenata, qualcosa che attiene ad una lite che viene vissuta con particolare espressività, con grande forza di linguaggio, e con notevole carica aggressiva.
Se però la consideriamo sotto tutt’altro tema, quello del linguaggio teatrale, ed in particolare del teatro classico, la scena madre si presta a considerazioni importanti. Per un verso significa la prima scena, la scena principale, ovvero quella che gioca un ruolo cruciale nella rappresentazione, quella che dà il suo senso più intenso al dramma rappresentato, da cui cioè discendono ed in cui si concentrano i principali significati, i contenuti più importanti del complesso della rappresentazione stessa.
Ma la “scena madre”, sempre nel linguaggio teatrale, rimanda anche a qualcosa che, proprio all’interno della rappresentazione, ha un ruolo specifico, che rimanda a figure precise. Scena madre nel teatro classico è la scena in cui la madre, che è esattamente la figura della madre, mostra il suo strazio, racconta il suo dolore. In genere, per la morte di un congiunto, ancora più particolarmente per la morte di un figlio o di una figlia. Si diceva, rivela il suo dolore ed il suo strazio. E, diciamo così, la mater dolorosa, che è una figura così denominata nella Passione di Cristo secondo il Vangelo di Giovanni. Una figura che verrà ripresa e costantemente riproposta per secoli dalla pittura di ispirazione religiosa, che per tanto tempo è stata la pittura stessa, il cuore della raffigurazione pittorica, dell’espressione figurativa, del senso del religioso.
La figura della madre nel contesto attuale
Ora, questa figura così intensa e così drammatica e di così altissima forma simbolica, l’abbiamo incontrata tante e tante volte nella storia e nella cronaca, la figura della madre ed il suo strazio. Per Manconi, negli ultimi due anni questa figura è rappresentata dal corpo in carne ed ossa, dalla faccia, dalla voce, dal cuore e dall’intelligenza di Paola Regeni. Qui la mater dolorosa assume una forza che crede di poter definire motivatamente, politica e letteraria. E ciò che si riporterà, ha una potenza politica e letteraria addirittura inaudita.
La testimonianza di Paola Regeni
Andiamo a ritroso, al martedì di Pasqua del 2016. In quella giornata, post festiva, Paola ed il marito Claudio tengono una conferenza stampa, promossa dalla Commissione per la tutela dei diritti umani all’interno del Senato, e questa drammatica ma soprattutto dirompente e potente testimonianza raggiunge il suo momento essenziale quando Paola Regeni racconta del loro incontro nell’obitorio con il cadavere del proprio figlio. Le parole di Paola Regeni vale la pena riportarle alla lettera. La signora dice questo: “Il volto di Giulio era diventato piccolo, piccolo, piccolo. (Una lunga pausa). Lo abbiamo riconosciuto dalla punta del naso. (Una pausa ancora più lunga). Nel suo volto, tutto il male del mondo”.
Quel “tutto il male del mondo” si riferiva alla tortura, al punto che immediatamente dopo Paola Regeni passa dalla sua atroce vicenda individuale, a quella collettiva, e ricorda come lo stesso regime, gli stessi apparati, sottopongono allo stesso trattamento, rapimento, sparizione, tortura, uccisione, talvolta sparizione del corpo, talvolta suo ritrovamento, centinaia e centinaia di egiziani.
La tortura come pratica iniqua
Quel “tutto il male del mondo”, per Manconi è una frase alla lettera indimenticabile. Il motivo è questo: che ritiene che esprima meglio di qualunque altra formula, meglio di qualunque altra invettiva, meglio di qualunque drammatizzazione, meglio di qualunque altra enfasi, l’efferata unicità della pratica della tortura. Manconi su questo vorrebbe essere molto chiaro: l’unicità, il suo connotato di somma iniquità, di massima crudeltà, “tutto il male del mondo”. Perché la tortura non mira solo a invalidare, ferire, mutilare un corpo, la tortura è qualcosa di assai più iniquo, la tortura è una procedura, una vera e propria organizzazione della crudeltà, un vero e proprio sistema che mira all’annientamento, alla degradazione ed alla mortificazione della persona.
La tortura non mira esclusivamente ad invalidare, ferire, uccidere un corpo, mira all’annichilimento della persona, ovvero è un dispositivo finalizzato all’annichilimento (questo termine è qualcosa di più della soppressione, è qualcosa di più della sevizia, è un’operazione proprio di azzeramento della persona e, importantissimo, della sua dignità, mira cioè a colpire corpo ed anima, cioè a lesionare ed allo stesso tempo umiliare l’organismo fisico attraverso un insieme di lesioni che colpiscono il volto, le braccia, le mani, che utilizzano la schiena come un foglio sul quale scrivere, sul quale incidere messaggi, ci sono centinaia di casi in cui la schiena delle persone viene utilizzata a tal fine; non solo colpisce, lede i genitali, le gambe, le piante dei piedi, ma appunto mira a raggiungere ciò che l’organismo fisico contiene e custodisce, ciò che chiamiamo l’intima, profonda essenza psichica della persona, l’anima, la sua personalità, che è poi la sede della sua dignità). In questo Manconi vede l’efferata unicità della tortura.
Il caso di Giulio Regeni come paradigma
Ed allora, o superiamo ancora una volta e sempre con riferimento alla vicenda di Giulio Regeni che non è esagerato definire paradigmatica, per molte ragioni, una vicenda paradigmatica e densa di significati, di simbologie. Si tenga conto di questo: Giulio Regeni nasce nel 1988. Il 1° gennaio 1988 la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana pubblica la ratifica da parte del nostro Paese della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura. Nel 2016, Giulio Regeni viene torturato fino alla morte. Nel nostro Paese, il reato di tortura entra nell’ordinamento un anno e mezzo dopo.
Qui, e Manconi si rende conto che la sua interpretazione può essere considerata eccentrica, od audace, ma è convinto che a spiegare un simile ritardo, ci sono ragioni profonde, che poi si trasformeranno in un ritardo grave, gravissimo, nell’affrontare, da parte dello Stato italiano, la vicenda stessa di Giulio Regeni. Le ragioni profonde sono tante, ma ne vuole sottolineare una, proprio perché sembra si integri col discorso che farà a proposito dell’atteggiamento dello Stato italiano e dell’esecutivo italiano nei confronti di questa vicenda.
Sudditanza psicologica e ritardi legislativi
Tra le molte ragioni di quel tempo infinito che separa la ratifica da parte dell’Italia e l’introduzione nel nostro ordinamento del reato di tortura ce n’è uno, ed è la vera e propria sudditanza psicologica della classe politica italiana nei confronti delle forze di polizia. La classe politica italiana, nel corso di tutto questo dopoguerra, di questi 70 anni, non ha mai avuto la forza, l’intelligenza soprattutto, di esercitare un’autonomia tale da consentirle di esercitare un vero controllo, una capacità di intervento, una possibilità di autentica democratizzazione degli organi di polizia. E tutto ciò perché viveva in questo stato di subalternità, di sudditanza psicologica. Ma se questo è vero, e secondo Manconi è agevolmente dimostrabile nell’arco di questa storia settantennale, questo confermerebbe quanto un importante sociologo ha scritto in
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