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1.1.1 La follia e la concezione umanista del folle di Erasmo da Rotterdam

Il termine follia deriva dal latino follis, di origine onomatopeica, significava ‘sacco di cuoio, pallone, borsa, mantice’; gli antichi lo usarono metaforicamente per designare un uomo di testa vuota di senno. Nel corso dei millenni è profondamente variato sia il concetto di follia sia la sua interpretazione.

Nel mondo classico la follia era imprescindibilmente legata alla sfera del sacro: il folle rappresentava la voce del divino, che va ascoltata per essere interpretata.

Nel Medioevo, invece, il folle diventò il rappresentante del demonio, perciò bisognava liberarlo dal male, in qualche modo esorcizzarlo.

Si diffuse la dicotomia spirito-corpo che, nel caso di malattia mentale, impose come primo atto l’intervento riparatorio sul corpo guasto, e proprio per questo motivo incapace di far esprimere lo spirito, e nel caso di insuccesso l’eliminazione fisica del folle.

Un’interpretazione diametralmente opposta si ebbe nel Rinascimento, basti pensare all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam. Geer Geertsz (cambierà successivamente il suo nome con quello umanistico di Desiderio Erasmo) nasce la notte tra il 27 e il 28 ottobre del 1466 a Rotterdam dal prete Rotger Geertsz. Nel 1511 veniva pubblicato il suo capolavoro, Elogio della follia, che lo rese figura così rappresentativa di quel periodo storico. Scritto con una dedica a Tommaso Moro, suo grande amico, fu, nell’arco del XVI secolo, ristampato circa sessanta volte, prova questa del valore dell’opera. L’Elogio rappresenta una esaltazione allegorica della figura della Follia: rappresentata come dea in vesti di donna. Erasmo, servendosi delle dolci parole della dea, pone in discussione tutto un mondo ed un sistema di vita. L’opera si presenta dunque come una satira della teologia scolastica, dell’immoralità del clero ed un elogio della follia del vero cristiano che impronta la sua vita sulla fede. L’ironia è assai poco velata, Erasmo si prende, infatti, esplicitamente gioco di molti concetti e pregiudizi del suo tempo. In tutta la narrazione Erasmo ritiene che la follia sia la dominatrice dell’intera civiltà con le sue leggi e le sue usanze. Una follia che con le sue ali circonda ed abbraccia ogni genere di persona, laici ed ecclesiastici, umili e potenti, ignoranti e sapienti. Una dea che nella sua schiettezza rappresenta tutti gli umani errori e tutte le umane debolezze.

I

Tutto lo svolgersi del libro è ambientato all’interno di una riunione di divinità e non. L’opera è tutto incentrata su un unico personaggio, che è la follia. Questa divinità è incarnata nel corpo di una giovane donna, molto scettica e critica nei confronti di tutte le classi sociali, ma anche nei confronti delle divinità stesse. Nel libro, vi sono poi moltissime menzioni di personaggi appartenenti al tempo di Erasmo o appartenenti all’immaginario della mitologia. La Follia sfila come uno degli dei, figlia di Plutos e della Freschezza e allevata dall’Ignoranza e dall’Ubriachezza, i cui fedeli compagni includono Philautia (Vanità), Kolakia (Adulazione), Lethe (Dimenticanza), Misoponia (Accidia), Hedone (Piacere), Anoia (Demenza), Tryphe (Licenziosità), Komos (Intemperanza) ed Eegretos Hypnos (sonno mortale).

2.1.1 La follia secondo Freud

Nel Novecento la concezione della follia e del funzionamento della mente in generale furono oggetto di studio da parte di Sigmund Freud, fondatore della psicoanalisi.

Freud, neuropsichiatra austriaco, si laurea in medicina, dedicandosi prima allo studio dell’anatomia cerebrale, poi delle malattie mentali. È con Freud che nasce la psicoanalisi: scienza destinata ad esercitare nel giro di pochi decenni un influsso enorme e sempre più massiccio sull’indagine dell’uomo, delle sue attività psichiche e dei suoi prodotti culturali. Non c’è ‘fatto umano’ che non sia stato toccato e ‘sconvolto’ dalla dottrina psicoanalitica (le malattie mentali vengono affrontate con tecniche terapeutiche prima impensate; fatti come sogni, lapsus, dimenticanze, diventano brecce per guardare nel profondo dell’uomo ... ). A tal scopo, Freud si trasferisce a Parigi e lavora per molto tempo al fianco di malati d’isteria: si pensava in quell’epoca che questa patologia dipendesse da un’alterazione psicologica e che l’ammalato potesse tornare allo stato di normalità attraverso la suggestione di uno stato di ipnosi (ipnosi: parola che deriva dal greco hypnos ‘sonno’). In principio si parlava di mesmerismo (teoria che prende il nome dal medico tedesco Mesmer e che voleva l’essere umano percorso da una corrente energetica. Uno squilibrio di questa corrente sarebbe all’origine della malattia e su questo fondamento si basavano Freud e Breuer per curare i malati mentali).

II

Allo scopo di perfezionare la tecnica Freud si reca a Nancy dove è testimone di straordinari esperimenti sui malati. Torna a Vienna e viene a contatto con il dott. Breuer, il quale considera il dialogo e l’ipnosi una forma di cura. A contatto con Breuer, Freud capisce che, attraverso l’ipnosi e il lavoro di riemersione di determinati traumi, il malato isterico porta alla luce elementi di sé e della sua coscienza che non sono più visibili. Freud e Breuer scrivono insieme una memoria su un caso d’isteria curato da Breuer alcuni anni prima, sottoponendo una malata ad un sonno ipnotico, Breuer faceva esprimere all’ammalata quello che in quegli istanti le opprimeva l’animo. Per mezzo di ciò, Breuer era riuscito a liberare la malata dai suoi sintomi. Più tardi i due pubblicano gli Studi sull’isterismo: il soggetto isterico, in stato ipnotico, torna all’origine del trauma, illumina i punti oscuri che nella sua vita hanno generato la malattia e sono nascosti nel profondo, afferra così la causa del male e, attraverso una specie di catarsi, si libera dal disturbo. Così ha inizio la teoria psicoanalitica di Freud.

Freud elabora le sue tesi dalle reazioni di determinati malati sotto ipnosi: il comportamento degli isterici è rilevatore della sfera inconscia nel momento in cui abbiamo nella fase di sonno vigile. Il riemergere del sommerso è efficace: c’è una parte cosciente che fa da tramite con il mondo esterno e una parte che non riemerge o riemerge solo in particolari situazioni (Es).

2.2.1 Struttura dell’apparato psichico secondo Freud

Es: è l’insieme degli impulsi inconsci della libido (secondo la teoria freudiana la libido rappresenta la principale se non unica pulsione dell’uomo, quella sessuale), è la parte sepolta della coscienza che non si vede, ma che condiziona ciò che si vede. Qui vengono elaborati gli stimoli esterni che poi risalgono in superficie per formare la coscienza.

Io: è il rappresentante conscio dell’Es e, a differenza dell’Es, è a diretto contatto con il mondo esterno.

Super-io: è la parte intermedia ed è tutto ciò che ha a che fare con i condizionamenti sociali, culturali, familiari. Si forma verso il quinto anno di età e differenzia l’uomo dall’animale; è la base della coscienza morale e del senso di colpa.

III

Tutta l’attività inconscia è la risposta a stimoli di tipo energetico. Freud immagina la mente umana come un sistema in cui la ricerca dell’equilibrio è un requisito fondamentale: non ci deve essere dispersione di energia psichica. Quindi la fase di disequilibrio si ha nel momento in cui l’Io non governa più gli stimoli esterni e il lavoro dell’inconscio: il disturbo psichico è dovuto ad una riemersione del materiale rimosso contenuto nell’Es. Il sintomo rappresenta in questo caso il tentativo che l’Io compie per controllare il rimosso che emerge alle soglie della coscienza.

3.1.1 Genio e follia. Malattia mentale e creatività artistica

3.2.1 La luce e il buio della mente

Se la facoltà naturale del giudizio o della discriminazione del vero dal falso, intesa come ragione, si può identificare con la luce della mente, il suo opposto, cioè la perdita della ragione deve corrispondere al buio. Nella mente di ogni individuo luce e buio coesistono e come la luce è più splendente per contrasto con il buio così i momenti supremi della ragione - che sono quelli del genio - risplendono a confronto con quelli della massima sragione, cioè la follia.

3.3.1 Il male oscuro del genio

Accurati studi psicologici nel XX secolo hanno dimostrato che fino al 28% dei grandi scienziati ha avuto qualche disturbo psichico, dalla schizofrenia, alla depressione, alla paranoia. Definire direttamente la follia, o per meglio dire il ‘male oscuro’, così come definire la ‘normalità’ mentale è praticamente impossibile ed anche un’analisi fenomenologica non permette di arrivare a definizioni univoche: occorre, perciò, fare uso di definizioni indirette.

Se misura di normalità è la capacità di un individuo di relazionarsi con i propri simili e di interagire in maniera non distruttiva con il contesto sociale è possibile individuare alcune regole a cui egli si deve uniformare. Una rottura di tali regole è analoga a una dissonanza non risolta in un sistema armonico tonale, o meglio è la manifestazione di un disordine che impedisce la coesistenza ordinata, mentre il protagonista della rottura o si auto-emargina o viene emarginato dal contesto sociale.

IV

La diade genio/follia è diventata uno stereotipo, sanzionato anche dal punto di vista drammaturgico, come ha fatto, nel 1836, A. Dumas con il suo Kean ou désordre et génie. Le relazioni tra genio, pazzia e malinconia sono state illustrate con un’ampia casistica di grandi artisti dei secoli XV-XVIII, ma erano comunemente dibattute anche nell’Antichità e continuano ad essere oggetto d’interesse ai giorni nostri se, ad esempio, nel 1942 lo psichiatra tedesco W. Lange-Eichbaum affermava che «la maggior parte dei genii furono degli anormali psicopatici». Le biografie di molti geni testimoniano nodi psicopatologici, ma non si sa se tra genio e follia vi sia una relazione di causa-effetto e non si può dire quale dei due possa essere causa dell’altro.

4.1.1 Hitler: la follia distruttiva

In ambito storico, il tema della follia è maggiormente collegabile alla figura, instabile ed allo stesso tempo carismatica di Hitler. Mosso dalle sue teorie sulla superiorità della razza ariana, sulla congiura ebraica antitedesca e sulla teoria dello spazio vitale (per fornire al popolo tedesco uno sbocco al proprio espansionismo) seppe imprimere una svolta totalitaria al governo tedesco. La personalità di Hitler si caratterizza, nelle sue manifestazioni più evidenti, per sete di potere, spietatezza, acume intellettivo e grandi doti oratorie. La sua affettività si distingue per la marcata ‘freddezza del sentimento’, la grande energia vitale e la reattività ‘irosa’ e spesso incontrollabile. Hitler - la cui struttura di personalità non è priva di elementi psicopatologici e conflittuali - appare come un soggetto estremamente ‘arido nei sentimenti’ ma, nel contempo, bisognoso di esigere dagli altri manifestazioni di affetto e considerazione.

Secondo la scienza grafologica, egli risulta un individuo ‘incapace di amare’ e che pretende dal ‘prossimo’ proprio quello che lui stesso nega agli altri. La conseguenza di questi tratti non può che tradursi, secondo gli psicologi, in un profondo e lacerante ‘squilibrio’ interiore che investe anche gli aspetti comportamentali dell’individuo. L’anaffettività lo porta ad una sorta di ‘isolamento affettivo autoindotto’, dal quale emerge - con forte ‘convinzione’ - una visione distorta della realtà. Essa si esprime in un sistema personale di valori e di riferimenti dove l’intero universo ruota intorno al proprio ego. Si tratta, secondo gli studiosi della psiche umana, di un ‘sistema ideale’ di tipo ‘narcisistico’ che (basandosi su principi estremamente saldi e regole inflessibili) permette al soggetto di raggiungere un obiettivo ‘assoluto’ ed inderogabile: il dominio incondizionato dell’ambiente e delle relazioni interpersonali (secondo gli storici tutto ciò è alla base del bisogno ‘dispotico’ del controllo delle masse).

V

Per raggiungere tale obiettivo Hitler è portato ad operare scelte cognitive autoreferenziali, a considerare ogni minimo ostacolo come una difficoltà da superare senza eccessivi scrupoli, anche se queste scelte possono portare danni alla sua stessa persona. Dal punto di vista intellettivo, Hitler appare dotato sia sul piano della capacità d’osservazione che sul piano strettamente analitico (caratteristiche tipiche dei soggetti con intelligenza superiore alla norma). Nel momento in cui però la componente intellettiva si rapporta con quella emotiva egli, in realtà, emerge per la limitata oggettività del giudizio, la poca ponderazione delle critiche elaborate e la scarsa verifica dei ‘ragionamenti’ prodotti. Si evidenzia, infine, un’elevata capacità di argomentare in maniera trascinante le tesi proposte e di sostenerle con foga ed aggressività negli scontri verbali. La personalità di Hitler, quindi, in base agli elementi emersi dall’analisi grafologica, si presenta come complessa, ricca di contraddizioni, orientata sul versante nevrotico ossessivo, rigida, diretta in maniera ‘univoca e tassativa’, volta a sostenere le sue percezioni di una realtà costruita a volte (come altri esami psicologici hanno evidenziato) su basi deliranti. Il soggetto arricchisce la sua struttura cognitiva ed ideologica con costrutti mentali dogmatici e cerca con le sue scelte di porre in essere strategie prive di tentennamenti che lo inebriano e lo dominano.

Tempo fa sono stati resi pubblici alcuni documenti segreti della Cia dai quali risulta che il medico personale di Hitler, fin dall’aprile del ’37, sapeva che il Führer era pazzo, cioè: «Al limite tra genialità e pazzia». Scrive il medico: «Lo esamino da molti anni, e penso che nel prossimo futuro saprò se nel Führer prevarrà la pazzia. In questo caso, temo che diventerà il peggiore criminale della storia dell’umanità».

Il pensiero politico di Hitler è desumibile dall’opera Mein Kampf, scritta nei mesi di prigionia del 1923 dopo il tentativo di putsch; Hitler indicò la strada da seguire per conquistare le masse: «chi vuole organizzarle e farsi obbedire da esse», scrisse, «deve prendere gli uomini così come sono, e perciò deve conoscerli, senza stimare troppo o troppo poco l’umana natura. Deve tenere conto della loro debolezza, della loro viltà e di tutti gli altri aspetti del loro carattere».

La maggior parte dell’umanità, secondo Hitler, era «mentalmente pigra» e poteva perciò essere forgiata dalla propaganda, che assumeva un ruolo fondamentale nell’attività politica. Dopo che il lavoro propagandistico aveva indotto «un intero popolo a credere in una dottrina», sarebbe bastato un pugno di uomini a guidarlo. Gli argomenti usati nella propaganda hitleriana furono il nazionalismo, il razzismo, fondato sulla presunta superiorità della razza ariana e l’anticomunismo. Molti tedeschi erano convinti che

VI

la Germania fosse stata ingiustamente umiliata dopo la Grande Guerra con la separazione dalla madre patria i territori abitati da popolazioni di nazionalità tedesca, e aspiravano a riconquistarli. Hitler fece leva sul sentimento di umiliazione e sul sentimento di rivincita, per impostare una politica estera diretta ad unificare in una sola patria tutti coloro che appartenevano alla nazionalità tedesca per lingua, cultura e tradizione.

Secondo i nazionalisti, gli antichi Germani avevano consegnato ai loro discendenti un patrimonio genetico che costituiva il carattere distintivo della stirpe tedesca: era proprio la stirpe l’elemento di continuità della storia e l’individuo veniva ad annullarsi in essa. Ma, affinché la stirpe potesse perpetuarsi, il sangue non doveva essere contaminato. Nel Mein Kampf, Hitler faceva risalire «l’intossicazione del sangue tedesco» al lontano passato. Lo Stato doveva preoccuparsi di ristabilire la purezza razziale, avvalendosi di tutte le risorse della scienza medica e impedendo di avere figli non solo ai «degenerati di corpo», ma anche ai «malati di spirito». Sul fondamento del razzismo, Hitler giustificava l’esistenza di popoli sfruttatori e di popoli sfruttati: questi ultimi costituivano le «riserve umane» cui i primi, e in particolare gli «ariani», avevano attinto nei secoli e avrebbero continuato ad attingere, per poter progredire. Di qui l’importanza della conquista e della guerra, che consentivano ai popoli di razza superiore di assoggettare quelli di razza inferiore.

5.1.1 Pirandello

La follia è il grande tema che percorre tutta l’opera pirandelliana. Pirandello, a differenza di Svevo, non lesse direttamente le opere di Freud, ma la sua opera è piena di richiami al mondo della follia, dell’inconscio, del sogno.

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