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La normalità è follia

Liceo Classico G. Carducci

Esame di Maturità

A.S. 2008/2009

Eleonora Cosci

Classe 3 C

Area di progetto: “Fra genio e limite”

“Alla fine, anche lo psichiatra abitava il manicomio come gli altri matti. Una vita strana, forse paradossale, forse assurda, ma tutto sommato vera. Quando si doveva stabilire che le cose non andavano, il confronto era con la vita dei sani. Una normalità che, dovendo definirlo, saprei descrivere solo come patologia, in quanto per gli abitanti del manicomio è il ‘fuori’ ad essere anomalo...” (Vittorino Andreoli)

I miei matti. Ricordi e storie di un medico della

Questa citazione presa da

mente Istruzioni per essere normali

(2004) e altri libri come (1999) del medico psichiatra Vittorino Andreoli, sono stati per me punto di ispirazione e riflessione sul sottile confine che sussiste tra la normalità e la follia.

Normalità e follia

In ogni società, normale è chi segue le regole sociali e le consuetudini, dunque che si conforma alle regole dominanti. Ogni individuo si costruisce un ruolo e un’immagine di sé che non devono uscire da certi limiti, e devono essere funzionali ai valori sociali dominanti. Siamo continuamente esortati ad essere normali.

Il termine follia è per lo più un termine generico, che non ha un significato preciso e nemmeno scientifico. È il modo di manifestarsi che appare più irrazionale e imprevedibile ed è ciò che va sotto il nome di “disturbo mentale”.

Possiamo affermare che la follia è intesa in modo complementare rispetto alla normalità, essendo tutto ciò che è sbagliato, irragionevole, imprevedibile, fuori schema. Il “non essere matto” significa essere ragionevole, ovvero non fare in ogni momento ciò che si vorrebbe, non dire tutto ciò che si ha in mente.

L’evoluzione dell’interpretazione della follia

L’interpretazione della follia si è profondamente modificata nell’arco di due millenni; la visione più antica, legata al mondo classico, è quella in cui essa si coniuga con il sacro: il matto è la voce del divino che va decodificata, onere che spettava ai sacerdoti. Nel Medioevo, la follia assume una diversa visione in cui il matto, in particolare la matta, è la voce del demone, non più voce di Dio.

Questa malattia prevedeva una terapia in cui era necessario estrarre il demonio per liberare il soggetto, in termine tecnico “esorcizzarlo”. Qualora il demone non esca, non resta come alternativa l’eliminazione fisica del malato; è infatti notevole sottolineare come l’Inquisizione, che ha mandato al rogo moltissime persone, streghe in particolare, in realtà non abbia mai ritenuto di uccidere degli esseri umani, sottintendendo che un soggetto indemoniato perde le sue caratteristiche umane e quindi lo si può eliminare in piena legittimità.

Un’altra interpretazione è quella che si diffonde nell’Ottocento sulla scia del pensiero del Positivismo, in cui il folle è visto come “macchina umana rotta”, quindi da studiare, esaminare e riparare. Ma portando alle estreme conseguenze una visione di questo tipo, si arriverà a considerare un sentimento affettivo come l’ansia, entrambi esclusivamente legati ad alterazioni di strutture anatomiche-funzionali.

Da tutto ciò si discosteranno gli studi di Sigmund Freud (1856-1939), il quale darà vita a un’altra visione della follia, tentando di affrontare in altro modo tale disturbo mentale, prestando attenzione al funzionamento della psiche del paziente e della sua interazione con il mondo esterno, a cominciare dal nucleo familiare.

Da questo momento in poi il dibattito si è aperto ed esteso in molteplici visioni, metodi e terapie valide per affrontare tale patologia. Ad esempio oggi, in Italia, numerosi psichiatri, come Eugenio Borgna e Bruno Callieri, adottano il ruolo di psichiatra-terapeuta nei confronti dei pazienti mettendosi in relazione con essi, senza tracciare distinzioni nette; si mescolano le esperienze, si consuma un “qui e ora” nel tempo, si vive con il malato e si vive con lui la sua esperienza.

Altri come Nicoletta Brunello appoggiano un’interpretazione naturalistica delle malattie mentali che ricerca le cause della psicosi nel malfunzionamento dei centri cerebrali e le sue cure nei farmaci e nell’elettroshock.

La legge Basaglia e i cambiamenti terapeutici

Riguardo all’attualità del tema della follia, ai malati e ai cambiamenti terapeutici avvenuti in Italia negli ultimi anni, in seguito anche alla legge 180 formulata da Franco Basaglia del 1978 in cui è stato deciso di chiudere gli ospedali psichiatrici e le case di cura, ho intervistato la dott.essa Maria Francesca Falcone, medico psichiatra che opera attualmente all’interno del centro SER.T di Viareggio. La dottoressa si è prestata gentilmente alla mia richiesta di incontrarla e intervistarla rispondendo ad ogni domanda.

L’intervista alla dottoressa Maria Francesca Falcone

La vita dei malati dopo il 1978

-Dottoressa, vorrei cominciare subito con il chiederle: come è mutata dopo il 1978, anno della Legge Basaglia, la vita dei malati che avevano perso la loro “casa”?

“Dunque, la situazione dopo tale legge è profondamente cambiata. A livello umano questa è stata una bellissima legge, ma purtroppo ha lasciato orfane tantissime persone, molte delle quali essendo affette da patologie psichiatriche gravi, sono rimaste sole e non sono state riaccolte dalla famiglia.

Di questi alcuni hanno scelto la via del suicidio, altri sono andati a fare i barboni, ma diciamo che per tutti l’integrazione con un mondo che per loro non era più “reale”, è stata difficile. È importante sottolineare come anche le famiglie si sono trovate orfane di mezzi e informazioni per aiutare i malati e per comprendere le loro problematiche.

Una persona purtroppo non si accorge di nessun disturbo nell’altra fino a che questa non gli crea fastidio. Per esempio, una volta mi sono ritrovata a parlare con una paziente che presentava una forte ansia; questa donna viveva con il figlio e quando lui usciva di casa, lei non faceva altro che chiamarlo continuamente per sapere ogni suo minimo spostamento.

Una volta che il figlio ha trovato la fidanzata, che successivamente è divenuta moglie, allora la madre per entrambi è risultato un “problema” e il fatto che chiamasse a tutte le ore del giorno per sapere che cosa facesse il figlio “non era normale”.

E questo fa riflettere anche su un’altra questione che è proprio quella del nucleo familiare e della sua evoluzione che negli anni è mutata notevolmente.

Infatti una volta, sotto allo stesso tetto, vivevano tre generazioni differenti di uno stesso ceppo familiare e questo faceva sì che la famiglia fosse unita e che quindi laddove si fossero presentati casi di soggetti affetti da schizofrenia, ansia e depressione lievi, questi rimanevano “protetti” dentro a tale nucleo, poiché solo in casi di gravi patologie ci si rivolgeva al medico.

Oggi invece a causa di una serie di fattori, il nucleo familiare è estremamente ridotto e si tende a preferire la solitudine con i nostri problemi piuttosto che alla condivisione con altri.

Per chi soffre di determinati disturbi, la solitudine può risultare devastante e portare in alcuni casi anche al suicidio. Ed oggi tutti siamo soli alla fin fine, ma quelli malati si sentono più soli degli altri ed è necessario aiutare queste persone.”

Le tipologie di malati e le cure psichiatriche

-Quali “tipologie” (se così possiamo definirle) di malati accettano in maniera migliore una cura psichiatrica e quali no?

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