Saggio breve sulle donne

Donna oggetto

donne come oggetto

La televisione riaccende la polemica sulla donna oggetto. La dittatura del corpo perfetto ha realmente convertito tutta la nostra cultura all'estetica di un cabaret di spogliarelliste? La mutandina catodica, che irrompe regolarmente nei palinsesti televisivi, evidenzia la problematicità del rapporto tra i sessi. Bèlen Rodriguez, modella argentina di singolare bellezza, calcando seminuda nel Febbraio scorso il palcoscenico del teatro Ariston di Sanremo, riaccende e infiamma la diatriba in Italia sulla donna oggetto.
Giornali, riviste, televisione e pubblicità rivestono una parte importante tra i fattori che danno forma all'idea di identità femminile. Ad ogni ora del giorno e della notte si è esposti a numerosi e diversi modelli di donna che i mass media propongono. Per quanto ad un primo e rapido sguardo la popolazione femminile della televisione sembri diversificata, in seguito è naturale chiedersi se quelle figure rappresentano davvero le donne della quotidianità, con le quali si interagisce in strada, nei negozi e nei luoghi di lavoro. E' giusto costatare malinconicamente che le donne che sono mostrate non sono che varianti di uno stereotipo. Nonostante i ruoli femminili nel mondo occidentale siano andati soggetti a cambiamenti notevoli negli ultimi anni, la rappresentazione della donna nei media è rimasta sostanzialmente la stessa: giovane, bella, poco vestita, euforica seduttrice e oggetto di desiderio sessuale. La donna quindi viene vista come donna oggetto.

Una società sessista


La donna è la protagonista indiscussa nelle immagini pubblicitarie sia in televisione che sulla carta stampata e viene vista come donna oggetto. Sposa e nutrice, felice di essere amata dal marito in cambio di una buona cucina e di camicie ben stirate, ecco la donna della pubblicità italiana; adora la conversazione con l'amica, la cugina o la mamma, purché si parli di detergenti, di smacchiatori o di detersivi per il bucato. Ma si tratta ogni volta di dialoghi sterili ed insidiosi che lasciano trapelare un velo di angosciosa competizione. Questa è la donna con la fede al dito. Poi c'è l'altra senza fede e senza veli: è la donna dei sogni maschili ed extraconiugali, protagonista delle interruzioni dei programmi televisivi. Esuberante, sexy e sempre in forma smagliante, ostenta fieramente una condizione di subalternità rispetto all'uomo. Bella e piacente, si occupa in maniera maniacale della propria bellezza e del proprio abbigliamento.
Tante e diverse sono le donne che ci offre il mondo della pubblicità, ma tutte con un unico denominatore comune: quello di essere oggetto. Le rappresentazioni che se ne ricavano, infatti, sono quelle di un'apparente emancipazione che impedisce un'ascesa professionale della donna in un mondo profondamente sessista, con uomini impegnati esclusivamente nell'ambito lavorativo e donne che si sobbarcano di tutte le fatiche del loro lavoro fuori e dentro la casa. Le immagini femminili che ci vengono mostrate sono quelle di donne felici di essere esclusivamente mogli e madri o di donne che, se vogliono realizzarsi fuori dall'ambiente familiare, devono sedurre il maschio.
Qualsiasi tipo di donna la pubblicità voglia rappresentare, che sia sexy, narcisista, raffinata, acqua e sapone, casalinga o mamma, è sempre un'immagine che caratterizza la donna in quanto tale: con un volto ed un corpo "oggetto" di espressione. Quindi, nonostante la figura femminile rivesta nel mondo dei media, e più in particolare in quello della televisione, dei ruoli marginali rispetto all'uomo, la stessa cosa non si può dire per la presentazione del corpo femminile. La donna, infatti, riesce, mediante la sua fisicità, ad ottenere un'attenzione strumentale, essendo essa mero accessorio e facile espediente per richiamare l'interesse. Il corpo femminile è divenuto un feticcio e un oggetto di consumo. L'erotismo e la sensualità che la corporeità femminile emana, è svuotato di significato sia nel corpo che nel carattere, per estetizzarlo e renderlo funzionale al fine di sedurre.
Il corpo esibito come oggetto decorativo è privo d'identità, oggettivato e pronto a mettersi in moto su comando. Già nel 2007, il “Financial Times”, autorevole quotidiano finanziario americano, denuncia severamente il trattamento riservato alle donne nel nostro paese. Enrico Franceschini, illustrando ed esponendo l'articolo scritto dal giornalista di New York, Adrian Michaels, ne “La Repubblica” del 15 luglio 2007, denuncia “l'uso di vallette seminude in ogni genere di programma televisivo, gli spot pubblicitari dominati da allusioni sessuali, il prevalere della donna come oggetto, destinata a stuzzicare i genitali dell'uomo, anziché il cervello.”.

Esiste realmente la parità tra i sessi?


Analizzando la società di oggi, malgrado si parli di “pari opportunità” e di “uguaglianza tra i sessi” con un’insolita enfasi che sembra esprimere una chiara sicurezza, ci si accorge con estrema facilità di come un compromesso definitivo non sia ancora stato raggiunto.
Sin dai lontani prodromi della civiltà umana, la profonda linea di demarcazione che separa gli uomini dalle donne all'interno delle comunità è sempre rimasta ben delineata e stabile, nonostante negli ultimi decenni si sia lavorato alacremente per tentare di rimuoverla, riuscendo tuttavia a spostarla solo di poco. Perciò, la strumentalizzazione del corpo femminile riproduce il vecchio modello di sottomissione della donna all'uomo, a testimonianza d'una volontà d'espellere le donne dallo spazio pubblico, politico e intellettuale, privandole della parola e mercificando i loro corpi negli spot televisivi. Come nel mondo dell'antica Grecia, la donna oggetto è in balia dell'autorità maschile; Euripide, nella tragedia “Medea”, edita Einaudi nel 2002, afferma: “Noi donne, fra tutti gli esseri animati e dotati di senno, siamo certo le creature più misere. Da prima con un'enorme quantità di soldi è necessario acquistarsi un marito, prendersi uno che si fa padrone del nostro corpo. […] Se poi la donna arriva in un paese nuovo con nuove leggi e costumanze, dev'essere indovina ché da prima, a casa sua, nessuno gliel'ha detto con quale sposo avrà rapporto. Metti che l'ardua impresa ci riesca e che il marito sopporti di buon grado il giogo coniugale: un'esistenza invidiabile: ché, se non succede, meglio la morte. […] Dicono che noi viviamo un'esistenza senza rischi, dentro casa, e che loro invece vanno a combattere. Errore! Accetterei di stare in campo, là, sotto le armi, per tre volte, piuttosto che figliare solo una volta.”.
Eppure, un grande contributo per l'emancipazione della donna è stato dato dalla “Costituzione della Repubblica Italiana” del 1948 che, per la prima volta, ha sancito come principio fondamentale dell'ordinamento democratico italiano l'uguaglianza tra l'uomo e la donna, recitando: “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. [...]”
Con il trascorrere degli anni, la donna, ha parzialmente ottenuto con dure battaglie il riconoscimento del diritto di uguaglianza e con l’ingresso nel mondo del lavoro è riuscita ad ottenere anche l'autonomia economica. L'emancipazione della donna si presenta come una lotta trasversale, che implica la fine del suo sfruttamento come strumento di desiderio o come lavoratrice. Liberarsi dal ruolo di oppressa, di angelo del focolare e di macchina sessuale che le viene imposto. Tale evoluzione, fiaccata dalle campagne pubblicitarie e dalle seducenti coreografie dei programmi televisivi, deve essere parallela e simultanea al processo di liberazione dell’uomo dal ruolo di oppressore e dominatore.
Anche Meda, nell’articolo “La strategia della Barbie” pubblicato ne “la Repubblica delle Donne” il 24 maggio 2008, interviene sulla questione, domandando a se stessa e a tutte le donne: “È davvero gratificante fare settimane di settanta ore – quaranta in ufficio, trenta a casa – nel nome della parità e dell’indipendenza? E per cosa? Portare a casa uno stipendio i cui due terzi andranno alla baby-sitter?”.

La donna oggetto in una società che cambia
Il processo verificatosi in Italia, culminato con l'indimenticabile farfallina di Bèlen Rodriguez nel Teatro Ariston, può essere definito come una vera e propria mercificazione del corpo femminile, una trasformazione della sua bellezza da qualità umana a mero oggetto apprezzabile e, in alcuni casi, persino acquistabile prima ancora che conquistabile.
Proprio per questo motivo, alcuni arrivano a giustificare gli atti di violenza verso le donne e probabilmente in tutto ciò risiede anche la ragione per la quale ragazze sempre più giovani scelgono la via della prostituzione: non perché sia la via più facile, bensì perché, talmente abituate ad essere trattate come oggetti, sembrano aver assimilato la convinzione di esserlo realmente.

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