Caporetto è stata una vera e propria Caporetto. Questo è il termine, che a cento anni dalla devastante sconfitta avvenuta il 24 ottobre 1917, viene utilizzato per indicare un fallimento totale.
L’esercito italiano comandato dal Generale Luigi Cadorna proveniva da due anni di inutili e inconcludenti combattimenti che non avevano modificato in alcun modo il fronte italiano ma che avevano solamente provocato stanchezza fra i soldati. L’esercito era infatti logorato da questa interminabile guerra di trincea che non vedeva una fine.
Il 1917 segna la svolta della guerra. Successivamente allo scoppio della Rivoluzione d’ottobre in Russia, la Germania decide di spostare le proprie truppe dal fronte orientale a quello occidentale e più precisamente su quello italiano, dove l’Austria stava preparando l’attacco finale. Gli alti comandi austro-tedeschi individuarono nella zona di Caporetto, il punto strategico per far cedere il fronte italiano infatti l’esercito iniziò già da settembre a raggruppare armamenti e uomini che dal centro Europa dispose su una linea compresa fra Selo ed il Monte Romnbon. L’offensiva nemica sembrava imminente, ma il comando italiano si rifiutava di prendere serie misure di precauzione. Un fatto curioso risale ai giorni 20 e 21 ottobre quando tre disertori dell’esercito multinazionale austro-tedesco fornirono dettagliate informazione sul piano di attacco del generale Von Below al generale italiano Luigi Cadorna. Il generale Luigi Cadorna conosceva tutto, persino l’ora di inizio dei bombardamenti. Egli però non fece nulla, non prese alcun provvedimento e non modificò nemmeno l’assetto tattico dell’esercito. Aveva solamente ordinato ai comandati di tranquillizzare i soldati dicendo loro che le maschere antigas che l’esercito italiano aveva in dotazione erano le “migliori esistenti”.

Martedì 24 ottobre alle due del mattino iniziarono i primi bombardamenti dell’esercito austro-tedesco che durarono per circa cinque ore. Poi il silenzio. Cadorna ordina ai soldati italiani di disporsi in prima linea lasciando pressoché vuota la seconda. Questa tattica si
rivelò totalmente errata. La prima linea, dove erano ammassati la maggior parte dei soldati italiani, si ritrovò tagliata fuori dal combattimento al contrario della seconda che invece dovette fronteggiare un intero esercito. Solo ora il Generale Cadorna si rese conto del del terribile sbaglio compiuto: l’esercito nemico si trova solamente a 30 chilometri dal fronte. Come dice il proverbio “meglio tardi che mai” Cadorna, venerdì 27 ottobre, ordina il ripiegamento dell’esercito italiano sul fiume Tagliamento arretrando quindi il fronte nazionale. La ritirata si rivela essere una vera propria fuga. Il Generale annuncia quindi la disfatta il 28 ottobre incolpando principalmente i soldati della II armata, “vilmente ritiratasi senza combattere”. Il tenente Carlo Emilio Gadda racconterà nel “Giornale di guerra e di prigionia” l’incubo vissuto dalla sua compagnia artiglieria sul Monte Nero, che per tutta la giornata rimase isolata senza ordini dal Generale. La conseguenza di questa disastrosa sconfitta fu la sostituzione del Generale Luigi Cadorna con il Generale Armando Diaz. L’esercito italiano fu costretto a ritirasi dietro le sponde del fiume Piave dove essendo in vantaggio di alcuni giorni rispetto all’esercito austro-tedesco riuscì a sistemare la nuova linea di difesa.
Il 12 novembre ci fu il riscatto dell’esercito italiano. Si parla infatti di una vera e propria rinascita che porterà alla vittoria finale a Vittorio Veneto il 28 ottobre 1918.
Le principali colpe della disfatta di Caporetto vanno attribuite al Generale Cadorna. Egli utilizzava la strategia degli attacchi frontali in colonne compatte che causarono numerose perdite nell’esercito. Un’esercito quello italiano che non poteva contare su abili soldati in quanto questi si dovettero avvicinare alla guerra nel giro di un mese, il tempo concesso dalla triplice Intesa alla Italia per entrare nel conflitto mondiale. Cadorna era in possesso di tutte le informazioni principali riguardanti l’offensiva astro-tedesca a Caporetto ma anche gli storici di oggi non riescono a dare una spiegazione alla decisione presa dal generale.
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