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La violenza sulle donne è purtroppo una realtà ancora troppo presente in Italia. Dimostra questa tesi


Oggi purtroppo sono molti, troppi i casi in Italia di violenza sulle donne. È un fatto presente che tuttora persiste. I numeri sono ancora alti e parlano chiaro: ben sei milioni e settecentottantottomila le donne tra i sedici e i settant’anni vittime di almeno un’aggressione fisica nella vita, numero pari a un terzo delle donne in totale. Di queste ben seicentocinquantaduemila sono vittime di stupro, forma di violenza imparagonabile ad una civiltà sviluppata come la nostra. Tutto questo nonostante negli ultimi cinque anni ci sia stato un minimo calo dei soprusi fisici e sessuali: dal 13.3% all’11.3%. Si trattano, comunque, di numeri ancora troppo elevati, prima di poter parlare della violenza sulle donne come un comportamento estinto. Questo calo si è avuto solo grazie alle donne, che hanno imparato a prevenirli e a difendersi meglio, grazie anche a corsi di autodifesa specifici per questo ambito. Il Wilding è la disciplina di autodifesa femminile più diffusa in Italia: si basa sull’istinto di sopravvivenza e sulla psicologia, che vengono utilizzati per liberarsi da un pericolo, senza dover impiegare la forza o particolari tecniche.
Però, anche gli aggressori negli ultimi periodi hanno modificato le loro modalità di violentare le donne. Infatti, è aumentata la percentuale di vittime che hanno temuto per la propria vita: sono il 34.5% contro il 18.8% di otto anni prima. Questa è un’ulteriore caratteristica che contribuisce a far scendere di prestigio la nostra civiltà, paragonabile da questo punto di vista alla società europea di una quindicina di secoli fa, ancora rozza e barbara.
Le donne vittime di stupro, in particolare, spesso vengono incolpate dai giudici stessi, prendendo come motivo, per esempio, gli abiti molto succinti in discoteca. Stereotipi del genere portano le vittime a non denunciare l’aggressore, in quanto la giustizia stessa si mette contro di loro. Però, i dati ci mostrano che c’è un aumento della percentuale di donne che parlano con qualcuno delle aggressioni subite: dal 67.8% di cinque anni fa al 75.9% degli ultimi tempi. Questo è un fatto positivo, perché significa che coloro che spesso non vengono aiutate dalla giustizia, non si chiudono in se stesse, ma cercano aiuto altrove, in particolare tra amici o familiari, che nella maggior parte delle volte possono avere un ruolo determinante nella prevenzione di ulteriori aggressioni. Infatti, da sole è impossibile uscirne, ma serve sempre l’aiuto di qualcun altro, che credendo semplicemente alle vittime, può influenzare l’opinione dei giudici pregiudicanti e, quindi, salvare perfino la vita a queste donne.
Ma i motivi che portano le donne a non denunciare le violenze subite sono anche altri. Per esempio capita spesso che esse abbiano ripercussioni anche dopo la denuncia. Un esempio sono i casi di stalking: tra agosto 2014 e agosto 2015 le denunce per stalking sono state diecimila. Questo grazie all’intervento dello Stato, che ha dato loro una mano, promulgando nel 2009 la legge sugli atti persecutori, che permette di fermare in tempo gli stalker, prima che diventino pericolosi, attraverso un ammonimento del questore al persecutore. Fino ad ora le denunce sono state sessantadue mila, delle quali poco meno di cinquantamila sono provenienti da donne. Questa legge, che è stata utile e continuerà ad esserlo per molte donne, non si è rilevata comunque una soluzione per tutti i casi. Il Dipartimento di psicologia della Sun e la divisione analisi dati della direzione centrale anticrimine, per verificare se il provvedimento funzionasse o no, hanno analizzato centotrenta casi in ventitré regioni. Nel 65% dei casi lo stalker ha rispettato l’ammonimento tutto o in parte, dando la possibilità a molte donne di ricominciare a vivere normalmente. Il 70% delle vittime lo giudica positivamente, ma per alcune non è abbastanza per far tornare le loro vite come prima. Solo tre donne su dieci sono riuscite a tornare alla normalità. Per le altre, invece, la violenza lascia un’impronta indelebile nelle loro vite. Molti i casi di donne che escono di casa dopo mesi e mesi di psicoterapie, vivendo comunque nella paura costantemente. La psicologa Anna Costanza Baldry spiega che serve un servizio di sostegno psicologico per aiutare queste vittime, perché senza è impossibile sconfiggere le conseguenze delle violenze.
Un altro motivo per cui le donne non denunciano le violenze subite è che il loro aggressore, se in ambito familiare, è pur sempre il padre dei loro figli. Dicono che bisogna saper perdonare, e che, se querelano, poi arrivano gli assistenti sociali e portano via i bambini. Accade poi che se la denuncia viene raccolta, la vittima corre il rischio di dover incontrarsi con il suo aggressore per risolvere i problemi relazionali, in quanto un’altra volta la giustizia ricorre a metodi che non la riguardino direttamente nella risoluzione di problemi di questo genere.
E allora a causa di questi stereotipi ancora molte vittime non denunciano l’aggressore, ma piuttosto subiscono violenze, fino a che poi rischiano la vita, facendo della violenza sulle donne una realtà sempre presente in Italia Se, invece, le donne violentate venissero ascoltate meglio, o comunque se venissero progettati piani giudiziari migliori volti a difendere le vittime, si salverebbero molte vite dalla catastrofe, che nel peggiore dei casi può sfociare nell’omicidio, che prende il particolare nome di “femminicidio”. Questo termine indica appunto l’omicidio di una donna e ce ne sono stati centoquindici nel 2014. È l’apice della violenza sulle donne, che spesso anima l’opinione popolare, che si “sveglia” e manifesta contro questa crudeltà. Diversi sono i cortei pacifici che vengono indetti contro la violenza sulle donne in Italia, durante vari periodi dell’anno, ma la giornata per sconfiggerla, e in particolare per sensibilizzare la popolazione maschile a estirpare questo atteggiamento dalla mentalità comune, è il 25 novembre.
Questo particolare giorno è stato stabilito come giorno per cancellare la violenza sulle donne. Dall’anno scorso è venuto a crearsi un nuovo movimento globale di solidarietà, HeforShe, “lui per lei”, campagna che vuole coinvolgere gli uomini nel rifiuto alla discriminazione e alla violenza sulle donne. Il movimento è un appello perché essi si liberino degli stereotipi che li riguardano. Oggi sono circa seicentomila gli aderenti a questa campagna, tra cui Barack Obama, Russell Crowe, Matthew Lewis, Shinzo Abe, Antony Jenkins, Paul Polman, Dominic Barton, tutte persone di fama mondiale, tra attori hollywoodiani, politici e uomini d’affari. Emma Watson, la giovane attrice ambasciatrice di UnWoman delle Nazioni Unite, è l’ideatrice del movimento, fatto partire con un discorso all’ONU nel 2014.
In conclusione, la psicologa Baldry dice anche che “ dobbiamo tutti avere tolleranza zero, isolare le possibili minacce, non appoggiare o giustificare chi le violenze la agisce, o colpevolizzare chi le subisce; dobbiamo renderci conto che la violenza contro le donne si insidia ovunque e in molte forme diverse non sempre eclatanti ed evidenti. È anch’essa una guerra sistematica contro un genere, quello femminile. È una guerra che dobbiamo combattere con lo stesso impegno e determinazione degli altri conflitti, ma con strategie diverse. Penso con convinzione che se non ci sarà più violenza godremo di un’esistenza con meno guerre”.
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