Habilis 863 punti

L'affermazione dello Statuto dei lavoratori negli anni '70

Lo Statuto dei Diritti dei Lavoratori in questo decennio visse la stagione più importante della sua trentennale esistenza. Il largo favore politico e giuridico dello Statuto nelle vicende sindacali e del lavoro di quegli anni infatti, venne messo in discussione solo a partire dal 1979, in concomitanza con i primi segnali della crisi sindacale e in generale del mondo del lavoro edificato sul modello fordista. Sulla stessa linea interpretativa, anche la stagione di ascesa politica e giuridica dello Statuto, si realizzò grazie a fattori differenti, che oggi ci permettono di delineare due fasi principali in cui si concretizzò il decennio d’oro della legge 300.

Prima fase
La prima fase fu quella dell’affermazione socio-politica dello Statuto e la si può indicare nel lasso di tempo ’70-’73. In un contesto socio-sindacale altamente conflittuale, il movimento operaio e sindacale, nonostante critiche provenienti “da sinistra” e “da destra”, investì la legge di un forte valore simbolico per alimentare la spinta alla mobilitazione, affermare gli stessi diritti sanciti dalla legge e rispondere alla forte domanda di giustizia proveniente dai lavoratori. L’apporto della legge all’affermazione dei diritti dei lavoratori e del movimento sindacale, non fu solo effetto della sua applicazione giudiziaria per reprimere quelle situazioni che di fatto bloccavano la costituzione ai cancelli delle fabbriche, ma anche e soprattutto per un effetto indiretto, cioè extragiudiziale.

Secondafase
La seconda fase fu invece caratterizzata dalla stabilizzazione e dall’affermazione giuridica della legge nella società italiana, che da una parte ne aumentò l’uso più accorto da parte del sindacato secondo una più forte logica del
rischio organizzazione e dall’altra stabilizzò notevolmente il dibattito tra gli
operatori del diritto e tra questi e il movimento sindacale.
In questa seconda parte, nonostante si ravvisarono dei temi su cui lo Statuto non riusciva ad incidere, lo Statuto completò la sua opera di inserimento nel nuovo sistema di relazioni industriali edificato dall’autunno caldo.
Fu poi sul finire del decennio che lo Statuto entrò in crisi, in un processo di
accerchiamento politico ed ideologico a cui si affiancò una non perfetta aderenza

alla realtà socio-economica in continua evoluzione. Una non perfetta aderenza che iniziò a svelare le prime rughe e che inaugurò i primi dibattiti per il suo superamento/abolizione degli anni successivi.
Nel periodo subito dopo lo Statuto molti comitati di base e consigli di fabbrica fecero un largo uso della legge anche senza l’appoggio del sindacato, facendo leva sia sulla parte di essa che attribuiva diritti in capo al singolo lavoratore, sia cercando di attribuirsi quei diritti preposti a sostegno delle organizzazioni sindacali ufficiali, grazie all’apporto politico e giuridico di comitati di avvocati e giuristi e anche di giudici aperti ad un “uso alternativo del diritto”.Questa linea di tendenza si connetteva ad ambienti politico-sindacali e giuridici che sin dai primi mesi di vita dello Statuto ne criticarono le lacune e risvolti politici “da sinistra”. La peculiarità di tale visione stette nel fatto che, nonostante questi ritennero lo Statuto una “brutta” legge (perché la sua applicazione avrebbe comportato un arretramento dei diritti dei lavoratori, violando di fatto alcuni diritti costituzionali e comportato un raffreddamento del conflitto) essi fecero un largo degli strumenti forniti dallo Statuto. Ad essere messi sotto accusa furono praticamente tutti gli articoli dalla legge, specialmente quelli previsti nel Titolo III, perché colpevoli di espropriare i diritti di libertà conquistati con le lotte per attribuirli alle organizzazioni sindacati o riconsegnarle in mano ai datori di lavoro. L’esperienza di maggior rilievo dell’uso “rivoluzionario” dello Statuto fu quello del Comitato di difesa e lotta contro la repressione: un gruppo di avvocati e giuristi milanesi protagonisti del sessantotto studentesco. Il Comitato riteneva:
“l’utilizzazione delle strutture legali e giudiziarie un momento necessario di lotta politica non riformista, in quanto consente di sfruttare una delle istituzioni più contraddittorie del sistema democratico-borghese […]”
In questa prospettiva il processo e la vertenza in genere, possedeva uno “stile” d’intervento alternativo, in quanto momento parallelo di una più larga lotta politica. L’uso dello Statuto fu quindi sempre collegato ad una lotta corrispondente che si andava attuando nella fabbrica, in un senso di sostegno esterno alla lotta. L’uso rivoluzionario dello Statuto ebbe molto successo soprattutto nelle aree di forte mobilitazione di base, cioè nel triangolo industriale, mentre non ebbe fortuna nelle zone di basso conflitto e dove era presente un sindacato vecchio e istituzionalizzato. L’azione di questi gruppi fu varia e soprattutto alternativa.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email