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Valori alla base dell’ideologia comunale


Prima metà del Duecento: Facendo un piccolo passo indietro, per tornare alla prima metà del Duecento, Maire Vigueur ritiene che i quattro valori alla base dell’ideologia comunale (in continuità con l’epoca precedente):

1. l’idea dell’augumentum della città, per cui la città deve puntare sulla crescita in tutti i sensi (demografica, del territorio sottomesso, della bellezza estetica;
2. la pace interna tra fazioni, quasi mai intesa come pace estera fra comuni o con le truppe imperiali;
3. la giustizia, che inizialmente è intesa come l’amministrazione della giustizia e poi, con il passare del tempo, comincia ad assumere un valore più ampio: in Giovanni da Viterbo, ad esempio, il termine “giustizia” è avvicinato al termine “equitas”, perciò non si tratta solo di giudici che danno il loro parere rispetto a casi specifici, ma c’è un’idea superiore di giustizia;
4. il concetto di communis utilitas (o utilitas comunitatis), quello che cambia maggiormente. Nella prima metà del Duecento quando si parla di ciò che è utile per la comunità si pensa soprattutto ai governanti: sono loro che devono mettere i propri interessi dietro quelli della comunità e l’utilità è della comunità tutta. Ma, nel corso del secolo, mano a mano che si affermano i regimi di Popolo questo concetto cambia e già in Brunetto Latini non riguarda più soltanto i governanti ma tutti i cittadini: sono i cittadini che devono mettere il bene della collettività sopra agl’interessi particolari. Questa è l’epoca in cui cominciano a sorgere delle forme di disciplinamento personale, come quello del lusso: si inizia a prescrivere che, ad esempio, in occasione di matrimoni o funerali non ci dovesse essere eccessivo sfarzo, nell’ottica di un disciplinamento dei costumi finalizzato al bene della collettività. Da un modello che riguarda i governanti si passa a ritenere che tutti i cittadini debbano anteporre il bene comune a quello proprio. Ma il bene comune (della collettività) assume anche l’accezione di bene “del comune”, inteso come istituzione politica: le comunanze (i beni comuni) finché sono beni comuni appartengono anche alle collettività locali, ma quando diventano beni del comune sono ‘meno comuni’ (a vantaggio della collettività) perché sono gestiti direttamente dall’istituzione comunale. In Brunetto Latini già si evince questo passaggio; in Remigio de’ Girolami, altro personaggio citato da Maire Vigueur, questo passaggio è ormai completamente compiuto: nelle prediche il domenicano fiorentino si fa portavoce della sua fazione politica e può essere considerato un esempio dello spostamento del concetto di “bene comune”, che non è più il bene della collettività. Nel De bono pacis questi sostiene che per il raggiungimento della pace interna al comune in certi casi si deve rinunciare alla riparazione delle ingiustizie, laddove questo comporti instabilità politica: il concetto di giustizia viene pertanto subordinato al raggiungimento dell’ordine pubblico.

Bibliografia:

Progetti di trasformazione della società nei regimi di Popolo, Jean-Claude Marie Vigueur

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