Il giro d'Italia passa nel mio Paese


Il Giro d’Italia, la più amata corsa ciclistica nazionale, passa nella tua città. Come l’accoglierete tu e i tuoi concittadini?

Scaletta

1. Introduzione: la mia passione per il ciclismo e la gioia nello scoprire che il Giro passava dalla mia città.
2. Il ciclismo, uno sport “duro”.
3. Le tappe più “estreme”.
4. Il fascino intramontabile del ciclismo.
5. Non vedo l’ora di ammirare i ciclisti del Giro da vicino.
6. Conclusione: l’emozione di vedere la corsa dal vivo.

Sono un grande appassionato di ciclismo e quando, a dicembre, dopo la presentazione del Giro Ciclistico d’Italia, ho saputo che la carovana rosa sarà ospitata nella mia città, precisamente nella dodicesima tappa, ho fatto un salto dalla poltrona sulla quale ero seduto mentre leggevo “Televideo”.
Fantastico, non lo avrei mai sperato, anche se a dire il vero sapevo della candidatura: la concorrenza era molto forte e le esigenze logistiche degli organizzatori, molto probabilmente, ci avrebbero tagliati fuori. Invece, il sogno si è splendidamente avverato, portando me e mio padre, che fin da piccolo mi ha fatto partecipe della sua passione, al settimo cielo.

Il ciclismo è uno sport duro, fatto per gente capace di soffrire in silenzio, di non lamentarsi mai, di stringere i denti e dare tutto anche quando le gambe e i polmoni sembrano non rispondere più al richiamo dei nervi. Le gare sono estenuanti, lunghe centinaia di chilometri e durano cinque, sei o anche sette-otto ore, vale a dire fino all’esaurimento delle ultime briciole di energia. Si arriva stremati, senza la forza di parlare, incapaci persino di bere e di respirare e, nelle tappe più tormentate, ricche di salite ripidissime e interminabili, alcuni atleti svengono subito dopo aver tagliato il traguardo, non appena qualcuno li abbia pietosamente sostenuti: si abbandonano al primo che capita, lasciando che gli altri pensino a cambiarlo, riscaldarlo, rifocillarlo.
Si corre anche con la neve, anche se il ciclismo moderno riesce, peraltro giustamente, quasi sempre ad evitarla. Non di rado, le tappe alpine vengono modificate se le condizioni metereologi che si fanno insostenibili e i vecchi appassionati, memori di Coppi e Bartali, parlano subito di signorine in bicicletta. Ciechi e sciocchi. Gli errori vanno corretti, non ignorati.
Oggi gli impegni agonistici sono numericamente molto superiori ad allora; senza contare che gli allenamenti speciali a cui oggi si sottopongono i corridori sono oltremodo stressanti. Il fascino pionieristico del ciclismo d’epoca è sparito con gli anni, ma il prestigio delle grandi corse a tappe e delle classiche più rinomate è rimasto immutato. Vincere il Giro d’Italia o, ancora maglio, il Giro di Francia, significa entrare come grandi protagonisti nella leggenda sportiva. La difficoltà di vincere un giro è facilmente intuibile: è necessaria una condizione fisica e nervosa da campione, ma occorre anche sapersi amministrare, avere una squadra valida e naturalmente saper assorbire sforzi e sconfitte parziali come se niente fosse.
Non vedo l’ora di vedere all’opera i più forti, ansimanti sulle loro biciclette superleggere, incitati da un pubblico sempre caloroso che li invita a spingere al massimo, a dare il meglio di sé. Se mi sarà possibile, cercherò anche di salire sul palco della premiazione per vedere da vicino i miei idoli, chiedere loro qualche scemenza che la mente offuscata dall’emozione, lì per lì, mi suggerirà.
Sarà bello trovarsi al centro di un grande avvenimento sportivo, che soltanto quando è visto da vicino e non in televisione è capace di provocare brividi lungo la schiena. E poi voglio ammirare la leggendaria maglia rosa che, anche se indossata da un biondo danese o da un piccolo spagnolo, è sempre bella da vedersi.

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