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La crudeltà della Grande Guerra mostrata dagli intellettuali più profondi


La Prima Guerra Mondiale fu un conflitto armato che interessò numerosi paesi a livello mondiale, avvenuto tra il 1914 e il 1918. La Grande Guerra è nota per l’elevato numero di morti che provocò e anche per le novità riportate in campo dalla Seconda Rivoluzione Industriale, la quale fece si che le nuove armi e i nuovi mezzi di trasporto facilitassero lo scopo della guerra: uccidere il nemico. In linea di massima, il conflitto nacque a seguito dell’idea di Nazionalismo sorta in Europa nell’ultimo trentennio del 19° secolo, per cui ogni Paese credeva nella propria supremazia rispetto ad altri, dunque all’esaltazione dell’idea di nazione, dando frutto così alla volontà di espansionismo. Di fronte alla Prima Guerra Mondiale, molti intellettuali si “scontrarono” tra di loro attraverso opere, articoli di giornale o commenti che esprimevano i propri pensieri riguardo al conflitto.
E’ corretto sostenere che la Prima Guerra Mondiale, come qualunque guerra, ancor di più se di carattere nazionalistico, sia una tragedia senza alcun guadagno, se non quello del materialistico possedimento di nuovi territori ed un insulto all’intelligenza umana, che stupidamente dà maggior valore ad un pezzo di terra che alla vita di un individuo, la quale viene brutalmente strappata per scopi immeritevoli. La precedente dichiarazione, nel corso degli anni conseguenti alla guerra, avrebbe potuto accompagnare il pensiero alcuni profondi intellettuali, come avrebbe potuto andare contro alle fredde considerazioni di cinici studiosi.
Ad esempio, facendo riferimento all’Italia, la quale intervenne nel conflitto a favore della Triplice Intesa solo qualche mese dopo lo scoppio della guerra, per via di un’offesa arrecata della Triplice Alleanza di cui faceva parte, aveva al suo interno due gruppi schierati, per cui uno preferiva rimanere neutro a tutto ciò che riguardasse la guerra (neutralisti) e l’altro desiderava parteciparne attivamente, difendendo un’idea nazionalista (interventisti). Dunque, già prima della partecipazione al conflitto, in Italia, come in molti altri paesi, erano presenti gruppi di persone che ragionevolmente ritenevano che la guerra fosse uno strumento col quale i potenti, assetati di idee imperialistiche, volessero spingere fino alla morte il proletariato per ottenere dei superflui beni materiali, andando così contro l’etica dell’essere umano. Lo storico italiano Benedetto Croce, che visse negli anni della Grande Guerra, esprime il suo pensiero contro le stragi del conflitto ne “Pagine sulla guerra” in “Filosofia-Poesia-Storia” (Adelphi, Milano 1996), scrivendo: << Far festa perché? La nostra Italia esce da questa guerra come da una grave e mortale malattia, con piaghe aperte, con debolezze pericolose nella sua carne, che solo lo spirito pronto, l'animo accresciuto, la mente ampliata rendono possibile sostenere e svolgere, mercé, duro lavoro, a incentivi di grandezza. E centinaia di migliaia del nostro popolo sono periti, e ognuno di noi rivede, in questo momento, i volti mesti degli amici che abbiamo perduti, squarciati dalla mitraglia, spirati sulle aride rocce o tra i cespugli, lungi dalle loro case e dai loro cari.>>. Nella precedente citazione si può notare come, fortunatamente, alcuni critici si dedichino ad una considerazione della guerra dal punto di vista sociale e umano, descrivendo questa come una mortale malattia che portò soltanto a profonde sofferenze sia a coloro che persero i propri cari, sia agli stessi mutilati. Infatti, un’altra delle problematiche sociali arrecate dal conflitto, fu proprio quella degli “Scemi di guerra” (così chiamati dalla crudeltà e dall’ignoranza popolare), soldati soggetti al disturbo post-traumatico da stress portati nei manicomi, seguiti da psichiatri che non sapevano come affrontare questa patologia applicando così il metodo dell’elettroshock.
Al contrario, già agli albori della Grande Guerra, vi erano in Italia gli interventisti, che, coinvolti dal movimento dell’irredentismo, si interessavano solo alla ripresa del Venezia Giulia e dell’Alto Adige, territori sottratti dall’Austria, non tenendo conto delle problematiche che la guerra avrebbe potuto arrecare al singolo individuo. Oltre agli irredentisti, esiste anche chi, crudelmente, parla della guerra come un buon metodo per risolvere le problematiche economiche interne al paese, riferendosi all’eccesso demografico come causa di crisi. In questo caso, alcuni sostenitori del precedente pensiero, ritengono, con assoluta freddezza, che la morte, la mutilazione e le conseguenti sofferenze, siano un buon metodo per risolvere la povertà di un paese, come ad esempio lo scrittore Giovanni Papini, che ne “Amiamo la guerra!” in “Lacerba” (1.10.1914) affermò:<< La guerra è una operazione malthusiana. C'è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola.>>. E’ ingiusto sostenere che la guerra possa essere giustificata attraverso l’idea che un paese possa migliorare la propria situazione economica con il massacro di milioni di persone, che non possono essere trattate come robot da combattimento ma come esseri con dei sentimenti, delle mogli e dei figli.
Per sprigionare ciò che significava veramente la Grande Guerra, senza svolgere freddi calcoli sui guadagni o sulle perdite economiche di un paese, alcuni intellettuali, mostravano attraverso le parole la terribile ma sincera verità su cosa significasse partecipare ad un conflitto armato, come ad esempio lo scrittore e giornalista Attilio Frescura che ne “Diario di un imboscato” in “M. Giancotti”, “Paesaggi del trauma” (Bompiani 2017) ricordò la Prima guerra mondiale con termini torvi ma veritieri, scrivendo: << E gli uomini, muti, camminavano verso l’orrendo destino. Incespicavano nelle croci, scomparivano nei camminamenti, pestavano il fango giallo, assorbivano la putredine della terra macabra.>>.
Per riassumere, si può affermare che gli intellettuali più profondi e autentici, non si limitano alla descrizione di quale Paese vince o perde una guerra, ma alla descrizione di chi l’ha combattuta, dei suoi sentimenti, delle sue sofferenze.
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