La costruzione dell’Unione Europea sta gradualmente cambiando la vita dei cittadini dell’Europa occidentale

In un turbinare di spaventose incertezze tra miasmi nazionalistici ed etnici, dodici Stati hanno deciso di dare forma a una nuova Unione Europea creando una “qualche forma di sovranità”, come ha detto un funzionario francese, e di accettare gradualmente i nuovi membri che chiedono a gran voce di entrare.
Proseguendo con perseveranza, senza sbalzi spettacolari, ma sempre nella stessa direzione di affermazione dell’interesse reciproco, i membri della Comunità ostentano fiducia sul fatto che il lento lavoro di costruzione sia possibile e remunerativo, che vita normale andrà avanti e le cose continueranno a migliorare.
Questa Unione, costruita passo dopo doloroso passo, non ha pretese di universalità, verità senza tempo, astrazioni “la surrogazione del sacrificio umano”, e la “vittimizzazione del presente per il bene di un intelligente futuro” che Berlin considerava la fonte demoniaca del totalitarismo “la pluralità delle culture non può essere eliminata”, ha detto Berlin, e qui non c’è nessun tentativo per eliminarle.

Per questo si sta dimostrando più stabile e più affidabile, non un antidoto al nazionalismo militante che emerge in tanti luoghi quanto la prospettiva di un suo contenimento, molto migliore di quella che può offrire qualsiasi grande progetto accuratamente delineato.
Il cambiamento all’Est mozza il fiato. Il cambiamento all’Ovest suscita scarso entusiasmo, ma sta cambiando il modo di vivere della gente, con sicurezza, con costanza, con l’opportunità di adeguarsi e di adattarsi. Il termine “federale”, tabù in Inghilterra, non è più l’obiettivo del Trattato: è stato sostituito con “creare un’unione sempre più stretta fra i popoli dell’Europa, in cui si prendano decisioni quanto più possibile vicine ai cittadini”.

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