Indice
Premessa
Introduzione
1. Per un approccio diacronico: la danza nel corso dei secoli.
(Con appendice: Isadora Duncan e la storia della danza contemporanea)
2. ‘La danza’ nel genio di Matisse.
3. L’educazione visiva per la chimica: pigmenti e colori
4. Dal nichilismo di Nietzsche al superuomo dannunziano.
5. Lo Stato fascista.
6. La circonferenza e la tecnica delle piroette.
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Premessa
La scelta dell’argomento oggetto della propria tesi è spesso influenzata dalle attitudini che ciascuno ha sviluppato e fatto proprie, trasformandole, attraverso le esperienze, in passioni e interessi personali.
Ho cominciato a seguire le prime lezioni di danza da piccola ed è stato subito amore: la danza, come le materie scientifiche, è una disciplina rigorosa, precisa e non poco faticosa.
Quando ho iniziato a capire ogni posizione, ogni movimento e ad ascoltare il mio corpo sono riuscita a farla mia: da lì è nata la passione.
Seguendo il mio percorso di studi scolastico, spesso mi sono soffermata a riflettere sul fatto che tra la danza e le materie studiate – alcune di più, altre un po’ meno – esistono relazioni che apparentemente non mi sarei potute immaginare.
Tutte richiedono precisione, costanza, impegno e, soprattutto, celano all’interno della loro rigidità un mondo fatto di energia, colore, movimento, forza, espressività, storia e idee.
Per questo motivo ho scelto di sviluppare un percorso che attraverso la dimensione della danza unisca le componenti scientifiche e quelle umanistiche.
La fisica, attraverso la statica, la dinamica, la biomeccanica, può aiutare un ballerino a comprendere più profondamente come muoversi nello spazio. Allo stesso tempo però serve conoscere l’iter storico della danza, contestualizzandola in determinati periodi ed analizzandone le relazioni con letteratura, filosofia, arti visive e cornice culturale!
Quello che la mia tesi intende dimostrare è che è possibile, tramite l’espressività della danza, avvicinarsi in modo diverso e affascinante anche allo studio delle materie scolastiche e che la passione per una disciplina non accademica all’interno del percorso di studi affrontato, può aprire le porte ad orizzonti inattesi.
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Ritengo indispensabile considerare ogni conoscenza non fine a se stessa, ma in continuo rapporto con tutte le altre e con l’ambiente che ci circonda, con il quale siamo in continua interazione dinamica.
Saper collegare quello che apprendiamo è, secondo me, una delle potenzialità più alte della nostra mente e ci permette di ottenere un sapere più completo.
Molto spesso le discipline scolastiche vengono considerate noiose e poco pratiche: l’aver impostato il mio lavoro di approfondimento sulla danza e l’essermi impegnata a cercare i collegamenti con le altre materie ha stimolato la mia curiosità e mi ha fatto rivalutare anche argomenti che inizialmente non avevo apprezzato molto.
Attraverso questa mia tesi vorrei trovare una modo per esprimere l’amore che nutro nei confronti della danza e per dimostrare che è possibile coniugare l’utile al dilettevole, con energia ed efficacia.
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Introduzione
Il termine danza deriva da un’antica radice sanscrita, il cui significato originario è tensione: tensione muscolare, tensione della colonna vertebrale, del respiro, ed al tempo stesso, tensione dell’uomo tra cielo e terra e dell’anima verso il suo Dio. La danza è energia vitale, creativa, è espressione completa della persona, è pratica di consapevolezza corporea ed in quanto tale può divenire via di guarigione, regola di vita o anche via di accesso ad una dimensione di assoluto.
Si può considerare danza un evento psicopatico, perché attraverso il corpo, nella sua totalità, vengono espresse emozioni, sensazioni che determinano un cambiamento nella persona, la quale avverte un ampliamento delle proprie potenzialità percettive, partecipando ad un percorso creativo, individuale e collettivo. Si tratta di un viaggio alla ricerca della propria identità, riscoprendo le proprie radici, che mette l’uomo contemporaneo in relazione con popoli lontani.
La danza è un potente ed antichissimo canale di espressione, che attraverso la sua lunghissima storia ha perso, in alcuni periodi, la sua funzione fortemente catartica e comunicativa per poi ritrovarla nella danza moderna.
“La prima volta che ho danzato è stato nell’utero di mia madre”. Così scrisse Isadora Duncan, una delle madri della modern dance nella sua autobiografia, senza distaccarsi troppo dalla realtà, visto che recenti studi affermano che il bambino, all’interno dell’utero materno, si muove seguendo il ritmo scandito dal battito cardiaco della madre. Ma non servono studi scientifici per capire che la danza è un qualcosa di istintivo, che scorre nelle vene di ogni essere umano dalle sue origini fino ai giorni nostri da prima di nascere fino alla morte.
Danze religiose e propiziatorie, danze belliche e erotiche fino ad arrivare ai balli di corte e ai balletti, il movimento del corpo a ritmo di musica accompagna l’uomo da decine di migliaia di anni.
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La danza conferma la sua importanza vitale all’interno della vita dell’uomo diventando parte integrante di riti religiosi, argomento di speculazioni filosofiche, “musa ispiratrice” di musicisti, scultori e pittori.
Danza come linguaggio, danza come movimento, danza come leggerezza ed elevazione verso Dio o come ritorno alla terra, la danza è tutto ciò, è libertà, è unione intrinseca di passioni, di energia vitale, di mente, anima e corpo.
La danza nasce insieme all’uomo e lo ha accompagnato durante tutta la sua esistenza dalla caccia ai mammut, dove si ballava per festeggiare l’uccisione della selvaggina, alle danze egizie, eseguite durante le festività; diventa strumento per fondersi con dio durante i riti orfici e dionisiaci dell’antica Grecia ma anche attività di svago per quanto riguarda i romani; demonizzata dalla Chiesa trova il suo sviluppo nelle festività pagane (come il Carnevale) fino a diffondersi nelle corti. Proprio nella corte del re di Francia Luigi XIV nacque il balletto classico e poco tempo dopo, grazie alla La Sylphide di Maria Taglioni, nasceva anche l’ideale romantico di ballerina eterea che danza sulle punte, quasi per sfidare la forza di gravità.
Il balletto romantico, esasperato nell’Europa di fine ‘800, viene con non poche difficoltà rinnovato, e al tempo stesso rovesciato, nel ‘900, secolo definito da Bejart “il secolo della danza”. Se, da un lato, con i Ballets Russes di Serghei Diaghilev e, successivamente, con la “Compagnia del XX secolo” di Maurice Bejart il balletto classico si libera dalle regole accademiche della scuola romantica, ringiovanendosi, dall’altro inizia a prendere piede un nuovo modo di ballare che si ispira alle danze primitive, aborigene ed orientali, si libera delle scarpette da punta e dai tutù sfronzolanti per riportare l’uomo a contatto con la terra perché, come riteneva Nietzsche, l’uomo è terra ed è nato per vivere sulla terra. Nasce così, dalle menti (e dai corpi) di Isadora Duncan e Ruth St Denis la modern dance che avrà, come maggiori esponenti nel corso del secolo Martha Graham, Pina Baush e Merce Cunningham e che non vede ancora concluso il suo percorso.
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Già il primitivo, quello che cacciava i mammut, dipinse sui muri delle grotte figure danzanti che sono giunte fino a noi. E a quanto pare l’uomo nel corso dei secoli non solo non ha smesso di ballare ma non ha neanche smesso di rappresentare la danza. Dalla “menade danzante” di Skopas alle ballerine di Degas fino ad arrivare ad un vero connubio fra pittura e danza, nel ‘900, con le realizzazioni di costumi e scenografie da parte di artisti come Matisse, Mirò, Braque, Dalì e Picasso, il quale realizzò numerose scene per Diaghilev.
Inoltre, con lo sviluppo del balletto classico si vede la realizzazione di veri e propri capolavori della danza. Alcune di queste opere erano originali, create dai coreografi in collaborazione con scrittori (come “Giselle”, la storia di questa ragazza morta per il tradimento da parte del suo amato che si unirà alle Villi, creature fantastiche che uccidevano gli uomini traditori facendoli danzare fino alla morte) altre erano rivisitazioni di opere letterarie che riuscivano comunque ad impressionare ed emozionare lo spettatore in egual modo come la tragica storia d’amore di “Romeo e Giulietta”.
La danza non assume però solo un significato estetico ma anche, come abbiamo già detto, filosofico e religioso. Se nelle società primitive si invocavano gli dei per avere buoni raccolti, piogge abbondanti e terre fertili, nel mondo greco le danze religiose sono un vero e proprio strumento per arrivare a dio. L’uomo balla in uno stato di estasi, lui è in dio e il dio è in lui. La danza è espressione del sentimento ed esprime il genio della specie. Nietzsche riprenderà questa concezione della danza, che sarà per lui un modo per scrivere la verità, per entrare a far parte del flusso vitale, per afferrare il mondo. Zarathustra è danzatore.
L’oltreuomo è un danzatore in cui anima e corpo si fondono in funzione di quell’oltrepassamento che lo porterà ad afferrare pienamente dio e il mondo.
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Il corpo è un altro elemento importante nella danza. Fin dall’antichità questa parte dell’essere umano veniva considerata una gabbia per l’anima da cui l’uomo non vedeva l’ora di separarsi. Nel danzatore ciò non avviene, in quanto il dualismo fra le due parti dell’uomo, che Cartesio chiamava “Res cogitans” e “Res extensa” non esiste più: esiste l’uomo come tutto intero, l’uomo che, attraverso quella che viene definita la madre delle arti, va verso l’eterno e verso l’infinito.
La danza è tutto ciò e molto di più. Chi ha conosciuto la danza, chi ha danzato sa che la danza è tutto. Fatica, sudore, passione,… La danza è vita. E quindi per concludere come iniziato, citando Isadora Duncan:
“Ringrazio Dio per avermi fatta schiava del balletto…”.
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Per un approccio diacronico: la danza nel corso dei secoli
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La danza, alla pari di ogni fenomeno, si sviluppa nelle dimensioni dello spazio e del tempo. Da sempre l’uomo ha cercato di esprimersi attraverso la liberazione di energia corporea e lo ha dimostrato ballando; prima ancora della scrittura o della musica, il linguaggio gestuale era quello universalmente impiegato per accompagnare le esperienze di vita.
Oggi è possibile affermare che la danza è un modo per comunicare se stessi e proiettare le percezioni della realtà in cui si vive.
Il dialogo continuo fra individuo e mondo è sempre stato necessario, tanto che lo studio delle modalità attraverso cui tale dialogo si è esplicato ha rappresentato uno degli interrogativi più interessa in ogni disciplina.
La danza venne definita dall’etnomusicologo Curt Sachs “madre di tutte le arti”, in quanto è da essa che derivano il canto, la poesia e anche il teatro. La sua origine va ricercata, infatti, in tempi lontanissimi, si può quasi affermare che la danza è nata con l’uomo e si è evoluta con esso.
Utilizzata dalle civiltà primitive per celebrazioni religiose, riti di passaggio o propiziatori e come parte del rituale di corteggiamento (in alcune popolazioni le danze erano gli unici momenti d’incontro per persone di sesso opposto), la danza trovava spazio anche nel lavoro (ad esempio i piantatori di riso giapponesi, per lavorare più velocemente, seguivano dei movimenti ritmici ben precisi).
Nell’era paleolitica gli uomini ballano in gruppo, con lo scopo di accompagnare i momenti più importanti e le celebrazioni. Sono danze tematiche, propiziatorie, imitative. I dipinti rupestri giunti fino ai nostri giorni ne recano testimonianza.
Con il trascorrere del tempo si strutturano le tribù e nascono le prime società umane, al cui interno il ballo assume caratteri più specifici e si diversifica. Compaiono danze che si ispirano al rapporto maschio/femmina e nasce la prima forma di spettacolo, la danza del ventre.
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L’introduzione del ritmo è riconducibile alla civiltà egizia. I faraoni favoriscono le danze, che attirano le masse nelle celebrazioni politico-religiose e che seguono il tempo dettato dai battiti delle mani. Tuttavia, è nell’antica Grecia che la danza si evolve ulteriormente. Non ha più soltanto i connotati del gesto di accompagnamento: è espressione artistica allo stato puro. Si consideri, inoltre, che ad Atene - con il culto di Dioniso e del piacere sensoriale - nascono i balli dei pigiatori d’uva. Lo stato di ebbrezza si traduce in estasi ed è a questa libertà nel movimento che si ispirano molte danze del XX secolo.
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Durante l’epoca romana ad essere esaltati sono la forza e l’intelletto. In questo scenario, ad esclusione della pratica del mimo, la danza passa in secondo piano.
Si balla per purificare i campi, in onore del dio Marte, per riprendere la cultura greca ed etrusca o per celebrare eventi e personaggi storici.
Mentre la Grecia brillava per lo splendore delle sue feste, celebrando con danze le muse, l’amore, la gloria e la bellezza, Roma primitiva, aveva unicamente una danza guerriera, la Bellicrepa, istituita da Romolo in ricordo del ratto delle Sabine. Più tardi la Ninfa Egeria avrebbe rivelato una nuova danza a Numa Pompilio, il re pacifico che non aprì mai il tempio di Giano e cercò di incivilire i costumi romani. Alcuni autori ne attribuiscono l’invenzione a Salio di Mantinea. Di sicuro è che Numa Pompilio istituì il Sacerdozio dei Salii che erano dodici e nobili di nascita e che dovevano celebrare con danze guerriere gli dei e gli eroi. Durante le danze erano vestiti con una lunga tunica color porpora, con un pendaglio di rame pinzato su una spalla e battevano in cadenza corte spade sull’ancyla, uno scudo sacro di origine divina. Oltre a queste danza sacre e guerriere, che erano una sorta di processione e che i Sacerdoti Salii eseguivano anche durante i sacrifici e lungo le vie, Roma non conosceva altre danze che i giochi del circo. Tito Livio racconta che nel 390, per placare gli dei e distrarre il popolo spaventato dalla peste, si istituirono alcuni spettacoli scenici. Gli antichi Romani dunque conobbero come i Greci le danze sacre e militari. Oltre alla danza sacra dei Salii i Romani presero dai Greci i Baccanali la cui origine era religiosa: all’inizio infatti erano riservati alle sacerdotesse e ai sacerdoti di Bacco ma poi accompagnarono anche le feste di matrimonio. Nei Lupercalia si celebrava il dio Pane il giorno 15 delle calende di marzo: i sacerdoti del dio Pane, completamente nudi, percorrevano le vie di Roma danzando e armati di un frustino percuotevano la folla. Gli antichi Romani in generale non si dedicavano alla danza, ma amavano molto veder danzare. I giovani potevano sostenere anche parti femminili e più tardi le donne, che in Grecia non potevano recitare nemmeno nella commedia e nella tragedia,
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entrarono a far parte della pantomima. La danza da teatro raggiunse in Roma una perfezione tale che la città eterna si entusiasmò per due ballerini rivali: Pilade e Bathylle. Oltre alle danze licenziose del teatro e delle feste pubbliche imperversarono le danze per rallegrare i banchetti.
Le celebri saltatrici di Cadice, le Gaditane, appassionarono gli antichi Romani con le loro danze focose e molti autori ne hanno fatto menzione. A Roma le nacchere o castagnette accompagnavano il ritmo delle danze popolari (dette crotalia, talvolta di bronzo). Dopo il saccheggio di Totila, le danze scomparvero da Roma. Si ballava però nella Gallia, divenuta romana, ballavano i Goti, i Franchi, mentre il culto cristiano aveva incoraggiato le danze primitive. I Cristiani celebravano con inni e danze, come avevano fatto precedentemente gli Ebrei: ballavano nei cimiteri in onore dei morti.
Il Medioevo porta con sé una Chiesa sempre più influente e rigida, che predica il dualismo tra corpo e anima. Una concezione simile contraddice la natura stessa della danza, ritenuta peccaminosa e condannata; le danze sacre perdono la loro importanza e ballare diventa la via di fuga dagli schemi imposti, uno sfogo che porta a danze macabre, isteriche, estenuanti, nelle piazze e davanti alle chiese.
Nell’alto Medioevo, anche in Italia vi furono casi di danze estenuanti, compiute principalmente nelle chiese e nei cimiteri, che duravano ore o anche giorni, tanto che gli uomini e le donne che vi partecipavano dovevano esser portati via con dei carri poiché non riuscivano più ad alzarsi in piedi.
Ma proprio in questo periodo, con l’avvento della Chiesa e il suo progressivo irrigidirsi su se stessa, la danza viene ridotta ad un ruolo marginale poiché è espressione corporea e il corpo, nel pensiero occidentale, è ormai diventato solamente un elemento ingombrante. La Chiesa si scaglierà, in tutta Europa, contro le danze nelle chiese e nei cimiteri giudicandole peccaminose ma, nonostante ciò, il popolo continuava a ballare:
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“In questo tempo uno strano furore
si era impossessato del popolo,
tanto che molta gente uscita di senno
ha cominciato a danzare,
alcuni continuamente giorno e notte
senza fermarsi mai
finché cadono a terra privi di sensi
e molti vi rimangono morti”
(Strassburger Chronik 1518 des Kleinkavel, 1625)
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