LOGICA E FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO
La LOGICA è lo studio del ragionamento e dell’argomentazione, rivolto in particolare a
chiarire la correttezza o meno dei procedimenti inferenziali del pensiero.
- “inferenza”: affermazione che cerca di provare qualcosa; l’argomentazione.
Essa è alla base della filosofia del linguaggio ed è la più importante fra le branche della
filosofia (Lewis afferma: “Lo spazio logico è un paradiso per i filosofi.”).
Per la psicologia, Piaget nei suoi scritti dedicati al rapporto fra logica e psicologia definisce la
logica come astratta ma allo stesso tempo con un’applicazione altrettanto pratica. L’apertura
della psicologia ad utilizzare la matematica, di cui la logica è un sottosistema “dell’algebra
astratta”. L’algebra della logica contribuisce a fornire un metodo accurato allo psicologo.
Conoscere la logica e saperla riconoscere nelle sue forme significa possedere un criterio di
conoscenza della realtà da mettere in pratica quotidianamente (es. fallacie).
Per Aristotele, l’essere umano è un animale razionale, quindi capace di ragionamento.
Ragionare significa dare ragioni, cioè giustificazioni coerenti e sensate, in una parola
"argomentare".
La logica è da considerarsi un bene dell’umanità; essa è democratica (tutti i soggetti possono
usarla), transnazionale (possiede simboli uguali per tutti), multietnica, gratuita.
La logica non nacque con Aristotele in quanto prima di esso già Parmenide, Socrate e Zenone
fornirono degli schemi logici, ma egli fu colui che formalizzò alcune riflessioni di stampo
logico. Propose la prima codificazione sistematica della logica: l’Organon (“strumento”,
nome dato da Alessandro di Afrodisia) ed appunto il concetto di logica nasce per effetto di
questi scritti. Essa, secondo Aristotele, non considera le scienze poetiche (produzione di
qualcosa), o quelle pratiche (azione morale) o teoretiche, bensì è il fondamento di ciascuna
di scienza e non è incapsulata in nessuna di esse.
Aristotele non era solito utilizzare il termine “logica” per designare ciò che tutti noi ad oggi
intendiamo con esso; usa il termine “analitica” che è sostanzialmente la dottrina del
sillogismo e costituisce il nucleo fondamentale attorno a cui ruotano tutte le altre figure della
logica aristotelica; spiega il metodo con cui una data conclusione viene fondata,
giustificata e “risolta” negli elementi da cui deriva, ossia le premesse.
Tutto ciò può venir espresso anche mediante una formalizzazione di tipo simbolico, di cui
Aristotele ha fornito un primo notevole esempio, costruendo una sorta di algebra del discorso
(fu una scoperta rivoluzionaria ed egli ebbe perfettamente coscienza di essere lo scopritore
del sillogismo).
La teoria aristotelica del sillogismo distingue tra:
- sillogismo dimostrativo (il sillogismo che muove da premesse «vere e prime» o da quanto
derivi da queste);
- sillogismo dialettico e sillogismo retorico (si tratta, rispettivamente, del tipo di sillogismo
che muove da premesse non necessariamente vere, ovvero da «opinioni condivise», e di
quello che si incentra sulla persuasione);
-sillogismo eristico (ovvero il sillogismo che «"sembra" argomentare ma, in realtà, non lo fa»)
cui fa necessario riscontro la confutazione.
Inoltre, le sue caratteristiche fondamentali sono il suo carattere mediato (servono premesse,
passaggi per arrivare ad una conclusione ed è necessario (per arrivare alla conclusione
tramite le premesse).
Dopo Aristotele…
·Per quasi duemila anni i filosofi, dopo Aristotele e gli Stoici, hanno posto in maniera
incondizionata la logica aristotelica alla base della loro riflessione.
·Agli inizi del 500’ ci fu una parziale rottura con la tradizione della logica aristotelica, la quale
iniziava ad essere vista come una disciplina che tendeva a voler esclusivamente
schematizzare ogni tipo di conoscenza entro il sillogismo aristotelico.
·Intorno al 700’, Kant scrisse che “la logica è conclusa e compiuta” dato che “da Aristotele in
poi essa non ho dovuto fare alcun passo indietro” e “fino ad oggi non ho potuto fare alcun
passo avanti”.
·Un secolo dopo alcuni studi dimostrarono che la logica non era affatto completa ed esaurita
nei lavori aristotelici, anzi…
·Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento nacque la logica matematica, che si situa
rispetto alla logica aristotelica come un proseguimento naturale e quanto mai necessario:
non tutte le forme di ragionamento erano “traducibili” per mezzo dei sillogismi.
·Dopo Frege - autore simbolo della cosiddetta svolta logica - nel giro di un secolo si affermano
la logica proposizionale e la logica dei predicati del primo ordine.; si arriverà poi alla logica del
secondo ordine, la logica degli ordini superiori e le logiche modali.
La logica proposizionale è una logica dichiarativa (considera esclusivamente le
proposizioni dichiarative, quasi sempre al modo indicativo, per fare asserzioni); assume il
principio di bivalenza (ogni proposizione assume uno ed uno solo dei due valori di verità);
assume il principio di non-contraddizione (in base a quest’ultimo nessuna asserzione può
essere allo stesso tempo sia vera che falsa) e tiene in considerazione solo i connettivi vero-
funzionali (i principali sono: la negazione “¬”, la congiunzione “∧” , la disgiunzione “∨”, il
condizionale “→”, il doppio condizionale “↔”).
Prima di parlare di logica, parliamo di logos: Cosa è il pensiero? Cosa definisce il pensiero
razionale?
Quando parliamo di razionalità facciamo riferimento solo ad una delle funzioni del pensiero,
ma in realtà ve ne sono tre:
1. Pensiero fantastico: può essere di breve durata (es.: il sognare ad occhi aperti, il
trasognare prima di addormentarsi) o può diventare uno stile di vita stabile (patologie).
2. Pensiero immaginativo: ha a che fare con simboli, produzione di idee innovative (permette
di svincolarsi dalla realtà per immaginare scenari possibili).
3. Pensiero razionale: di cui si occupa la logica; assolve le funzioni relative al ragionamento,
al problem solving. Tali funzioni sono tutte definite in rapporto alla logicità.
Le tre funzioni del pensiero sono a sé stanti, si influenzano tra loro in uno “schema iniziale”
partendo dal pensiero razionale che prevale sugli altri.
Si può evincere una contrapposizione: la razionalità (tipica del discorso logico) ha come suo
correlato negativo l’irrazionalità (discorso illogico). Quest’ultima si presenta quando non
seguiamo o conosciamo le regole del ragionare e quando alcuni fattori non ci permettono di
seguirle. Nell’ultimo caso si manifestano disturbi del pensiero che possono alterare alcune
delle seguenti caratteristiche:
1. Flusso: ritmo e continuità.
2. Forma: a) Iperinclusione: incapacità di saper filtrare l’esperienza selezionando oggetti
pertinenti rispetto ad una data proprietà: gli schizofrenici affetti da iperinclusione possono, ad
es., collocare nella medesima categoria i tavoli ed i cani in quanto aventi quattro zampe. b)
Ipoinclusione: incapacità di collocare, entro una medesima categoria o un medesimo genere,
tutte le cose che vi dovrebbero congruamente appartenere.
3. Possesso: il pensiero non si percepisce come proprio o controllabile.
4. Contenuto: (paranoia), può portare il soggetto a sfuggire o negare la realtà, oppure a
convertire la realtà in qualcosa di più tollerabile.
Il pensiero razionale si configura tramite le argomentazioni, infatti, è la capacità di
concatenare idee in argomentazioni, dimostrazioni, prove, ragionamenti. La logica ha il
compito di indagare sopra di esso, in quanto il suo fine è quello di azzerare le incomprensioni,
conoscendo i principi dell’argomentazione. Argomentare è esattamente l’arte di
predisporre una o più motivazioni (dette premesse) a sostegno di una tesi principale
(detta conclusione). L’argomentare può dunque caratterizzare differenti contesti
comunicativi che possiamo catalogare in base a due parametri:
-Identificabilità dei nessi inferenziali: l’inferenza è un processo attraverso il quale una
proposizione viene derivata quindi quanto sia semplice individuare premesse e conclusioni. I
valori limite di questa scala variano tra linearità e caoticità.
-Attaccamento alle tesi difese: riguarda quanto siamo legati emotivamente all’oggetto del
discorso, e i suoi valori limite sono la situazione clinica (distacco emotivo) e la situazione
emozionale (coinvolgimento emotivo).
Fra di essi c’è un rapporto di covarianza: tipicamente (ma non necessariamente), più siamo
coinvolti nel tema dibattuto, meno prestiamo attenzione a garantire al nostro interlocutore
l’identificabilità dei nessi inferenziali; viceversa più siamo distaccati dal tema discusso, più
risulterà per noi agevole essere perspicui nell’esporre e argomentare il nostro punto di vista.
Ma può anche succedere pur discutendo di questioni che ci consentirebbero un certo
distacco, il nostro interlocutore influisce sulla nostra emotività provocando in noi diverse
reazioni.
L’argomentazione è una pratica sociale e presuppone un dialogo, vale a dire la presenza di
un interlocutore al quale ci rivolgiamo reputando importante sia la sua attenzione.
Il contesto dialogico in cui si sviluppa l’argomentazione è pertanto anche un contesto di
scambio dialettico: nessuno degli agenti coinvolti nell’argomentazione (argomentante -
interlocutore - pubblico) è un soggetto puramente passivo della stessa.
Argomentante, interlocutore, pubblico e oggetto svolgono una funzione regolatrice
orientando il focus della pratica argomentativa e le priorità cambiano in base alle circostanze:
argomentazione fattuale, centrata sull’oggetto; argomentazione persuasiva, centrata sul
pubblico; argomentazione persuasiva, centrata sull’interlocutore; argomentazione
posizionale, centrata sull’argomentante.
L’argomentazione è una forma di discorso in cui una o più proposizioni date per certe, dette
premesse, vengono asserite a sostegno di un'altra proposizione, dette conclusione;
presenta una concatenazione di enunciati che svolgono o la funzione di premessa o di
conclusione.
Es. Nessun essere umano è in grado di prevedere il futuro. Luca è un essere umano. Quindi
Luca non è in grado di prevedere il futuro.
COME RICONOSCERE UN’ARGOMENTAZIONE:
➤ Individuare la presenza di premesse e conclusioni, badando alla presenza di indizi:
indicatori di premessa o conclusione.
Sono indicatori di premessa espressioni come «dato che», «dal momento che», «poiché»,
«premettendo che», e tutte le parole a queste. Sono invece indicatori di conclusione
espressioni come «quindi», «pertanto», «si evince che», «ne consegue che», «ergo», «ne
deriva» e tutte le espressioni sinonime a queste.
Non tutti i tipi di enunciati possono far parte di argomentazioni, ma solo gli enunciati
dichiarativi o quelli parafrasabili in enunciati dichiarativi; essi hanno valori di verità, ovvero
sono dotati di senso. Domande, esclamazioni, comandi, preghiere non possono fungere da
premesse o conclusioni di argomentazioni, in quanto non possono risultare veri o falsi, a
meno che, non abbiano funzione retorica.
Es. Come può Luca recuperare tutte le numerose insufficienze che ha avuto in matematica?
La fine del quadrimestre è ormai vicina!
ATTENZIONE: Non sempre però le argomentazioni vengono indicate in modo chiaro e
perspicuo. A volte possono esserci anche premesse nascoste o implicite:
-Quell’uomo è muto. Dunque, quell’uomo non parla.
Diventa
(P1) Quell’uomo è muto.
(P2) (Nessun muto parla) = (Premessa nascosta)
(C) Quell’uomo non parla.
A volte possono esserci conclusioni nascoste o implicite:
-Uno di noi due verrà escluso dalla competizione finale, e non sarò certo io: finora ho ottenuto
ottimi risultati.
Diventa
(P1) Uno di noi due verrà escluso dalla competizione finale.
(P2) Finora ho ottenuto ottimi risultati.
(C1) Non sarò certo io (ad essere escluso).
(C2) (Sarai escluso tu) = (Conclusione nascosta)
A volte possono esserci anche argomentazioni nascoste o incomplete:
-Se tu fossi mio amico, non mi parleresti alle spalle.
Diventa: (P) Mi parli alle spalle. (C) Non sei mio amico
A volte potremmo trovarci in presenza di una SPIEGAZIONE “camuffata” da
ARGOMENTAZIONE: in quest’ultima si va dal noto all’ignoto; si vuole dimostrare una tesi o
una conclusione, partendo dalle premesse. Nella spiegazione non c’è questo intento, la
conclusione è già resa nota (chiedere perché significa chiedere spiegazioni e le spiegazioni
non sono argomentazioni).
In una spiegazione non ricorrono conclusioni e premesse ma un explanandum (ciò che deve
essere spiegato) e un explanans (ciò che spiega, il motivo, il perché):
➤ Explanandum Ho letto La nausea di Sartre
➤ Explanans La nausea di Sartre è un libro interessante
➤ Se il brano risponde plausibilmente a una domanda del tipo «È vero che…?», allora lo
stesso contiene un’argomentazione. Di converso, se il brano risponde plausibilmente a una
domanda del tipo «Perché…?», allora lo stesso costituisce una spiegazione.
COME VALUTARE UN’ARGOMENTAZIONE
1. STRUTTURA: forma canonica e diagrammi (elencare prima le premesse e poi la
conclusione).
2. FONDATEZZA, verificare se le premesse sono vere.
3. PERTINENZA, le premesse sono semanticamente rilevanti rispetto a
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