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Pena di morte: riflessione



Per millenni l’uomo ha pensato che fosse giusto togliere la vita ad un essere umano, ma da qualche tempo, fortunatamente, si sta facendo strada l’idea che la vita umana non può essere deliberatamente spenta. Se guardiamo le statistiche possiamo constatare che la pena capitale è una ferita dolorosa anche se le persone che muoiono di malaria, i bambini che muoiono per fame o coloro che marciscono nelle prigioni sono molto più numerosi.
Ma nel caso di pena di morte i numeri contano ben poco: la pena di morte equivale alla negazione in radice della vita che trasforma i giusti in assassini, proprio quei giusti che sono paladini della giustizia, dell’integrazione e della convivenza.
Oggi più della metà dei paesi del mondo hanno abolito la pena capitale o non vi fanno più ricorso da più di dieci anni. Tuttavia alcuni come Cina, India, Giappone, alcuni Stati musulmani e i democratici USA sono così attaccati alla pena di morte come se rinunciarvi fosse un modo per diventare complici della corruzione e della violenza. Non esiste niente di più sbagliato. Quasi sempre, la pena di morte risponde ad esigenze diverse da quelle dichiarate, come succede per le guerre. Il motivo principale ed ufficiale è quello che essa serve come esempio e come deterrente contro i crimini più gravi. Alcuni sostengono che la pena capitale è necessaria come forma di estrema giustizia per tutelare la vita umana. Altri affermano anche che le esecuzioni di Stato costituiscono una forma di risarcimento delle famiglie delle vittime e in questo modo il mondo sarebbe liberato dalla vendetta privata. Tuttavia non è provato statisticamente che i reati siano diminuiti laddove è il uso la pena capitale. Addirittura, negli stessi USA, nell’ultimo decennio del XX secolo le pene capitali sono quadruplicate, ma gli omicidi non sono diminuiti.
Quasi sempre, le esecuzioni avvengono in segreto e questo modo lo Stato ne ammette implicitamente l’orrore ed ogni aspetto di esemplarità. Inoltre è molto difficile parlare di giustizia quando vivere o morire per la stessa colpo, dipende dalla geografia. Infatti, se si evadono le tasse, se sui corrompe un pubblico ufficiale in Cina si può essere privati della vita, ma negli Usa si paga solo una cauzione. E’ anche difficile parlare di giustizia quando la pena di morte, in alcuni paesi asiatici è legata al traffico di organi umani. Non è da sottovalutare nemmeno il fatto che negli Stati Uniti nove persone giustiziate su dieci fanno parte delle minoranze quali neri, ispanici o diseredati, mentre le vittime si collocano in tutte le fasce sociali e fra tutte le etnie. Pertanto, la pena capitale si accompagna spesso al razzismo e discriminazione sociale e non rispetta nemmeno i minorenni e i disabili mentali.
La pena di morte non è equa e non è efficace. Implicitamente, togliendo la vita a coloro che sono definiti”colpevoli” lo Stato legittima la stessa mentalità violenta che vorrebbe combattere. Come la si guardi, la pena di morte è quindi vendetta e la vendetta non restituisce la vita alle vittime. Inoltre come si fa a parlare di giustizia di fronte all’enorme numero di errori giudiziari? La pena di morte è soltanto una risposta di tipo militare ad una questione sociale e ha poco a che vedere con la giustizia e con la sicurezza della collettività, che può essere garantita in tanti altri modi.