Istituto d’istruzione secondaria superiore “V. Cuoco – O. Fascitelli” – Isernia
«Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti!»
(Alice in Wonderland)
Valeri Giorgia
VE (Liceo linguistico)
Anno scolastico 2013/2014
Introduzione
Follia
[Fol-lì-a] s.f.
1 Grave infermità mentale, perdita della ragione SIN pazzia: vittime della
- F. || alla f., fino alla f., moltissimo, perdutamente: amare qlcu. fino alla f. | f. collettiva, fenomeno di esaltazione di massa che può portare a manifestazioni violente.
2 Atteggiamento, atto sconsiderato, insensato, avventato || fare follie, non
- Badare a spese; anche divertirsi in modo particolare | fare follie per qlco., per qlcu., essere disposto a tutto.
Con queste parole viene definita il più delle volte la follia, ma chi è veramente una persona folle: una persona da rinchiudere in una clinica e da “riempire” di psicofarmaci, o semplicemente una persona che ha la capacità di vedere le cose come pochi sono capaci? La storia ci insegna che l’essere folli non è soltanto una malattia mentale, ma un privilegio, che se usato correttamente da chi lo possiede, farà di quella persona addirittura un genio. Esempi emblematici di chi ha saputo sfruttare la propria follia e tramutarla in genialità si possono ritrovare nel grandissimo fisico e filosofo Albert Einstein e, in modo analogo in tutti i più grandi filosofi, scienziati, inventori, artisti, scrittori, e tutti i personaggi che hanno scritto la storia dell’umanità, nel bene o nel male, sono stati per prima folli e poi geni, e come affermava il grande filosofo Aristotele: «Non esiste grande genio senza una dose di follia».
Inoltre, l’essere folli ci aiuta a sopravvivere, a svagare la mente dalla vita monotona di tutti i giorni, anche con delle semplici azioni che differiscono da quelle usuali, tornare ad essere un po’ come i bambini, dove l’essere folli è la normalità ed essere normali è l’essere folli, e poi chi ci dice cos’è una cosa normale o cosa non lo è?! A volte l’essere un po’ folli ci aiuta anche a superare i momenti più bui della nostra vita, a vivere con serenità anche le più grandi disgrazie, andare avanti, nonostante il mondo che ci circonda stia diventando sempre di più il posto meno felice e appropriato in cui vivere, ci aiuta a liberarci da questa prigione eterna che ci impone la società, che se proprio non possiamo cambiare, possiamo per lo meno viverla con occhi diversi. «Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti ...quasi come un cappellaio... e per fortuna io lo sono!» - Cappellaio matto (interpretato da Johnny Depp nel film “Alice in Wonderland”)
Anche se tale frase si riferisce al “paese delle meraviglie”, dove il cappellaio si trova, può essere fatta valere anche nel mondo reale, affrontando la vita sempre con un pizzico di follia.
Indice
- Storia Adolf Hitler: la follia del nazismo ......... 1
- Italiano Luigi Pirandello: i folli pirandelliani 4
- Filosofia Sigmund Freud: la nevrosi ................ 7
- Latino Tacito: la follia di Nerone .......................... 9
- Inglese Virginia Woolf: “Mrs Dalloway” ......... 12
- Francese Gérard de Nerval: entre la folie, le rêve et la lucidité ........................................................ 14
- Tedesco Friedrich Dürrenmatt: “Die Physiker” ....................................................................................... 16
- Fisica Albert Einstein: il genio folle della relatività ...................................................................... 18
- Biologia Il sistema nervoso e la schizofrenia .. 20
- Storia dell’arte Vincent van Gogh: il “pittore malato” ........................................................... 23
E per concludere…
L’invito della follia ..................................... 25
MATTI – RENATO ZERO .................................... 26
Un film “folle”: “Alice in Wonderlad” 28
Storia
Adolf Hitler: la follia del nazismo
Seguendo l'ideologia del folle “Mein Kampf” (la mia battaglia), che aveva scritto nel periodo in cui era in carcere per aver provocato agitazioni, Hitler portò avanti la sua politica totalitaria che presupponeva che l'impero germanico non potesse avere tutta la sua potenza poiché vi erano presenti persone di etnia e lingua diversa che lo sfruttavano indebolendolo, e la democrazia era lo strumento che lui riteneva dava la possibilità a queste minoranze parassitarie di ottenere il potere e di conseguenza indebolivano ulteriormente lo stato. La politica nazista era perciò quella di unire in un unico grande stato tutti i cittadini di lingua tedesca, e evitare il plurilinguismo e il multirazzismo all'interno dello stato.
Il principio dell'ideologia nazionalsocialista si fondava sul concetto di razza. L'utopia del concetto
Copertina del "Mein Kamf" di razza presupponeva che la razza ariana fosse la più pura e dovesse dominare su tutte le altre ritenute inferiori, e principalmente sulla razza ebrea. Secondo il concetto del nazionalsocialismo la nazione è il fulcro della razza, perciò la creazione di una grande razza porta la nazione ad essere grande e potente, e per essere potente deve avere una grande potenza militare, con dei soldati perfetti fisicamente, razionali, intelligenti, aggressivi e coraggiosi, e naturalmente obbedienti senza discutere.
Gli stati che non possono difendere i propri confini sono nazioni formate da razze deboli e quindi devono essere sottomesse e rese schiave della razza dominante e, sempre secondo la logica nazista, se una nazione forte aveva bisogno di spazi e risorse di un altro stato aveva il diritto e il dovere di prenderseli, sottomettendo le popolazioni degli stati invasi decidendo se tali popolazioni andassero schiavizzate o eliminate.
In base a questi ideali le razze senza un proprio stato erano considerate parassitarie, e più le persone che le componevano erano agiate, maggiore era considerato il parassitismo, e perciò per la teoria nazista la razza pura e dominatrice doveva rinforzarsi facendo piazza pulita degli individui parassiti, è questa era la scusa adottata per eliminare fisicamente specialmente gli ebrei e gli slavi, non si può certo dire che tutti i nazisti convidividessero pienamente queste utopie, ma dovevano farlo alcuni per il pretesto, altri per la paura dell' obbedire e tacere che ormai ragnava sovrano nello stato nazista.
Il principio di pulizia della razza doveva essere inculcato in tutta la popolazione di lingua tedesca perciò il governo nazista iniziò a diffondere
1
filmati in cui si vedevano cittadini tedeschi handicappati da varie malattie fatti confluire da tutto lo stato in alcuni centri speciali, venivano evidenziati i loro problemi fisici o mentali, e poi prima cercando di nasconderlo e poi non preoccupandosene più questi poveri esseri umani già sfortunati per le loro problematiche, venivano sterminati bruciandoli nei famigerati forni crematori, e si usò i vari metodi di comunicazione per far vedere ai tedeschi questi stermini cercando di farli passare come metodi indispensabili per migliorare la prosperosità della nazione.
Servizi speciali di polizia vennero incaricati di informarsi su un gran numero di persone tedesche per autentificare la loro purezza come razza, e che non fossero incrociate con persone non ariane. Si arrivò a fare l'identikit del perfetto ariano, che doveva avere una specifica fisionomia sia nel colore di occhi e capelli e altre caratteristiche, e un notevole numero di donne che corrispondevano a questo identikit vennero costrette ad accoppiarsi con uomini anche essi definiti di pura razza, per avere dei futuri puri ariani.
Questo era fatto in centri appositi e i bambini rimanevano senza genitori e allevati nello spirito della ideologia nazista. Per poter far crescere delle generazioni che avessero l'attitudine a servire la patria nel miglior modo possibile a discapito dell'identità dell'individuo.
La politica antisemita, l'orrore dell'olocausto, la persecuzione anticomunista, facevano parte di un programma accuratamente organizzato il cui tentativo ere quello di disumanizzare questi uomini,
spogliarli della loro libertà e dignità, renderli schiavi della superiorità tedesca, ed infine privarli della vita stessa. E proprio in questo "progetto di annientamento" che consiste la lucida follia di Hitler.
Questo programma era già stato delineato in gran parte nel "Mein Kampf", scritto e pubblicato intorno al 1925. Le teorie esposte si articolavano in cinque punti fondamentali: La famiglia contadina Kahlenberg, quadro del pittore tedesco Adolf Wissel che raffigura la purezza della famiglia ariana.
- Il concetto di razza: i tedeschi avevano il diritto di affermare la superiorità della razza tedesca, discendente di quella ariana e per questo la più pura.
- La difesa della razza: essendo la "razza padrone", i tedeschi dovevano dominare il mondo e le "razze schiave". Inoltre dovevano perseverare lo purezza della razza, venne quindi instaurato l'obbligo ai tedeschi di sposarsi solo tra loro; ed
2
in più furono sterminati i malati di mente, le persone deboli, gli infermi e chiunque fosse un portatore di handicap.
- La comunità razziale: lo Stato nazista doveva espandersi sino a creare una comunità che abbracciasse tutti i tedeschi puri nel mondo.
- Il culto della personalità: era un principio già presente nella dittatura fascista e in quella comunista. Il Capo era l'incarnazione di tutte le virtù e dei principi di autorità, per cui bisognava sottostare ai suoi ordini.
- Lo spazio vitale: i tedeschi avevano il diritto di espandersi e di conquistare l’egemonia in Europa, fino ad estendersi verso est in Polonia, Cecoslovacchia e Russia. Questi territori dovevano essere occupati e i "sottouomini" slavi dovevano servire il “popolo dominatore".
Benché non esistessero fondamenti scientifici, Hitler affermava con grande sicurezza la superiorità della Germania e la purezza della suo popolazione, ricavando tali concetti dalla "Germania" di Tacito, libro scritto durante il primo secolo dell'Impero Romano.
La “soluzione finale” del problema ebraico
L’espressione “soluzione finale”, utilizzata in un primo momento dai nazisti per indicare il progetto di espulsone degli ebrei dalla Germania e dai territori da essa occupati, passò dalla metà del 1941 a significare lo sterminio fisico degli ebrei.
A essere rastrellati e deportati nei campi di concentramento furono dapprima gli ebrei polacchi e dell’Europa orientale, poi quelli che vivevano nei territori occupati dai nazisti in Europa occidentale.
La macchina organizzativa nazista predispose l’«evacuazione» dei ghetti ebraici e il «trasporto» della popolazione verso i «campi di lavoro», dove gli ebrei sarebbero stati sottoposti a un «trattamento speciale».
La terminologia utilizzata nei documenti ufficiali non poteva nascondere l’orrore antisemita scatenato da Hitler e dai nazisti. Nell’immagine alcuni bambini ebrei dietro i reticolati del più grande lager nazista, quello di Auschwitz, in Polonia.
3
Italiano
Luigi Pirandello: i folli pirandelliani
Pirandello è sicuramente uno degli interpreti più acuti della “crisi dell’io” che suscita nei suoi personaggi angoscia ed orrore nel vedersi vivere, nell’esaminarsi dall’esterno come sdoppiati.
Questa tendenza risulta essere un insieme di ossessioni, impulsi inconfessabili, perché violenti o crudi, che giacciono nel profondo della psiche, nell’inconscio. L’unica via di fuga da tale realtà risulta essere la pazzia, lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale, l’arma che fa esplodere le convenzioni, riducendole all’assurdo e rilevandone l’inconsistenza.
Quando si arriva alla perdita dell’identità si entra nella follia, tema centrale in molte opere, come l’” Enrico IV” o come “Il berretto a sonagli”, nel quale Pirandello inserisce addirittura una ricetta per la pazzia: dire sempre la verità, la nuda e cruda e tagliente verità, infischiandosene dei riguardi e delle maniere, delle ipocrisie e delle convenzioni sociali.
Luigi Pirandello
Questo comportamento porterà presto all’isolamento da parte della società e, agli occhi degli altri, alla pazzia. Pirandello svolge una ricerca inesausta sull’identità della persona nei suoi aspetti più profondi, dai quali dipendono sia la concezione che ognuno ha di se, sia le relazioni che intrattiene con gli altri.
Pirandello ritiene che l'universo sia in continuo divenire e che la vita sia dominata da una mobilità inesauribile. L'uomo è in balia di questo flusso dominato dal caso, ma a differenza degli altri esseri viventi tenta, inutilmente, di opporsi costruendo forme fisse, nelle quali potersi riconoscere ma che finiscono con il legarlo a maschere in cui non può mai riconoscersi o alle quali è costretto a identificarsi per dare comunque un senso alla propria esistenza.
Se l'essenza della vita è il flusso continuo, il perenne divenire, quindi fissare il flusso equivale a non vivere, poiché è impossibile fissare la vita in un unico punto. Questa dicotomia tra vita e forma, accompagnerà l'autore in tutta la sua produzione evidenziando la sconfitta dell'uomo di fronte alla società, dovuta all'impossibilità di fuggire alle convenzioni di quest'ultima se non con la follia.
Solo il "folle", che pure è una figura sofferente ed emarginata, riesce talvolta a liberarsi dalla maschera, e in questo caso può avere un'esistenza autentica e vera, che resta impossibile agli altri in quanto non è fattibile denudare la maschera o le maschere, la propria identità.
Questa riflessione, che si rispecchia nelle varie opere con accenti ora lievi ora gravi e tragici, è stata interpretata come un sistema filosofico basato sul contrasto tra la Vita e la Forma, che talvolta ha fatto esprimere alla critica un giudizio
4
negativo delle ultime opere precedenti al "teatro dei miti", accusate a volte di "pirandellismo", cioè di riproporre sempre lo stesso schema di lettura.
Dal contrasto tra la vita e la forma nasce il relativismo psicologico che si esprime in due sensi: orizzontale, ovvero nel rapporto interpersonale, e verticale, ovvero nel rapporto che una persona ha con sé stessa.
Gli uomini nascono liberi ma il Caso interviene nella loro vita precludendo ogni loro scelta: l'uomo nasce in una società precostituita dove ad ognuno viene assegnata una parte secondo la quale deve comportarsi.
Ciascuno è obbligato a seguire il ruolo e le regole che la società impone, anche se l'io vorrebbe manifestarsi in modo diverso: solo per l'intervento del caso può accadere di liberarsi di una forma per assumerne un'altra, dalla quale non sarà più possibile liberarsi per tornare indietro, come accade al protagonista de “Il fu Mattia Pascal”.
L'uomo dunque non può capire né gli altri né tanto meno se stesso, poiché ognuno vive portando - consapevolmente o, più spesso, inconsapevolmente - una maschera dietro la quale si agita una moltitudine di personalità diverse e inconoscibili.
Queste riflessioni trovano la più esplicita manifestazione narrativa nel romanzo “Uno, nessuno e centomila”:
- Uno perché ogni persona crede di essere un individuo unico con caratteristiche particolari;
- Centomila perché l'uomo ha, dietro la maschera, tante personalità quante sono le persone che ci giudicano;
- Nessuno perché, paradossalmente, se l'uomo ha 100.000 personalità invero non ne possiede nessuna, nel continuo cambiare non è capace di fermarsi nel suo vero "io".
L'uomo accetta la maschera, che lui stesso ha messo o con cui gli altri tendono a identificarlo. Ha provato sommessamente a mostrarsi per quello che lui crede di essere ma, incapace di ribellarsi o deluso dopo l'esperienza di vedersi attribuita una nuova maschera, si rassegna.
Vive nell'infelicità, con la coscienza della frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che gli altri gli fanno vivere per come essi lo vedono.
Copertina di "Uno, nessuno e centomila"
Accetta alla fine passivamente il ruolo da recitare che gli si attribuisce sulla scena dell'esistenza. Questa è la reazione tipica delle persone più deboli come si può vedere nel romanzo “Il fu Mattia Pascal”.
Il soggetto non si rassegna alla sua maschera però accetta il suo ruolo con un
5
atteggiamento ironico, aggressivo o umoristico. Ne fanno esempio varie opere di Pirandello come: “Pensaci Giacomino”, “Il giuoco delle parti” e “La patente”.
Il personaggio principale di quest'ultima opera, Rosario Chiàrchiaro, è un uomo cupo, vestito sempre in nero che si è fatto involontariamente la nomea di iettatore e per questo è allontanato da tutti ed è rimasto senza lavoro.
Il presunto iettatore non accetta l'identità che gli altri gli hanno attribuito ma comunque se ne serve. Va dal giudice e, poiché tutti sono convinti che sia un menagramo, pretende la patente di iettatore autorizzato.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Introduzione
Follia
Fol-lì-a s.f.
- 1 Grave infermità mentale, perdita della ragione SIN pazzia: vittime della f. || alla f., fino alla f., moltissimo, perdutamente: amare qlcu. fino alla f. | f. collettiva, fenomeno di esaltazione di massa che può portare a manifestazioni violente.
- 2 Atteggiamento, atto sconsiderato, insensato, avventato || fare follie, non badare a spese; anche divertirsi in modo particolare | fare follie per qlco., per qlcu., essere disposto a tutto.
Con queste parole viene definita il più delle volte la follia, ma chi è veramente una persona folle: una persona da rinchiudere in una clinica e da “riempire” di psicofarmaci, o semplicemente una persona che ha la capacità di vedere le cose come pochi sono capaci? La storia ci insegna che l’essere folli non è soltanto una malattia mentale, ma un privilegio, che se usato correttamente da chi lo possiede, farà di quella persona addirittura un genio. Esempi emblematici di chi ha saputo sfruttare la propria follia e tramutarla in genialità si possono ritrovare nel grandissimo fisico e filosofo Albert Einstein e, in modo analogo, in tutti i più grandi filosofi, scienziati, inventori, artisti, scrittori, e tutti i personaggi che hanno scritto la storia dell’umanità, nel bene o nel male, sono stati prima folli e poi geni, e come affermava il grande filosofo Aristotele: «Non esiste grande genio senza una dose di follia».
Inoltre, l’essere folli ci aiuta a sopravvivere, a svagare la mente dalla vita monotona di tutti i giorni, anche con delle semplici azioni che differiscono da quelle usuali, tornare ad essere un po’ come i bambini, dove l’essere folli è la normalità ed essere normali è l’essere folli, e poi chi ci dice cos’è una cosa normale o cosa non lo è?! A volte l’essere un po’ folli ci aiuta anche a superare i momenti più bui della nostra vita, a vivere con serenità anche le più grandi disgrazie, andare avanti, nonostante il mondo che ci circonda stia diventando sempre di più il posto meno felice e appropriato in cui vivere, ci aiuta a liberarci da questa prigione eterna che ci impone la società, che se proprio non possiamo cambiare, possiamo per lo meno viverla con occhi diversi.
«Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti ...quasi come un cappellaio... e per fortuna io lo sono!» - Cappellaio matto (interpretato da Johnny Depp nel film “Alice in Wonderland”) anche se tale frase si riferisce al “paese delle meraviglie”, dove il cappellaio si trova, può essere fatta valere anche nel mondo reale, affrontando la vita sempre con un pizzico di follia.