Omosessualità tra condanna e legittimazione
Per omosessualità si intende il comportamento o l’attrazione sentimentale e/o sessuale tra individui dello stesso sesso. Ricerche indicano che molti omosessuali riescono ad avere relazioni impegnate e durature. Alcuni studi hanno dimostrato che le coppie dello stesso sesso e del sesso opposto sono equivalenti nelle misure di soddisfazione e impegno nelle relazioni sentimentali.
La domanda sulla causa dell’omosessualità ha suscitato, e non solo in tempi recenti, innumerevoli ipotesi e spiegazioni. Le ipotesi proposte si dividono grosso modo in tre categorie:
- Spiegazione innatista (omosessuali si nasce). L’omosessualità è in qualche modo innata, per ragioni naturali, simili a quelle che portano naturalmente una certa percentuale di persone ad essere mancina anziché destrimane. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) definisce l’omosessualità una variante naturale del comportamento umano, ma non ha preso posizione rispetto alla possibile causa di tale variabilità, vuoi per conseguenze di vere e proprie cause fisiche (squilibri ormonali, anche durante la gravidanza), vuoi per altri motivi ancora.
- Spiegazione psicologica (omosessuali si diventa). L’omosessualità è l’effetto di un differente sviluppo della psiche, in genere maturato da bambini o da adolescenti per via di accadimenti anomali (traumi, abusi o comportamenti particolari), senza i quali non si sarebbe mai maturato un orientamento diverso. Tale visione è spesso osteggiata dal mondo GLBT, in quanto considerata come una riproduzione del concetto di omosessualità come patologia, senza affermarlo esplicitamente.
- Spiegazione volontaristica (non esistono persone omosessuali, ma solo atti omosessuali). L’omosessualità non ha “cause”. Si tratta di un comportamento appreso ed acquisito, frutto della volontà del singolo individuo.
È importante notare che nessuna delle teorie eziologiche (cioè relative alle cause) sopraelencate è fino ad oggi riuscita a raggiungere un grado di affidabilità scientifica tale da poter escludere tutte le altre, e quindi tale da potere mettere d’accordo almeno la maggior parte degli studiosi. Per l’omosessualità negli animali sono state avanzate ipotesi differenti: dall’innatismo al ruolo evolutivo, da modificazioni genetiche a strategie riproduttive. Per questo motivo, da un punto di vista scientifico, la questione delle cause dell’omosessualità è da considerare ancora una questione aperta, sulla quale nessuna risposta può per ora pretendere di essere definitiva.
Quando fu descritta per la prima volta nella letteratura medica, l’omosessualità veniva spesso affrontata da un punto di vista che mirava a trovare un’inerente psicopatologia nella sua causa scatenante. Molta letteratura sulla sanità mentale e sui pazienti omosessuali si è incentrata nella loro depressione clinica, nell’uso di droghe e nel suicidio.
Benché queste questioni esistano anche tra persone non eterosessuali, la discussione sulla loro causa derivante o portante all’omosessualità è stata rimossa dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM) nel 1973. Malgrado ciò, marchi, pregiudizi e discriminazioni scaturite da atteggiamenti sociali negativi nei confronti dell’omosessualità portano a una più alta prevalenza di disordini mentali tra lesbiche, gay e bisessuali comparati ai loro pari eterosessuali. L’evidenza indica che la liberalizzazione di questi atteggiamenti negativi è associata a tali rischi di salute mentale, soprattutto tra i più giovani.
La diffusione dell’omosessualità nella specie umana è difficile da determinare accuratamente; gli studi suggeriscono che tra il 2 e il 20% della popolazione esibisce alcuni gradi di tendenza omosessuale. Molte persone omosessuali nascondono, ancora oggi, i loro veri sentimenti e attività a causa della paura della disapprovazione altrui e della violenza; vengono continuamente definiti repressi. Il dichiarare apertamente il proprio orientamento viene definito coming out (dall’inglese “uscir fuori”). Molte persone che si sentono attratte da membri del loro stesso sesso s’imbattono nel cosiddetto coming out ad un certo punto della loro vita. Generalmente il coming out viene descritto in tre fasi:
- La prima fase è quella del “conoscere se stessi” e della realizzazione o decisione di emergere come una persona aperta a relazioni con persone dello stesso sesso. Ciò viene spesso definito come un coming out interno.
- La seconda fase prescrive la propria decisione di “uscir fuori” con altre persone, ad esempio la famiglia, gli amici e/o i colleghi. Ciò avviene per molte persone intorno agli 11 anni, ma altri non chiariscono il loro orientamento sessuale fino all’età di 40 anni, o oltre.
- La terza fase è rappresentata, più generalmente, dal vivere apertamente come una persona LGBT.
LGBT
In Italia, come nel resto delle nazioni più sviluppate, le persone spesso hanno il loro coming out durante le scuole superiori o all’università. A quest’età, essi non vedono la necessità di ricorrere ad un aiuto quando il loro orientamento non è accettato nella loro società e da ciò ne conseguono rischi e violenze nel momento in cui si rivela ai membri di tale società la propria sessualità.
Da notare che in Italia spesso ci si riferisce al coming out utilizzando impropriamente l’espressione outing, che invece indica l’atto di rivelare l’omosessualità di qualcuno da parte di un’altra persona.
Ad oggi. Gli aggettivi più comuni utilizzati sono lesbica per le donne omosessuali e gay per gli uomini omosessuali, benché alcuni preferiscano altri termini o anche nessun termine di definizione.
Nel corso degli anni il termine “omosessualità” ha assunto connotati sempre più neutri, anche se il concetto in sé continua ad essere considerato un tabù nella maggioranza delle culture.