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Condizioni che permisero l’industrializzazione

Rispetto agli altri paesi europei l’Inghilterra godeva di alcuni grandi vantaggi commerciali e finanziari. Innanzitutto era la più vasta area di libero commercio in Europa, priva di dogane interne, in secondo luogo decenni di politica mercantilista avevano fatto affluire sull’isola una parte notevole delle risorse commerciali e monetarie del mondo. Infine, essa era all’avanguardia nello sviluppo politico e culturale. Su questo sfondo generale, quattro trasformazioni fornirono le basi di quella che è stata definita Rivoluzione industriale inglese:
• L’incremento demografico.
• La rivoluzione agricola.
• Lo sviluppo commerciale.
• La crescita culturale, scientifica e tecnologica.
L’aumento della popolazione va in parte attribuito alla forte diminuzione delle epidemie di peste, dovute quasi certamente all’adozione di precauzione come la quarantena. Per quanto riguarda le altre malattie epidemiche, vennero neutralizzate attraverso un’alimentazione più ricca di proteine e vitamine, nuove abitudini igieniche e soprattutto dalla scoperta dei vaccini. Nel corso del settecento, la nascita della richiesta di lavoro salariato portò progressivamente a matrimoni più precoci, e a un progressivo aumento della natalità. A fine secolo la popolazione inglese aveva superato i nove milioni di unità.
Il secondo aspetto fu la rivoluzione agricola, i progressi in tale campo non furono determinati dall’espansione delle terre coltivate, ma dall’incremento della produzione per addetto, cioè della produttività del lavoro. Ciò si realizzò grazie a diversi fattori: forti investimenti di capitali, intensificazione delle recinzioni, nuove tecniche di rotazione, maggior attenzione alla fertilità del terreno e forte interesse per un allevamento differenziato.
A metà del settecento non solo tutto il commercio dell’Inghilterra era trasportato da navi inglesi, ma le merci provenienti dalle colonie erano riesportate a loro volta in Europa. A ciò si aggiunse un mercato interno particolarmente disponibile ai consumi, grazie alla crescita demografica e all’eliminazione dei dazi doganali, che favoriva la libera circolazione delle merci.
E infine vi fu una crescita culturale, i proprietari terrieri si interessarono agli studi sul miglioramento delle tecniche agricole e poiché, a differenza degli altri paesi, in Inghilterra essi erano anche titolari delle risorse del sottosuolo, estero i loro studi alle tecniche minerarie e allo sfruttamento dell’energia. Si avviò inoltre la fabbricazione in serie di stoffe povere, e in genere di oggetti di largo consumo popolare. Senza questa diffusa disponibilità a cambiare e ad acquistare sul mercato ciò che si era sempre prodotto in casa, ovviamente non si sarebbe realizzata la base necessaria all’espansione delle relazioni commerciale. Si susseguirono inoltre i brevetti e le innovazioni tecniche, che permisero lo sviluppo dell’industria. Il declino del potere delle corporazioni cittadine incoraggiò inoltre gli imprenditori a creare strutture produttive negli ambienti urbani. Iniziava a nascere un sistema di concentrazione della forza lavoro, che qualche decennio dopo avrebbe contribuito alla nascita dell’industria tessile.

Il settore tessile


Il settore trainante della Rivoluzione industriale fu quello tessile, che produceva una merce di prima necessità e richiedeva investimenti modesti. Nel 1773 a favore di tale settore venne brevettata la prima innovazione scientifica, una spoletta volante. Essa scorreva da una parte all’altra del telaio senza doverla passare a mano, la stoffa poteva superare in lunghezza in braccio del tessitore, e di conseguenza aumentò la produzione di tessuti. In seguito vennero ideate altre macchine, ma il progetto decisivo, con la quale per la prima volta la fibra tessile non passava fra le dita umane per essere trasformata in filo, vide luce nel 1779, con il nome di mule jenny. La fibra tessile maggiormente utilizzata fu il cotone, proveniente dall’India, dove veniva filato sottile e resistente, motivo per il quale veniva preferito ad altri tessuti.
Il settore dell’energia
L’Inghilterra era ricca di carbone fossile, attraverso la cui lavorazione e la successiva combustione, andava ad alimentare l’altoforno, impiegato nella produzione di metalli. L’estrazione del carbone però era molto rischiosa, poiché spesso si andava incontro a degli improvvisi allagamenti delle gallerie sotterranee. Thomas Newcomen, nel 1712, realizzò una macchina in grado di aspirare l’acqua in modo da tenere asciutte le gallerie delle miniere. Per funzionare la macchia a vapore, bruciava molto carbone, ed era costruita in acciaio. Essa fu migliorata da James Watt, nel 1781, che riuscì a ridurre notevolmente la dispersione dell’energia. L’uomo possedeva ormai una sorgente d’energia a buon mercato e in quantità apparentemente illimitata, non più dipendete dalle condizioni naturali, e poteva così programmare la produzione molto più liberamente di prima.

Le fabbriche


Prima della rivoluzione industriale la manifattura si basava sulla lavorazione a domicilio, cioè il mercante-imprenditore forniva il materiale ai lavoranti, e passava poi a ritirare il prodotto finito. La macchina a vapore e il telaio cambiarono tutto, divenne enormemente conveniente concentrare filatoi e telai in grandi capannoni, le fabbriche, alimentandoli con l’energia di un’unica macchina a vapore. Il lavoro si fece molto più semplice, infatti veniva affidato anche ai bambini, impiegati in tenerissima età: essi venivano trasportati in massa, per fare gli apprendisti, presso dei padroni. Questi spesso erano costretti a lavorare troppo a lungo e in ambienti chiusi, l’aria che respiravano era inoltre avvelenata da olio e altre sostanze utilizzate per le macchine, di conseguenza molti si ammalavano. La prima conseguenza della rivoluzione industriale fu che le filatrici e i tessitori a domicilio rimasero senza lavoro. La seconda conseguenza fu che venne abolita la legislazione che tutelava i mestieri, e infine si vennero a creare nuovi aggregati abitativi di baracche intorno alle fabbriche. Le giornate lavorative erano particolarmente lunghe e vissute in ambienti malsani, a fronte di salari bassi che rendevano la vita degli operai precaria. Per rimediare agli “effetti collaterali” fu rivista la normativa sull’assistenza ai bisognosi, nel 1795 venne emessa una sentenza che interpretava e modificava la legge sui poveri. Le parrocchie furono tenute a integrare il reddito delle famiglie bisognose, affinché il minimo vitale fosse assicurato. Il sistema di Speenhamland rappresentò il primo esempio di salario minimo garantito, e costituì un freno al degrado sociale, aumentando il prelievo fiscale a carico più della borghesia manifatturiera che dei proprietari terrieri. Dall’altro lato però tenne bassi i salari, visto che in ogni caso le parrocchie avrebbero garantito la sopravvivenza. Questa riforma venne combattuta dagli industriali, per i quali il vantaggio di mantenere bassi i salari non compensava lo svantaggio di dover finanziare le parrocchie per mantenere i poveri.
La rivoluzione industriale sostituì a un’organizzazione prevalentemente domestica della manifattura, un sistema basato per lo più su luoghi specializzati e lontani dalle abitazioni, questo perché la produzione centralizzata portava alcuni vantaggi:
• Entrambe pagano in base alla quantità di prodotto realizzato, ma il controllo della qualità era molto più agevole nelle fabbriche, in quanto l’imprenditore poteva ispezionare non solo il prodotto, ma anche il processo di lavorazione.
• Riducevano i furti di materiale e i costi in termini di capitale, provocati dagli errori degli operai.
• La divisione del lavoro in compiti più piccoli svolti da specialisti, migliora la produttività, poiché i lavoratori specializzati diventano più competenti nel lavoro attraverso l’apprendimento e l’esperienza.
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