Daniela M.
RECENSIONE DI UN FILM
ARTICOLO: AMBITO CULTURALE
Lo studente immagini di dover recensire per un giornale, magari quello della sua scuola, un
film italiano, tra quelli di sua conoscenza e più graditi, comunicando la notizia
dell’assegnazione, allo stesso film, di un prestigioso premio internazionale di arte
cinematografica. Coro di consensi intorno al film di Roberto Benigni
“La vita è bella” ha conquistato il pubblico e la critica d’America
L’opera dell’attore-regista toscano, che ha ottenuto apprezzamenti anche in Israele, ha conseguito
l’Oscar dopo aver ricevuto già un notevole successo di pubblico ed ampi riconoscimenti dalla
critica cinematografica
La vita è bella, l’ultimo film di Roberto Benigni, dopo i successi di pubblico e di critica, ha ricevuto
l’ennesimo riconoscimento con il conseguimento del premio Oscar. Come si sa, il premio Oscar è il
più ambito riconoscimento per ogni cineasta.
È stata la definitiva consacrazione di un film originale nel suo genere, non tanto per la scelta
dell’argomento trattato (all’Olocausto si sono ispirati altri films-capolavoro, di un passato lontano,
come Kapò di Gillo Pontecorvo, e di un passato più recente, come Schindler’s List di Steven
Spielberg), ma per il modo in cui è stato reso cinematograficamente.
Solo Roberto Benigni, con la sua geniale stravaganza, poteva riuscire nell’intento di fare dell’ironia
su un argomento che a tutto può indurre tranne che al sorriso: l’Olocausto e la prigionia nei campi
di sterminio nazisti in cui, ricordiamolo, durante la seconda guerra mondiale, furono rinchiusi,
torturati e sterminati milioni di uomini, in larghissima parte Ebrei. Ebbene, il capitolo forse più
triste ed amaro della storia di questo tormentato Novecento è diventato oggetto d’interesse per
l’attore-regista toscano, che ha ambientato le vicende del suo film proprio nel periodo delle
persecuzioni antisemite e, in gran parte, all’interno di un lager nazista.
Siamo sul finire degli anni Trenta, in Toscana, al tempo del regime fascista: Mussolini, che ha
lanciato l’Italia nella sciagurata alleanza con la Germania nazista, decide di promulgare anche nel
nostro Paese, sull’esempio del regime hitleriano, le leggi razziali contro i cittadini ebrei inizia
l’odissea di un bizzarro libraio (impersonato dallo stesso Benigni), il quale s’innamora di una
maestrina della scuola elementare locale, interpretata da Nicoletta Braschi, l’ormai inseparabile
compagna, nella vita e nell’arte, dell’attore-regista toscano. La maestrina è stata da poco trasferita
in quella sede, ma è già legata sentimentalmente ad un autorevole esponente fascista. Tuttavia il
libraio è disposto a tutto pur di conquistare la donna e, durante un ricevimento, alla presenza delle
massime autorità del regime mussoliniano, s’introduce nella sala in sella ad un cavallo recante la
beffarda scritta “cavallo ebreo” e rapisce la maestrina, ben felice d’allontanarsi da un ambiente per
lei diventato asfissiante. Sposatisi, i due hanno un figlio. Il bambino, crescendo, comincia a
chiedere spiegazioni al babbo di alcune “stranezze” che nota camminando con lui per la strada,
come, ad esempio, la scritta che compare sulle vetrine di alcuni negozi: “vietato l’ingresso ai cani
ed agli ebrei”. Il padre, ovviamente, non gli rivela l’autentico triste significato della frase, ma
fornisce delle risposte anche divertenti per non turbare l’animo del bambino.
Con lo scoppio della seconda guerra mondiale, si accentuano le persecuzioni ai danni degli Ebrei.
Anche la famiglia del libraio viene prelevata dalla polizia fascista e deportata in un campo di
concentramento in cui viene divisa, con il padre ed il figlio costretti a stare insieme in una baracca.
La vita di privazioni, di sofferenze e di angherie che si svolge all’interno del lager sembra non