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Sviluppo e controllo dell’impero ottomano


L'Impero ottomano si sosteneva grazie a una ben organizzata amministrazione centrale, affidata a una burocrazia di carriera, in genere composta da funzionari di origine europea e non turca. Per garantirne l'imparzialità, infatti, erano selezionati tra i devscirme, ossia tra i fanciulli prelevati a titolo di tributo nei territori cristiani assoggettati, specialmente slavi e albanesi. I più promettenti tra questi erano educati nelle scuole di palazzo, convertiti all'islam e poi inviati come sangiacchi (governatori) o come beyberley (governatori generali) nelle varie province. Per i più capaci vi era la prospettiva di entrare a far parte del Divano, il consiglio supremo insediato a Istanbul e presieduto dal gran visir (primo ministro), nel quale erano trattati gli affari generali dell'impero. Altri, adeguatamente addestrati, andavano invece a formare le file dei giannizzeri, il corpo militare scelto che costituiva il nucleo centrale dell'esercito del sultano.
L'Impero ottomano era dunque governato principalmente da una burocrazia professionale stipendiata, le cui cariche erano revocabili e non ereditarie, formata da funzionari estranei sia agli alti ranghi della società sia alle regioni in cui erano inviati. Sotto questo profilo l'impero tendeva ad avvicinarsi al modello ideale di quello che abbiamo definito come uno Stato moderno. Per altri versi, invece, esso si allontanava da questa definizione in quanto lasciava molta autonomia ai territori che lo formavano. Anche la relativa tolleranza religiosa (assolutamente inimmaginabile nell'Europa cristiana dell'epoca, dove non era ammessa l'eventuale presenza di comunità islamiche, mentre quella delle comunità ebraiche era perennemente a rischio) che i sultani accordavano ai sudditi cristiani ed ebrei va inquadrata in tale contesto, piuttosto che intesa come dimostrazione di un'estraneità dello Stato verso le questioni religiose. Nell'Impero ottomano, infatti, religione e legge tendevano a coincidere. Va tuttavia ricordato che cristiani ed ebrei erano lasciati liberi di praticare il proprio culto previo pagamento di una corposa tassa supplementare (dieci volte più alta di quella corrisposta dai sudditi di fede musulmana).
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