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Che cos’è l’emarginazione


L’emarginazione è il cacciar via qualcuno dalla società, o l’impressione di poterlo espellere da essa. Diciamo “impressione” perché l’emarginato, nonostante tutto, continua a far parte della società, anche se in condizioni particolari. È escluso dalla vita normale della società; ma, finché vive, è in essa, e, se non è più veramente un cittadino, resta pur sempre un essere umano. L’emarginato, oggi, è quello che era un tempo l’esiliato, il bandito, il folle scacciato dalle persone “sane”, il derelitto, il reietto di ogni tempo. Emarginato è il mendicante costretto ad implorare l’elemosina su un marciapiede, il giovane che si sente rifiutato e incompreso e cerca rifugio nei paradisi artificiali delle sostanze psicotrope (che cambiano la psiche, sconvolgono la mente e conducono alla malattia e alla morte), il disoccupato che invoca invano un lavoro; emarginato, insomma, è chi viene respinto ai margine, ai bordi della società senza sua colpa o anche perché colpevole. Anche il carcerato è un emarginato.
La società, per difendere se stessa dalla pericolosità o inutilità di certi suoi membri, li rigetta. È giusto che la società si difenda: però non è giusto che si sia sempre pronti a gridare, inveire contro chi appare “estraneo”, “diverso”, quindi nocivo. E poi resta sempre aperto il problema di recuperare, se possibile, chi è stato emarginato. Perfino chi ha commesso orrendi delitti, per i quali è stato condannato a lunghi anni di carcere o addirittura all’ergastolo, dovrebbe avere la speranza della riabilitazione. Perfino un malato di mente dovrebbe avere la possibilità di essere riaccolto, un giorno, nella comunità, se si abbia motivo di ritenere che la malattia sia cessata.
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