Cristianesimo


Tra I e II secolo d.C. entrò in crisi la religione di tipo politeista per dare spazio a nuovi culti che offrivano la salvezza individuale.
Questi nuovi culti vennero, però, soppiantati dal Cristianesimo nel IV secolo, non solo per la scelta di Costantino, ma anche perché questa nuova religione si adattava bene alle elites cittadine, a differenza di quei culti che avevano riti troppo esuberanti.
Prima di questo però il Cristianesimo subì delle persecuzioni, a causa di Diocleziano che nel 303 confiscò i beni ai cristiani e li fece perseguitare, perché riteneva questa religione troppo pericolosa per l'unità dell'impero.
I cristiani vennero infatti paragonati agli ebrei, i quali si erano ribellati all'impero.
Il Cristianesimo, però, fu poi accettato da Costantino, che con il suo Editto di Milano del 313 restituì i beni confiscati, rendendo la religione legale nell'impero e convertendosi lui stesso per dare l'esempio. Egli infatti la riteneva elemento di forza per l'impero.
A conferire stabilità a questa religione fu proprio la sua organizzazione interna, caratterizzata da una vera e propria gerarchia sacerdotale con a capo presbiteri (anziani), vescovi e diaconi (assistenti), che si occupavano di opere di carità.
Inoltre la religione fu diffusa in città ad opera di Paolo di Tarso che andava li proprio per predicare. Questo però provocò una rottura con la campagna, dove la religione non arrivò. Infatti venne coniato il termine "pagano", per indicare i contadini, coloro che rifiutavano la verità del Cristianesimo.
Ma a rendere la frattura tra città e campagna ancora più profonda, fu la scelta dei vescovi, eletti nell'aristocrazia cittadina.
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