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Il fronte interventista

Inizialmente l’interventismo fu promosso solo da alcuni intellettuali liberal-democratici, che volevano approfittare della debolezza dell’Austria per conquistare le terre irredente (Trento e Trieste) e completare l’unità nazionale. L’intervento era visto come una “quarta guerra d’indipendenza”.
Si voleva un’annessione all’Italia delle regioni rimaste sotto amministrazione austriaca dopo la terza guerra d’indipendenza (1866) e perciò “irredente”.
Rapidamente l’interventismo subì delle trasformazioni che ne modificarono le ragioni e prospettive:
- Nel mondo industriale si pensava che fosse necessario entrare in guerra a fianco dell’intesa, per ridurre il capitale tedesco e dare un nuovo slancio al sistema economico;
- I nazionalisti volevano l’Italia a fianco di Francia e Gran Bretagna, per guadagnarsi un posto tra le potenze;

- Frange del movimento socialista pensavano che la guerra sarebbe stata il prodromo della rivoluzione.
Uno di quest’ultimi erano Mussolini, che venne espulso dal partito e nell’autunno del 1914 dovette lasciare la redazione dell’ “Avanti!”.
“Il Popolo d’Italia”, divenne il portavoce dell’interventismo rivoluzionario.

La maggioranza neutralista

Nella scelta neutralista c’era un’ampia maggioranza che comprendeva cattolici e socialisti, ostili a una guerra che consideravano estranea e dannosa per i lavoratori.
La maggioranza liberale, guidata da Giolitti, pensava che l’Italia avrebbe ottenuto sufficienti vantaggi territoriali con negoziati diplomatici.
Inoltre, una parte del mondo industriale, sosteneva la neutralità perché avrebbe consentito di trarre vantaggi rifornendo entrambi i blocchi in guerra.

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