Civiltà latina Professor Massimo Manca
Indice
L’ILIAS LATINA. UN READER’S DIGEST PER IL TARDOANTICO ...................................................................... 1
I ...................................................................................................................................... 1
PROBLEMI DELLA TRADUZIONE
L : ’ ........................................................................................................................... 3
A LETTURA IN METRICA L ESAMETRO
L’I : ........................................................................................................................................ 5
LIAS LATINA INTRODUZIONE
L’I L : ........................................................................................................................................... 5
LIAS ATINA TRADUZIONE
E – P M .............................................................................................. 25
PICISMI ELEGIACI PROFESSOR AOLO ASTRANDREA
C .............................................................................................................................................. 29
ONCLUSIONE DEL CORSO
Civiltà latina A.a. 2022-2023 Appunti di Alessandro Antonio Vercelli
L’Ilias latina. Un Reader’s Digest per il tardoantico lunedì 19 settembre 2022
I problemi della traduzione
Le traduzioni in italiano dell’Iliade invecchiano, ma il testo greco è fisso e rimane sempre uguale. Nelle
generazioni sono cambiate le traduzioni di riferimento dell’Iliade. Prima ci fu quella di Monti. Seguì quella di
Calzecchi Onesti. Oggi si sta affermando quella di Ciani.
Ciascuna traduzione risponde ad un obiettivo particolare. La traduzione non è mai cosa neutra e tanto meno
lo è una traduzione di un testo letterario. In letteratura, quando si traduce si perde sempre qualcosa. Si perde
per esempio lo stile dell’autore: se esso non fosse rilevante tanto varrebbe avere solo le trame, senza bisogno
di opere. La forma e la sostanza di un’opera non possono invece essere separate. Le lingue in letteratura non
sono mai perfettamente intercambiabili. La lingua ha dei limiti che costringono la letteratura a funzionare con
un determinato sistema e non con un altro. I pensieri che noi formuliamo sono fortemente influenzati dalla
lingua in cui lo facciamo.
Inoltre, la conoscenza delle lingue non è sufficiente siccome è fondamentale conoscere la cultura. La lingua
senza testi non esiste. Ogni letteratura però è figlia della lingua e della cultura che l’ha prodotta. Ogni lingua
è figlia della cultura e della letteratura. Ogni cultura è figlia della lingua e della letteratura. Monti nella sua
traduzione dell’Iliade aveva scelto l’endecasillabo come verso principe della letteratura italiana, usato qui per
tradurre l’esametro latino e greco, verso principe di quel sistema metrico. Il problema della comprensibilità
della traduzione del Monti non è legato al fatto che la sua sia una traduzione ottocentesca. Il problema di quella
traduzione è che è fatta in una lingua artificiale, ricalcata fortemente sul latino, una sorta di latino
maccheronico. Monti voleva creare una traduzione che sapesse di antico. Calzecchi Onesti traduce in
pseudoversi. Ciani traduce in prosa. Un modo di tradurre possibile è quello modo mimetico, usato da Carducci
per le sue Odi barbare. Siccome la dizione di Omero è una vera e propria microlingua, una lingua particolare
che serve esclusivamente a produrre poemi omerici, l’operazione di Monti non è poi così folle. Il pubblico di
Omero non parlava nella lingua dell’Iliade o dell’Odissea. È una vera e propria lingua della poesia quella.
Anche nella modernità esiste a fasi alterne un linguaggio caratteristico della poesia che è spesso altro rispetto
a quello della prosa.
Quando si traduce ci si deve quindi sempre chiedere perché si sta traducendo. Ci sono chiaramente casi
particolari. Nel caso dei lipogrammi, per esempio, ci sono problemi notevoli. Per risolvere i problemi traduttivi
si aprono spesso questioni filosofiche complesse. Problemi simili si pongono quando si vuole tradurre una
poesia con una poesia. La traduzione è una coperta corta: o ci si copre la faccia o ci si compre i piedi. Bisogna
sempre scegliere cosa sacrificare.
Ad esempio, come si può tradurre l’Odi et amo catualliana? Anzitutto, Odi et amo è una poesia d’amore
che non ha nemmeno un aggettivo, è questo è un fatto molto raro. L’et iniziale crea un’antitesi. L’odio
dovrebbe escludere l’amore e viceversa. Catullo coglie il paradosso. Quell’et è quasi un ‘eppure’. Odi è un
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perfetto resultativo. L’amo è nell’adesso. Odi è un’azione iniziata e durata per del tempo nel passato ed arrivata
fino all’ora con il risultato attuale. Faciam è in latino più make che do. È poi difficile stabilire chi sia il tu che
chiede come l’io poetico fa ad amare e ad odiare insieme: può essere l’amata, oppure l’amato, oppure un amico,
oppure sé stesso, oppure il lettore (con cautela, chiaramente). Scio è il verbo di sapere. Sentio è il verbo che
indica il percepire per intuito. Per rendere quel passaggio bisogna quindi verificare se nella nostra lingua esiste
una parola per la conoscenza data dal ragionamento e per la conoscenza data dalla sensazione. «Fieri sentio»
vuol dire che la cosa avviene ma senza che l’io ne sia l’autore. Excrucior ha in sé l’idea della croce. In italiano
la croce è troppo legata all’immaginario cristiano e si lega fortemente con il tema della redenzione. Quando
un romano sente excrucior ha nella mente la croce, che vuol dire condanna a morte con un supplizio che dura
per giorni e la morte sopravviene per soffocamento. Normalmente, inoltre, i romani morivano per
decapitazione. La croce è una pena pubblica ed era riservata agli schiavi. Ciò crea un effetto collaterale
notevole. La croce fa vergognare. La croce è scandalo. Il paradosso del cristianesimo non è che Gesù sia morto,
ma che egli sia morto umiliandosi al livello estremo. Dio, il rex iudeorum è morto come uno schiavo, in modo
vergognoso. Excrucio evoca dunque una sofferenza che non finisce mai, nella quale si spera che qualcuno dia
il colpo di grazia; va sempre peggio, si è immobilizzati, ci si vergogna, si è uno schiavo. Si comprende ora
come sia complicato tradurre anche una sola parola come questa.
La traduzione pone problemi anche nella scelta tra una traduzione attualizzante e una arcaizzante.
Quando si traduce ci si deve porre domande complesse. È importante cogliere nella traduzione le cose più
piccole.
Ciascuna traduzione dice sempre delle cose. La traduzione di Monti grida di voler essere alta e all’altezza
dell’originale. La traduzione della Calzecchi Onesti dice di voler essere una traduzione corrente. Quella di
Ciani vuole essere un racconto delle vicende dell’Iliade.
In certi testi la forma conta più che in altri. Ci sono testi che tollerano di più o di meno la traduzione. Spesso
i romanzi tollerano meglio la traduzione. In genere la poesia regge peggio della prosa. La poesia ha delle
componenti personali più forti.
Ad influenzare la riuscita di un testo in traduzione è spesso anche la prossimità di una lingua a quella
originale. L’ebraico, per esempio, non ha il verbo essere e non ha modi verbali. È una lingua tutta paratattica
e non subordinante. L’ebraico ha però l’aspetto, come in greco: le cose cambiano a seconda che siano fatte in
un certo modo o nell’altro. Il greco ha tre aspetti fondamentali. Per l’imperativo, per esempio, abbiamo il
presente, l’aoristo e il perfetto. In ebraico ci sono sette aspetti. Nelle traduzioni dall’ebraico tutte queste
sfumature vengono perse ed è impossibile colmarle con la maggiore complessità sintattica propria dell’italiano.
A quel punto, comunque, il traduttore non può far altro che diventare scrittore per ovviare al problema di
rimanere con un testo estremamente povero e sciapo.
Spesso non solo le lingue non si incastrano ma anche le culture possono non incastrarsi. Culture diverse
hanno immaginari diversi. martedì 20 settembre
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È molto grande la differenza tra un testo in poesia ed uno in prosa. Nella poesia c’è spesso un mondo altro
che non è solo concettuale ma anche linguistico. Nella poesia ci sono quindi cose che in prosa non ci sono.
Un’altra caratteristica della poesia è che essa ha una funzione mnemonica e mnemotecnica di sicurezza. la
poesia si impara più facilmente della prosa, così come una canzone si memorizza più facilmente della poesia.
La metrica è una via di mezzo tra la musica e la prosa. Essa quindi aiuta a memorizzare. La metrica spesso
suggerisce delle cose. Lo schema rimico per esempio suggerisce molto. La poesia costituisce un sigillo di
garanzia. Se manca una parte ad una poesia ce ne accorgiamo perché lo schema metrico risulta alterato. Lo
schema rimico inoltre fornisce degli elementi che possono aiutare a ricostruire le parti mancanti e a tentare di
sanare le lacune. Prendiamo ad esempio la frase palindroma famosa “in girum imus nocte et consumimur igni”.
Essa in realtà era un esametro di cui si è perso un pezzo: “in girum imus nocte, ecce, et consumimur igni”. La
metrica risolve molte cose.
La lettura in metrica: l’esametro
Vediamo ora come leggere l’esametro. Per imparare la lettura dell’esametro può essere comodo partire dal
verso carducciano: «Lenta fiocca la neve pel cielo cinereo: grida». Il ritmo è Xxx Xxx Xxx Xxx Xxx Xx. Gli
ictus sono sei (mai chiamare l’ictus accento!). Per definizione, l’esametro è una esapodia dattilica catalettica
in disillabum. Esapodia: abbiamo sei piedi siccome ci sono sei ictus e il piede viene ribattuto sei volte. I piedi
qui sono composti con lunga-breve-breve e quindi sono dattili: dattilica. Catalettica vuol dire che questa
esapodia è troncata perché l’ultimo piede è mancante di una sillaba. Essendo l’ultimo piede composto da solo
due sillabe dopo il troncamento, diciamo che il verso è catalettico in disillabam.
Per procedere passo dopo passo nell’apprendimento della lettura dell’esametro, vediamo ora Bernardo di
Cluny, De comptentu mundi. Questi versi sono medievali e non classici. Ciò è evidente siccome essi sono a
rima baciata. Inoltre, gli ictus coincidono con gli accenti. Leggendo in prosa questo testo lo si legge in realtà
anche in metrica. Leggere questo testo permette di creare in testa il ritmo dell’esametro per poi applicarlo in
automatico anche ad altri versi. Da questo componimento è tratto il distico che dà il titolo al Nome della rosa
anche se c’è nella tradizione del testo una variante che propone «Roma» al posto di «rosa».
Prendiamo poi ora il verso di VERG. Aen VII “Quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum”. Se
letto in metrica questo verso riproduce il galoppo del cavallo. Questo esametro è semplice perché è tutto
dattilico.
Prendiamo ora il verso “Musae quae pedibus magnum pulsatis olimpum”. La clausola dell’esametro è
sempre Xxx Xx, un adonio. La cosa più semplice quando si legge un esametro è guardare la coda. L’esametro
però presenta un problema siccome ha lunghezza variabile. Ogni dattilo (Xxx) infatti può essere sostituito da
uno spondeo (XX). Normalmente è sempre un dattilo quello della clausola ma in realtà può succedere che
anche il V piede sia uno spondeo. Questo, quindi, genera un numero variabile di sillabe. L’esametro
olodattilico è quello composto da tutti dattili. Non è però l’esametro più comune, comunque, siccome
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normalmente almeno 1 o 2 sostituzioni ci sono. L’esametro più lungo ha 17 sillabe; il più breve ha 12 sillabe.
L’esametro da 12 sillabe è detto olospondaico, olospondiaco o esametro minimo. Ogni piede si chiama sede.
Cfr. sito pedecerto.eu. Grazie a questo sito è possibile cercare tutti gli esametri della letteratura latina che
presentano un certo schema.
Gli esametri più lenti sono quelli da 12 sillabe, quelli maggiormente spondiaci. Gli esametri più rapidi sono
quelli da 17 sillabe. Letterariamente viene sfruttata con fini stilistici questa maggiore rapidità o lentezza degli
esametri. La lentezza è solitamente associata alla solennità, siccome ogni parola ha un peso. 1/3 degli esametri
minimi (in totale 19) sono di Ennio. L’esametro minimo è poi usato una volta da Catullo con effetto
parodistico. Gli autori grossi non usano l’esametro minimo e quindi si deve attendere l’età cristiana per vedere
di nuovo un esametro olospondiaco. Questo tipo di verso era sentito come troppo kitsch nell’età classica.
Ci sono tre fasi di latino. Le due estreme si somigliano maggiormente. All’inizio della letteratura latina c’è
una grossa fase di sperimentalismo dove si tenta di tutto. Ennio, per esempio, usa forti varianti metriche.
Nell’età classica invece c’è un concetto di eleganza che corrisponde alla scelta attenta delle parole. Per questa
fase il punto di riferimento è l’«aurea mediocritas» di Orazio. Non si devono usare qui né parole troppo basse
né parole troppo alte. Gli effetti di poesia si ottengono qui non coi paroloni ma con la callida iunctura,
giunzione di parole che normalmente non starebbero insieme ma che così acquistano un significato nuovo e
potente. Usare parole troppo alte significa dover far vedere di conoscere paroloni. Ma è un uso tronfio dei
paroloni. Dall’età imperiale in poi però avviene un cambiamento. Qui nascono le scuole di retorica. Qui la
retorica prende dalla poesia. Tornano quindi le cose difficili in poesia per differenziarsi dalla retorica. Si pensi
che Lucano per i primi posteri era un oratore più che un poeta.
Vediamo ora con l’uso di pedecerto degli esametri olodattilici. Gli esametri olodattilici sono il 3% del totale
degli esametri della letteratura latina.
La dieresi bucolica è una pausa che si genera prima dell’adonio finale.
Per la lettura è bene ricordare che i romani non dividevano le parole. Non contano le parole nella lettura
metrica ma contano le sillabe. Bisogna sempre avere con il colpo d’occhio contezza della clausola
dell’esametro che si legge. L’occhio deve sempre abbracciare il verso nella sua interezza. Si deve sapere
sempre come va a finire l’esametro che si leggerà. Bisogna quindi stare lontani dal foglio che si legge siccome
si deve poter abbracciare con lo sguardo tutto il verso. L’adonio finale è il porto nella lettura dell’esametro.
Non bisogna nella lettura farsi sviare dagli accenti delle parole perché generalmente non coincidono con gli
ictus. Nella lettura, la prima sillaba è sempre in ictus. Si inizia sempre con un ictus.
Generalmente una vocale in sillaba chiusa è lunga. Bisogna però ricordare che la divisione in sillabe in
metrica si fa su tutto il verso in flusso continuo e non sulle parole prese singolarmente. Nel pratico, se una
vocale è seguita da due consonanti, quella vocale è lunga. Anche i dittonghi sono lunghi. 4
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mercoledì 21 settembre 2022
L’Ilias latina: introduzione
L’Ilias latina è un resoconto in un migliaio di versi dei 24 libri dell’Iliade greca. Ogni libro di un poema
era scritto su un rotolo. Su ogni rotolo ci stanno più o meno un migliaio di versi. I poemi epici funzionano a
sottomultipli di 24. L’Ilias latina quindi, essendo di un solo migliaio di versi, era una versione “compact”
dell’Iliade originale. Essa risolveva il primo problema dell’Iliade, le dimensioni. Inoltre, l’Ilias funzionava
anche come breviario, un riassunto che permette di accedere ai contenuti dell’Iliade in molto meno tempo
rispetto a quello che richiede la lettura dell’originale omerico. Lo stesso era stato fatto da Eutropio con l’Ab
Urbe condita liviana. L’Ilias, pur essendo restringendo a livello quantitativo, propone una qualità non
trascurabile. Eutropio, invece, banalizzava semplicemente Livio, lo restringeva quantitativamente e
qualitativamente.
Nello studio dell’Ilias quindi è interessante sempre tenere in considerazione il rapporto con il modello
greco, L’Ilias non è una traduzione dell’Iliade ma è un riassunto in rapporto 1:24. Il rapporto però non è
uniforme per tutto il poema. Ci sono punti in cui c’è maggiore compressione e altri in cui quasi non c’è
compressione. Il proemio, per esempio, non è compresso: qui l’Ilias è una semplice traduzione del proemio
originale. È però interessante vedere nello sviluppo dell’opera che cosa è stato tagliato, come e perché. L’autore
che compose l’Ilias in età neroniana probabilmente (o almeno imperiale), pur tagliando spesso, fa sentire la
propria presenza di scrittore. A volte addirittura aggiunge delle cose che nell’Iliade non ci sono. L’autore
dell’Ilias è lettore di Virgilio e di Ennio e questo si sente nell’opera che compone.
L’Ilias Latina: traduzione
Iram pande mihi Pelidae, Diua, superbi
O dea, spandimi (squadernami) l’ira del Pelide superbo
Nell’Iliade è menzionato esplicitamente Achille nel proemio. Qui però il suo nome avrebbe creato problemi
co
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