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Seconda Guerra di Indipendenza (29 aprile - 12 luglio 1859)

Cavour, dato il carattere difensivo dei patti di Plombières, cercava in ogni modo di provocare
l'Austria alla guerra: chiamò a sé Garibaldi e gli affidò organizzazione di un corpo di volontari, i Cacciatori delle Alpi, che dovevano marciare a confine con l'Austria.
L'Austria, di fronte a queste provocazioni, inviò un ultimatum al Piemonte per l'immediato disarmo dei volontari: e poiché il parlamento piemontese oppose un rifiuto, dichiarò la guerra (23 aprile 1859).

Prima fase (29 aprile - 7 giugno 1859)

II 29 aprile l'esercito austriaco, agli ordini del generale Giulay, passò il Ticino, puntando su Tormo; ma trovò un ostacolo inatteso sulle rive della Sesia, tra Pavia e Vercelli, dove i Piemontesi avevano allagato le risaie.

Questo ostacolo fu fatale al Giulay, perché frattanto i Francesi, giunti parte per terra (Moncenisio) e parte per mare (attraverso l'Appenino Ligure, poterono congiungersi coi Piemontesi, mentre Napoleone IIIassumeva il comando supremo.
L'esercito franco-piemontese operò allora un piano strategico geniale: finse di ammassarsi sulla destra del Po, come per tentare di passare il fiume a Piacenza, ripetendo il piano di Napoleone I nel 1796; mentre in realtà il grosso dell'esercito doveva passare il Ticino più a nord, puntando con la maggiore celerità possibile su Milano, allo scopo di tagliare agli Austriaci la via del Quadrilatero.
Infatti, mentre i Franco-Piemontesi fingevano di puntare su Piacenza, infliggendo al nemico la sconfitta di Montebello (20 maggio), il grosso dell'esercito francese, approfittando della ferrovia Alessandria-Novara, raggiungeva rapidamente il Ticino e lo passava al ponte di Boffalora.
Intanto Vittorio Emanuele, per mascherare il movimento, si scontrava con gli Austriaci a Palestra (31 maggio), e, con l'aiuto di un reggimento di zuavi francesi, lo respingeva tanto valorosamente da meritarsi da parte di costoro il titolo di caporale d'onore.
II Giulay, accortosi dell'equivoco, accorse allora per arrestare l'avanzata nemica su Milano; ma fu sbaragliato a Magenta (4 giugno) dal generale francese Mac Mabon, a cui Napoleone diede poi il titolo di « Duca di Magenta ».
Tre giorni dopo Napoleone III e Vittorio Emanuele II facevano il loro ingresso trionfale a Milano, mentre gli Austriaci si ritiravano nel Quadrilatero, sgombrando tutta la Lombardia.
Frattanto Garibaldi, coi suoi Cacciatori delle Alpi, aveva varcato il Ticino a Sesto Calende, aveva sconfitto gli Austriaci a Varese e a S. Fermo, era entrato a Como; per Lecco, Bergamo, Brescia, era passato in VaItellina, con lo scopo di penetrare nel Trentino e tagliare la ritirata agli Austriaci da quella parte.

Seconda fase (7 giugno - 12 luglio 1859)

La seconda fase della guerra si svolse sulle rive del Mincio.
L'esercito austriaco, che ora si trovava sotto il comando dello stesso imperatore Francesco Giuseppe ( il Giulay era stato deposto per incapacità), avendo ricevuto rinforzi, volle ritentare l'offensiva, e, ripassato il Mincio, occupò le alture a sud del Garda.
Napoleone III volle allora sloggiare gli Austriaci da quelle alture e rigettarli al di là del Mincio; ma il 24 giugno i Francesi a Solferino e i Piemontesi a S. Martino si trovarono di fronte a una resistenza accanita, e solo dopo ripetuti assalti riuscirono ad aver ragione dell'avversario.

Dei 300.000 uomini, che presero parte alla duplice battaglia, gli Austriaci ne persero ben 22.000, gli alleati 17.000: cifre impressionanti per quei tempi.
Tutto procedeva favorevolmente, quando all'improvviso Napoleone concluse con Francesco Giuseppe l'armistizio di Villafranca (11 luglio 1859), per il quale la Lombardia era ceduta alla Francia, che a sua volta ne faceva dono al Piemonte; mentre la Toscana, Parma, Modena e le Romagna avrebbero dovuto tornare ai loro principi legittimi, ma senza intervento straniero (intendi, dell'Austria).
L'armistizio di Villafranca fu considerato dagli Italiani un vero tradimento; ma dal punto di vista francese esso costituiva una inevitabile necessità, perché la Prussia, temendo la rinascita di una egemonia napoleonica in Europa, andava mobilitando ai confini della Francia.
Ad ogni modo, mentre Vittorio Emanuele II subì con molta amarezza il fatto compiuto e Cavour indignato rassegnò le proprie dimissioni.
Napoleone cercò di lenire la cosa rinunciando a Nizza e alla Savoia.

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