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Gli Europei impegnati nella conquista delle Americhe, 1492-1849

Dopo il primo fortunato viaggio di Cristoforo Colombo del 1492, ne seguì un altro in cui l'esploratore più conosciuto al mondo trasportò anche dei cavalli e degli animali domestici come capre e cani. Questa notizia sembra futile alla conoscenza di quanto accadde per l'esplorazione e la successiva conquista delle Americhe; tuttavia essa è invece fondamentale per spiegare la successiva sottomissione che gli abitanti delle Americhe subiranno. Gli indigeni non conoscevano in alcun modo le armi degli europei e nemmeno i loro cavalli. Questi ultimi li spaventarono e moltissime popolazioni, tra cui in special modo Aztechi e Inca, morirono proprio per mano di cavalli e cavalieri. Sebbene, infatti, pochissimi fossero i conquistadores rispetto agli indigeni, le loro armi e la loro cavalleria sapevano destreggiarli con una facilità immediata. Così gli spietati conquistadores, tra cui si ricordano per la massima ferocia gli spagnoli Cortès e Pizzarro, riuscirono in breve tempo a dominare e sottomettere anche grandi Imperi come quello azteco e inca che ancora combattevano uomo a uomo e che possedevano esclusivamente armi di legno.

Fu quindi facile e piuttosto rapida la conquista del Messico e del Perù. Tuttavia alcuni abitanti del Nuovo Mondo seppero in breve tempo adattarsi ai nuovi metodi di combattimento introdotti dagli stranieri conquistatori e, rubando in special modo i loro cavalli, impararono a cavalcarli e aizzarli contro i loro vecchi proprietari. Utilizzando poi, come gli spagnoli e gli europei, lance in ferro e in alcuni rari casi anche la polvere da sparo, gli araucani e gli indiani delle pampas e delle pianure argentini riuscirono per molti anni a fermare l'avanzata nemica. Tuttavia il vero nemico di queste popolazioni americane furono le malattie portate dagli europei: vaiolo, peste, febbre gialla e molte altre. Gli abitanti del Nuovo Mondo non conoscevano queste malattie e quindi non avevano sviluppato gli anticorpi; in tal modo tali epidemie furono devastanti per queste popolazioni a tal punto di divenire uno degli agenti più influenti a che gli europei potessero impossessarsi dei loro territori.
Infatti moltissimi popoli, come gli araucani sopra citati, nonostante avessero difeso le loro terre per più di duecento anni, dovettero infine cedere agli europei, in quanto non avevano più soldati a disposizioni. Altrettanti furono sterminati totalmente da queste epidemie che venivano considerate dagli europei come un segno e un aiuto divino alla conquista. La prima epidemia di vaiolo raggiunse il Messico tra il 1520 e il 1521 e si allargò a buona parte dell'America centrale. L'unico parziale rimedio era stata l'inoculazione, ovvero ci si iniettava un pustola di un paziente malato di vaiolo nel sangue per sviluppare degli anticorpi e sperare di contrarre la malattia in maniera meno grave. Solo nel 1800 si diffuse la vaccinazione, ormai tuttavia le malattie avevano flagellato buona parte dei precolombiani.
Uno dei motivi per cui l'Africa non fu colonizzata fino alla seconda metà dell'Ottocento è da stabilirsi nelle epidemie: gli europei, come prima era accaduto ai precolombiani d'America, non avevano sviluppato anticorpi e vaccini contro malattie come la malaria, la febbre gialla, la tripanosomiasi e la sua degenerazione della nagana che uccide persino gli animali, tra cui anche i cavalli. L'ambiente per così dire febbrile dell'Africa rimase inaccessibile agli europei per quattrocento anni: gli Europei così decisero di utilizzare questo continente “nero” come fonte di schiavi da sfruttare nelle proprie colonie americane. L'arrivo degli schiavi di colore, a cui nella maggior parte dei casi veniva praticata l'inoculazione, spesso comunque portavano nuove epidemie in America facendo spesso strage di interi popoli.

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