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La politica economica


L’influenza della crisi economica del '29, parte dall’America (Wall Street) e dice che in Italia non si è sentita in maniera immediata perché era industrialmente indietro rispetto agli altri paesi e in più Mussolini stava cercando di portare tutte le industrie ad avere un rendimento in modo tale che l’Italia fosse autosufficiente, questo porta non a un’immediata crisi in Italia, ma adottò il sistema che adottarono anche gli altri paesi cioè diminuirono i salari e cercarono di rafforzarsi sempre di più al loro interno, infatti Mussolini divulga l’autarchia, il momento della massima produzione interna in modo tale da essere autosufficienti. In alcune aree l’economia italiana era talmente arretrata che cerano ancora fette considerevoli di autoconsumo cioè di produzione per consumare e quindi fuori dal mercato questo attutisce il colpo della crisi. L’Italia era talmente arretrata soprattutto nelle campagne meridionali che avevano ancora forme di autoconsumo per cui loro risentono in modo notevole della crisi del 29 che comunque arriva anche in Italia e la risposta dell’Italia è simile a quella degli altri paesi e cioè il protezionismo che il fascismo chiama autarchia. Per descrivere in breve la politica economica del fascismo si deve usare la parola autarchia, Mussolini si inventa questo slogan ovvero che l’Italia deve essere autarchica cioè produrre da sola tutto ciò di cui ha bisogno e non debba importare nulla dall’esterno. L’inizio dell’autarchia la sia ha con la crisi del 29, ma un antefatto si ha nella quota 90, rivalutazione della lira che ha come effetto il rendere difficile le esportazioni, se sono più difficili le esportazioni come poteva reagire l’industria italiana se non reclamando dal regime fascista un protezionismo? Già dalla quota 90 del 26 il fascismo inizia la politica del protezionismo che quando verrà accentuata con la crisi del 29 in Italia prenderà il nome di autarchia, l’accelerazione massima si ha negli anni 35-36 perché il fascismo inizia una politica estera aggressiva conquista l’Etiopia e in risposta la società delle nazioni stabilisce delle sanzioni economiche per l’Italia che sono sostanzialmente il divieto di commerciare. Si inizia una produzione autarchica dell’acciaio e non lo si esporta più dal esterno. L’acciaio italiano costa il doppio, quindi gli italiani pagano il doppio ed è un grande affare per l’industria italiana che protetta dalla concorrenza estera può alzare i prezzi. Dopo la crisi del 29 si inizia a sentire l’impulso di questa crisi, il commercio all’estero diminuì proprio per questo. Ci furono delle novità: istituto immobiliare italiano che aiuta le industrie ponendo servizio bancario e nel 33 nasce l’istituto per la ricostruzione industriale la quale finanziava le industrie che stavano fallendo e in più le industrie che stavano andando in rovina venivano acquisite e riportate a galla. I profitti erano privati e i deficit erano pubblici, fino a che le industrie vendevano e davano profitti rimanevano ai privati, quando poi cominciavano ad apparire i deficit ecco che venivano assorbite dallo stato. In più per difendere l’economia si crearono anche degli ammortizzatori sociali, ovvero opere di lavoro pubblico in modo tale di occupare i disoccupati dando dei salari. Per le campagne si cerca di attuare una sbracciantizzazione ovvero di trasformare gli agricoltori da braccianti a mezzadri (la terra non è sua, ma prede il 50% di quello che frutta) ovvero avevano un potere loro, un piccolo appezzamento di terra e accentuavano l’autoconsumo. Battaglia del grano, produrre abbastanza grano da non doverne importare dall’Italia ma i contadini ne uscivano sempre poveri e non ci fu un cambiamento.

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