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Sanfedismo



Il sanfedismo è stato un movimento politico antirivoluzionario che si è sviluppato in Italia nel 1799, come reazione al dominio rivoluzionario francese. I protagonisti furono i ceti popolari sia delle campagne che delle città che avevano patito requisizioni e violenze oltre all’aumento del costo della vita e delle carestie che avevano fatto seguito all’occupazione straniera.
In pratica, la rivolta antifrancese e anti giacobina acquistò il carattere di difesa dei valori sociali e religiosi in nome della “santa fede”, da cui è derivano il termine “sanfedismo”.
La prima rivolta si ebbe in Piemonte nel 1799 quando reparti francesi in ritirata furono attaccati da un gruppo di insorti, chiamato”massa cristiana”, comandata da un capopopolo. Il fatto non ebbe seguito perché il gruppo di insorti fu individuato dagli Asburgo e disarmato.
Un’altra rivolta ebbe luogo in Toscana: qui una banda di contadini delle campagne di Arezzo fecero strage in città,, uccisero sia giacobini che ebrei fino ad occupare Siena e Firenze. Rivolte sanfediste si ebbero anche in Umbria e soprattutto nelle Marche.
Tuttavia la rivolta antifrancese più significativa si manifestò soprattutto nell’Italia meridionale; inizialmente essa ebbe un carattere anarchico, ma in seguito, con l’intervento del cardinale Bagnara di Ruffo, le diverse bande riuscirono a essere unificate e con il nome di Armata cristiana e reale abbatterono la Repubblica partenopea. Decine di migliaia di volontari accorsero da ogni parte del Regno. Il nucleo armato era composto da contadini, borghesi, ufficiali, e perfino da preti, pronti ad abbandonare famiglia, lavoro, case, chiese, per difendere la monarchia e la santa cattolica dalle truppe francesi rivoluzionarie. All'esercito si unirono anche banditi e recidivi nella speranza di vedere perdonati i propri reati. Questi ultimi si distinsero spesso per gli episodi di crudeltà gratuita.
Alla fine, la Repubblica partenopea fu abbattuta e i Borboni ritornarono sul trono. La resa fu firmata dal cardinale, dal comandante delle milizie russe e dal capitano della flotta inglese. Fra l’altro, il cardinale Ruffo era il sostenitore di una proposta di pacificazione generale, cercando così di attenuare le sofferenze nei confronti dei giacobini napoletani, concedendo loro di andarsene, imbarcandosi con le guarnigioni francesi che avrebbero lasciato il paese. Tuttavia gli accordi furono violati da Nelson che, ritenendo la proposta del cardinale “infame”, dopo essere giunto a Napoli il giorno successivo agli accordi, acquisito il parere favorevole del re e della regina, impose che l’espatrio fosse concesso solo ai Francesi e che i patrioti sanfedisti fossero giustiziati. Fu così che furono massacrati più di 100 patrioti repubblicani.
Il fenomeno del sanfedismo pose il problema dei limiti del giacobismo napoletano che non aveva adottato misure sociali a favore del ceto contadino e per questo andò incontro al fallimento.
Il sanfedismo ricomparve nello Stato Pontificio, durante la Restaurazione, sotto forma di una società segreta, chiamata “dei sanfedisti” per opporsi alle varie sette liberali e soprattutto alla Carboneria.
Negli anni 1830-1831, i sanfedisti costituirono una milizia irregolare che il governo papale cercò di utilizzare nella repressione dei patrioti come “volontari pontifici”.
Il movimento sanfedista si inserisce nel quadro dei movimenti europei controrivoluzionari della fine del XVIII secolo, come quello sorto durante le guerre di Vandea, nell'omonima regione francese, i cui abitanti furono decimati e massacrati dalle forze rivoluzionarie