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Nord e Sud Italia - Differenze socio-economiche scaricato 22 volte

Differenze socio-economiche tra Nord e Sud Italia al momento dell’Unità

L’annosa questione sulle differenze sociali ed economiche tra Nord e Sud Italia al momento dell’Unità sembra aver ritrovato nuova foga non solo in ambito accademico, ma sembra suscitare notevole interesse anche al di fuori da questo ambito. Negli ultimi anni una corrente pubblicistica dal discutibile contenuto qualitativo, sta revisionando il risorgimento in chiave marcatamente filoborbonica. Questi atteggiamenti non sono certo nuovi. Nicola Zitara, Carlo Alianello, Tommaso Pedio e altri hanno riletto le vicende risorgimentali in chiave autonomista e per l’appunto, filoborbonica. Questo tipo di pubblicistica nulla aveva a che vedere con il meridionalismo classico dei vari Villari, Fortunato, Nitti, Salvemini, De Viti De Marco, Gobetti, Croce, Sturzo, Dorso, Sereni, Gramsci e altri. Persone di estrazione ideologica diversa tra loro e spesso con intenti diversissimi tra loro, non elogiavano in alcun modo l’ex Regno meridionale, pur muovendo aspre critiche ad alcuni aspetti dello Stato italiano.

Comunque si può affermare che una sorta di “questione meridionale”, di fatto, nacque immediatamente dopo l’Unità, forse anche nel momento stesso del processo di unificazione. A Napoli, infatti, dopo che la rivoluzione del 1848 fu stroncata dai Borboni, molti esuli liberali napoletani emigrarono ed entrarono nei salotti torinesi e la loro descrizione del Mezzogiorno potrebbe aver influenzato la visione dei moderati piemontesi sul Regno meridionale e le sue genti . E Cavour di certo non aveva una grande considerazione della casa regnante di quella parte d’Italia. Comunque siamo ancora lontani dalla futura concezione dualistica che si creerà dopo il compimento del Risorgimento.
Durante il processo di unificazione nacque il cosiddetto brigantaggio. Probabilmente la prima e sicuramente la più violenta manifestazione del malcontento che serpeggiava al Sud. Una parte del brigantaggio era ingrossata dalle file dei combattenti dell’ex esercito borbonico, da contadini e dalla criminalità comune. Interessi contingenti, dunque, un lealismo verso la ex casa regnante, le condizioni di miseria che persistevano anche dopo la caduta dei Borboni, e per l’appunto la criminalità comune furono gli elementi costitutivi di questo fenomeno. I primi governi postunitari, data la situazione di emergenza causata dal brigantaggio, decisero di accentrare fortemente il potere statale, seguendo il modello francese. La classe politica italiana, quasi ossessionata dal mantenimento dell’unità a tutti i costi, rispose al brigantaggio con una dura repressione militare. Le bande criminali prediligevano attaccare e depredare i piccoli centri per poi rifugiarsi sulle montagne: una vera è propria strategia di guerriglia. Il contingente militare nel sud Italia arrivò fino a toccare le 120.000 unità. Il brigantaggio fu anche una guerra civile: meridionali contro meridionali, liberali e democratici contro reazionari, esercito sardo contro ex soldati borbonici e contadini: “Nell’alta Irpinia, nove possidenti liberali vennero trucidati a Carbonara, quattro a S. Angelo dei Lombardi. In Basilicata, le sommosse contadine culminarono nel Lagonegrese, zona di antiche lotte e contrasti sociali, con eccidi di possidenti liberali e saccheggi a Carbone, Castelsaraceno, Calvera, Episcopia e Latronico, ove le votazioni furono impedite e vennero proclamati governi borbonici […] Si scatenò la repressione, e centinaia di contadini vennero arrestati dalle guardie nazionali accorse dalle zone limitrofe e trascinati incatenati a Potenza, mentre i loro miseri averi venivano distrutti o venduti” . Queste sollevazioni, tra l’altro, venivano occultate dal governo dittatoriale garibaldino, per non turbare il processo di unificazione, come si diceva poc’anzi. La Guardia Nazionale, che fu l’immediata risposta a questo fenomeno, non ottenne in realtà risultati troppo positivi, nonostante i toni pomposi e alteri del suo programma:

“Tra i più grandi ed utili benefici elargitici dallo Statuto, noi dobbiamo annoverare certamente la istituzione della Guardia Nazionale. Chi volesse negare una tale verità si porrebbe in aperto contrasto colla storia contemporanea dei popoli di tutte le Nazioni rette sotto il sistema Costituzionale, e negherebbe l’evidenza dei fatti che accadono ogni giorno sotto i nostri occhi. Non è perciò a meravigliarsi, se essa fu sempre avversata dai partigiani del dispotismo, che amici unicamente della forza brutale, videro soltanto nel popolo armato, non già la guarantigia dell’ordine, ma un argine incrollabile alle loro sorde macchinazioni il vero e santo palladio della libertà. […] Il popolo, schiavo da lunghissimi anni, nel riprendere i suoi diritti, nell’infrangere le proprie catene, ha contratto dei sacri doveri colla patria comune. Custode della pubblica quiete a lui pure spetta il difendere quelle franchigie che lo tolsero all’abbiezione dell’assolutismo, il far germogliare quei principii vivificatori che solo ponno condurci a salute. Nobile e sacrosanta missione che impone ad ogni cittadino di portare la propria pietra all’edifizio costituzionale, che assicura lo Stato, ed infonde alle famiglie l’amore alla libertà ed il sentimento nazionale” .

In questo programma troviamo sicuramente temi tipicamente ottocenteschi: la nazione con una Costituzione comune e la lotta contro il potere teocratico-assolutistico. Perché si crearono queste proteste violente e diffuse? La risposta è ancora in parte irrisolta. Si sono date più spiegazioni, che comunque tralasciano ancora dei dubbi. Una la si potrebbe trovare proprio nelle parole del programma della Guardia Nazionale. Nel Piemonte sabaudo, dopo la restaurazione, continuò il processo costituzionale inaugurato con lo Statuto albertino. Il Regno di Sardegna era dunque una monarchia costituzionale che si avviava verso la modernità, col governo D’Azeglio prima, e con Cavour poi, in un contesto di liberalismo dinamico. Nel Regno delle Due Sicilie tutto questo non accadeva. L’esperimento costituzionale dopo i moti del 1848 durò pochissimo e la repressione borbonica, come abbiamo già accennato, fu spietata. Mostrando in seguito rarissimi segni di governo illuminato . La pressione fiscale, poi, era bassissima per timore di proteste da parte del popolo. Va da sé che se le entrate di uno Stato sono così basse ogni opera riformatrice sia impossibile. Uno dei motivi delle esplosioni di rabbia popolare dopo l’Unità fu proprio la pressione fiscale. Prima sconosciuta.

È inoltre assodato il fatto che a spingere molti contadini contro l’esercito sardo prima e dal maggio 1861 contro il regio esercito, furono i possidenti, che, per mantenere lo status quo e spesso per motivi personali, inducevano i contadini ad aggregarsi alle bande di briganti già esistenti. Per far sì che ciò accadesse i proprietari terrieri promettevano ai “cafoni” ricompense in denaro e un futuro prossimo prospero e felice con un eventuale ritorno dei borboni. Molte testimonianze dei gregari dei briganti esprimono la consapevolezza di essere stati spinti a queste azioni con inganni e false promesse. Nella sua manifestazione di massa, comunque, a prescindere di una più o meno consapevole manipolazione, la protesta contadina fu una reazione alla miseria estrema delle condizioni di vita. Vi fu un brigantaggio “politico”, ma esso, grossomodo, poté dirsi finito con la morte Jose Borjes . Tra l’altro, i rapporti tra lui e uno dei massimi briganti dell’epoca, Carmine Crocco (figlio di grandi proprietari filo-borbonici), non furono mai idilliaci. Il brigante lucano non voleva la spartizione dei suoi territori di influenza con altri.
Più in generale, i contadini, talmente poveri da guerreggiare con uno spirito di sprezzo verso la morte, venivano guidati da legittimisti borbonici e dal clero, che avevano buon gioco nel manipolare lo scontento popolare. Comunque, clero e borbonici non riuscivano a controllare totalmente la protesta. Emblematica questa testimonianza del delegato del tribunale speciale di Benevento, Lombardi, del 1864 da Castel Baronia:

“Il giorno del plebiscito l’Arciprete Errico serrò la chiesa ed ordinò al popolo che si fosse allontanato perché giorno di scomunica e poco mancò che i cittadini non facessero un tumulto.
Conosco pure, come dalla voce pubblica, che detto arciprete durante il brigantaggio ha avuto relazione con le bande ove stava affollato il nipote Antonio Vitiello, e tutto il danaro rubato dal Vitiello si possiede ora dall’Arciprete, tanto, che per liberarlo dalla condanna si è postato due volte in Napoli” .

Il clero meridionale era decisamente anti-italiano, per ovvie ragioni, in primis quella legata alla paura di un’invasione garibaldina dei territori rimanenti dello Stato della Chiesa. E quasi sempre era legato a doppio filo ai briganti. Per “La civiltà cattolica”: “L’autorità (papale) non ha altro fine che il bene pubblico dei sudditi: e gli uomini si dicono sudditi di un principe, in quanto questi è obbligato a guidarli nelle vie del pubblico bene. Se quest’uomo pei popoli pontifici è il Papa; essi sono sudditi del Papa e di nessun altro” . Troviamo qui un tono di stampo decisamente paternalistico, una chiusura verso lo Stato moderno, e il fatto di non menzionare l’opposizione filo-italiana all’interno dello Stato stesso, che ovviamente era presente sia nei territori dello Stato Pontificio che nel Regno delle Due Sicilie, come testimonia questa dichiarazione:

“Allor quando Antonimina villaggio sito sui monti di Gerace, Provincia Calabria Ultra Prima, venne dietro il recente sbarco dei borbonici assalito dei briganti, il Codispoti uomo di altissimi sensi italiani, ivi Comandante la Guardia Nazionale, corse al Corpo di Guardia per riunire i Militi suoi dipendenti e far fronte alla feroce invasione. Ma sventuratamente i Militi attesi non vennero ed egli si trovò solo contro i cannibali. Difendendosi disperatamente uccise uno degli aggressori, e ne ferì un altro: dopo di che cadde a terra colpito da palle nemiche […]
Intanto una megera, obbrobrio eterno di quel paese, moglie di un tale Spilinga, andava indicando ai briganti le case dei liberali, che al numero di sette furono saccheggiate e poi bruciate. Fra queste fu prima quella del Codispoti .

L’articolo oltre a rendere bene l’idea della guerra civile in atto (una guerra comunque di dimensioni assai limitate), evidenzia il fatto che molti meridionali aderissero alla Guardia Nazionale, sintomo di un sentimento nazionale presente anche al Sud, anche se rimane difficile determinare in quale quantità e quanto effettivamente fosse sentito. Comunque, se l’Unità avvenne, molti cittadini probabilmente videro una prospettiva migliore di quella offerta dai vecchi Stati: prospettive che erano anche di tipo materiale e non solo idealistiche.
La risposta dello Stato italiano a questi gravissimi episodi di violenza fu decisamente inadeguata. Sostanzialmente si trattò di una risposta militare senza capire il profondo disagio delle classi più povere. In parlamento vi fu un serrato dibattito tra l’opposizione democratico-garibaldina e la maggioranza moderata. In una seduta parlamentare, Minghetti, rispondendo a Giuseppe Pica, disse che la “reazione” era ormai repressa . Molto probabilmente il governo cavouriano non aveva una precisa idea di quello che stava accadendo al Sud. Numerose erano state le denunce da parte di senatori meridionali: operai disoccupati, opifici chiusi, l’esasperazione per il livellamento delle tariffe doganali, nuovi e onerosi balzelli fiscali, il clero che mal sopportava i decreti Mancini, i militari che avevano fatto parte dell’esercito borbonico senza prospettive, unite ai secolari problemi di sopravvivenza dei contadini. Queste erano le denunce che venivano fatte al governo. Le opposizioni cercavano di convincere il governo che la reazione borbonica e il brigantaggio erano conseguenze dirette dal profondo disagio economico e la conseguente enorme disoccupazione, unite alla corruzione e all’inefficienza delle istituzioni. Il governo, però, minimizzava questi fatti e paventava un inspiegabile ottimismo di fondo. Da notare una sorta di incongruenza tra le inchieste parlamentari che venivano sovente minimizzate o ignorate, e le ingenti truppe militari che venivano spedite nel Mezzogiorno dal governo. Forse, la prova che il governo di destra non considerasse troppo grave la situazione nel sud della penisola, sta nel fatto che la legislazione speciale venne adottata solo il 15 agosto del 1863, con la legge Pica, che durò fino al 31 dicembre del 1865. Vennero istituiti, a seguito dell’attuazione di questa legge, tribunali militari e le giunte provinciali per l’invio a domicilio coatto. Con questa legge si punivano sia i briganti che i manutengoli. Con l’ondata di arresti e con il domicilio coatto, il governo Minghetti colpì in modo arbitrario tutta la criminalità senza distinzioni. Estremamente difficile distinguere il brigantaggio dalla criminalità comune, visto che molti briganti, finita la spinta legittimista borbonica, ma anche prima, si dedicava ad atti di pura criminalità, atti all’arricchimento personale, come conferma questa sentenza del 1864 del tribunale circondariale di S. Angelo Lombardo:

“Sequestro di persona e tentata estorsione commessa da tre individui facenti parte di associazione di malfattori in danno del D. Antonio Teologo Vitale di Bisaccia” .

Mentre come abbiamo visto prima un appartenente al clero, un arciprete, difendeva il nipote brigante, stavolta dei briganti avevano sequestrato un provicario di nome Antonio Vitale. Segno di un allentamento della spinta borbonico-clericale. Gli imputati furono condannati a venti anni di lavori forzati.
Non solo, la legge mirava a togliere terreno al brigantaggio, quindi cercando di colpire ogni possibile o presunto aiuto prestato ai briganti, come abbiamo visto poco fa col caso dell’arciprete e di suo nipote brigante. Va da sé che con questo metodo sommario vennero arrestate molte persone innocenti. La legge Pica, pur con i suoi limiti e difetti riuscì comunque nei suoi intenti.
Il grande brigantaggio poté dirsi terminato grossomodo nel 1865, ma questo non deve far pensare ad un suo totale debellamento. Recrudescenze di questo fenomeno si ebbero in Abruzzo nelle zone dell’aquilano e del chietino, in Terra di Lavoro, nel Salernitano, nel Lagonegrese e in Calabria. Nel 1866, con la guerra all’Austria vi fu l’arruolamento nell’esercito di molti meridionali, causa che scatenò la riacutizzazione brigantesca. Un altro fattore scatenante che si verificò di lì a breve, fu l’invasione garibaldina dello Stato pontificio. Anche nella primavera del 1868, con la carestia e più in generale un malcontento profonde delle classi lavoratrici italiane, i problemi di pubblica sicurezza esplosero per poi essere repressi con la costituzione di un comando generale delle truppe per il contenimento del brigantaggio. Nel gennaio del 1870 vennero finalmente soppresse le zone militari nelle province meridionali, decretando la fine ufficiale del brigantaggio. Al brigantaggio era venuto meno il suo carattere collettivo e l’appoggio di una parte delle popolazioni locali. Da questa data in poi questo fenomeno non si distinguerà più dalla criminalità comune. Dunque, durante il processo di unificazione, le masse del Nord e del Sud diedero risposte enormemente differenti tra loro. Proviamo a vedere un altro fattore di differenza, quello economico.
L’agricoltura era, al momento dell’unità, la risorsa maggiore di ricchezza e anche di scambio commerciale. Non è un caso che il brigantaggio possedeva una forte costituente contadina. L’agricoltura, fondamentale per gli stati italiani preunitari, mantenne la sua fondamentale importanza (insieme a tutto il commercio di materie prime), per tutto il primo ventennio postunitario (e anche oltre). Le due agricolture, quella settentrionale e quella meridionale, però, erano al momento dell’unità molto diverse. Le campagne meridionali erano ancora dominate dal latifondo a coltura estensiva, mentre quelle settentrionali, in particolare nelle pianure e colline piemontesi e lombarde, si era giunti ad una agricoltura di tipo intensivo dove veri e propri imprenditori fondiari investivano sulla terra per ottenere il massimo della rendita. Nella prima metà dell’Ottocento vi era stato per la verità un certo incremento dell’agricoltura meridionale, ma, come sostiene il Barbagallo: “Pressoché inalterato rimaneva il tradizionale sistema di produzione, restio all’introduzione di moderne forme di organizzazione capitalistica e all’investimento diretto di capitali nella terra per il conseguimento di un profitto” . Anche secondo Colli e Amatori le due aree erano fortemente diseguali sia per la produzione agricola che per reddito: “Alla vigilia dell’unificazione Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto con appena il 30% della popolazione totale producevano i ¾ del reddito nazionale. Quasi il 50% del patrimonio bovino era concentrato nelle quattro principali regioni settentrionali che superavano del 30% quelle meridionali per quanto riguarda la produzione lorda pro-capite nell’agricoltura” . Anche le derrate coltivate erano diverse: al nord prevalevano la coltivazione del gelso a cui era connessa l’allevamento del baco da seta. Vi erano poi colture specializzate come quelle della barbabietola, della vite e del riso, colture per lo più che ruotavano intorno a possedimenti di medie e piccole dimensioni e sulla colonia nella fascia collinare, su imprenditori affittuari e sul bracciantato nella pianura irrigua .
Al Sud, invece, l’agricoltura vedeva protagonisti la coltivazione di grano, olivi, agrumi, mandorli e noccioli. Tutto ciò veniva condotto in un sistema di tipo latifondistico, come già evidenziato. I possedenti meridionali avevano una scarsissima iniziativa imprenditoriale. Per tutto l’Ottocento, infatti, le relazioni tra contadini e possidenti borghesi furono sempre tesi e aspri. La legge eversiva del feudalesimo nel 1806, non mutò, di fatto, le forme di conduzione dei fondi. Come ci fa notare Guido Pescosolido: “Da tutta l’operazione di scioglimento delle promiscuità e di quotizzazione dei demani, tesa ad affermare universalmente il principio della proprietà individuale il più possibile libera e certa, ebbe origine un contenzioso mastodontico, fomite di un’esasperazione delle relazioni sociali nelle campagne che si protrasse ben oltre il decennio francese e che costituì lungo l’intero arco del secolo XIX una componente importante della storia delle relazioni sociali del Mezzogiorno, essendo restate quasi ovunque le masse contadine convinte di aver subito senza adeguato compenso una spoliazione di antichi diritti e beni comuni a favore di ristretti gruppi di vecchia e nuova borghesia terriera. Per di più – essendo generalmente i quotisti sprovvisti di capitali, preparazione tecnica e spesso anche di capacità di concepire il rapporto con la terra al di fuori della dimensione di pura sopravvivenza garantita dalle antiche consuetudini e diritti promiscui – non mancarono casi di comunità che preferirono rinunciare alla quotizzazione e mantenere i demani indivisi […].
Tutto ciò contribuisce a dare ragione dei limiti entro i quali restò confinato lo sviluppo delle potenzialità economiche del Regno meridionale, del non travolgente aumento della mobilità sociale, dei particolari connotati assunti dalla borghesi agraria meridionale, la quale finì per basare la sua egemonia più sul possesso della ricchezza immobiliare che sulla volontà e capacità di libera impresa, né seppe utilizzare il proprio accresciuto potere economico e sociale ai fini di affermazione politica, cosicché i ceti socialmente ed economicamente dominanti nell’antico regime, nonostante un considerevole mutamento della loro composizione interna, continuarono a dominare ancora largamente la vita pubblica del Regno” . Anche il Bevilacqua vede in questa mancata opportunità modernizzatrice una condizione che verrà a significare un limite decisivo per lo sviluppo del Sud: “I vari progetti di riforma delle istituzioni feudali, tentati inutilmente nella seconda metà del Settecento dai governi ispirati dagli intellettuali illuministi, ebbero dunque finalmente una concreta realizzazione. Ma ciò era avvenuto, non bisogna dimenticarlo, grazie a un intervento esterno, per la forza e la determinazione di una potenza straniera sorretta da un esercito invasore. Tale aspetto, che ci aiuterà a capire, nel prosieguo, i limiti delle innovazioni introdotte nel Regno dei Napoleonidi, serve tuttavia anche a familiarizzarci con un dato decisivo e assolutamente imprescindibile per comprendere la storia di lungo periodo del Mezzogiorno e in parte di quella contemporanea: la posizione politicamente periferica e subalterna del Regno meridionale, rispetto alle grandi potenze dell’Europa, in tutta la fase preunitaria” .
Va detto che comunque un miglioramento vi fu, in termini di aumento della borghesia agraria e di terre libere sul mercato, ma la conduzione di tipo latifondistico si protrasse a lungo, anche per parte del Novecento. Del resto le politiche francesi sanzionarono ufficialmente un processo che già si stava compiendo e che aveva portato nel Mezzogiorno continentale a notevoli modifiche nella struttura della rendita feudale, provocando in essa una forte diminuzione percentuale della parte proveniente dai diritti giurisdizionali di fronte a quella prodotta dai terraggi o dalle aziende agricole gestite direttamente . Dunque il barone, che ricavava la maggior parte degli introiti dalla rendita delle terre era già diventato, de facto, un proprietario borghese. Un borghese tutt’altro che presente, che non aveva interesse in alcun tipo di innovazione e che non aveva nessuna intenzione di portare un cambiamento per la società. Insomma, una borghesia con i piedi ben piantati nella mentalità feudale, sfruttatrice e retrograda.
Con l’Unità d’Italia l’acquistare i terreni per il dissodamento e la loro successiva coltivazione divenne comunque più facile, come si evince da questa licenza emessa nel 1862 al comune di Tito in Basilicata:

“Essendo state regolarmente adempite le formalità prescritte dalle Leggi e disposizioni vigenti in materia forestale, non esclusa la pubblicazione dell’accennata dimanda, senza che la stessa abbia dato luogo ad alcuna opposizione; ed avendo anzi tanto gli Agenti dell’Amministrazione dei Boschi, quanto la Giunta Municipale del luogo e le Autorità Amministrative del Circondario e della Provincia, espresso in proposito favorevole avviso […]
Il referente pertanto prega la M. V. perché voglia degnarsi autorizzare il rilascio della implorata relativa licenza” .

Dunque tutto questo avveniva in piena sintonia con l’eredità liberista e agricolturista cavouriana. Ciò non deve far pensare che l’azione dello Stato unitario fu improntata all’immobilismo economico di tipo agricolo, ma fu improntata ad un deciso riscatto politico, militare ed appunto economico.
Inoltre le esportazioni del Mezzogiorno prima dell’Unità, erano per lo più allo stato grezzo. Questo non avveniva al Nord dove l’esportazione della seta generava molteplici impulsi per l’economia. Nel produrre seta, infatti, si mettevano in moto ritmi e tecniche che potrebbero essere definite protoindustriali. I “filandieri” conoscevano per la prima volta la gestione del ciclo produttivo e delle grandi quantità di scorte, i finanziamenti, i crediti d’esercizio. Questo al Sud avveniva davvero poco. Un punto di contatto tra le due economie era la forte presenza imprenditoriale straniera. Mentre però nel settentrione oltre i capitali stranieri investiti c’erano anche quelli autoctoni, come abbiamo già detto al Sud questo avveniva raramente, le iniziative imprenditoriali, quando non erano opera di capitali stranieri, erano praticamente tutte affidate allo stato. Non solo, il commercio con l’estero del Regno meridionale registrava, in termini monetari, la performance più bassa in confronto agli altri Stati preunitari: 5 ducati per abitante rispetto ai 40 del Piemonte, ai 9 dello Stato pontificio .
Giova ricordare che seppur queste differenze sembrano marcate, l’Italia nella sua interezza era un Paese arretrato, distante dalle più industrializzate nazioni europee. Dunque le differenze in agricoltura e nell’industria sono fortemente relative. I raffronti tra le due parti del Paese, sono raffronti tra due aree arretrate che ancora non avevano conosciuto una rivoluzione industriale compiuta. Modernizzazione era sinonimo di industrializzazione nella seconda parte dell’Ottocento, e l’Italia era un late comer dai risultati non particolarmente brillanti, da Nord a Sud. Prima dell’unità vi era la convinzione che l’economia dei vari Stati della penisola avrebbe conservato un carattere prettamente agricolo-commerciale, poiché un’industrializzazione moderna e permeante nella società era giudicata impossibile, almeno a breve termine. Negli Stati preunitari si attuava sostanzialmente un protezionismo di natura mercantilistica. Esso puntava, ovviamente, a ridurre le importazioni dall’estero e dunque a limitare il disavanzo commerciale e la fuoriuscita di valuta. Ma, come si diceva poc’anzi, nessuna promozione di un vero sviluppo industriale veniva portata avanti insieme a questa misura protezionistica.
Le precondizioni per uno sviluppo industriale (oggi come allora) erano quelle di creare delle condizioni favorevoli a questo tipo di sviluppo, ad esempio creando una serie di infrastrutture (come vie di comunicazione efficienti), per lo sviluppo di un mercato interno. Tutto questo al momento dell’unità, almeno nello Stato della Chiesa e nel Regno delle Due Sicilie, non esisteva. Come fa notare Zaninelli: “Da un buon sistema di strade dipendeva il miglioramento della produzione agricola e non agricola e la stessa dimensione del mercato interno. Purtroppo il governo borbonico non mantenne in questo campo la stessa iniziativa del precedente governo francese”
Qual era la situazione dei trasporti di terra al momento dell’unità? Il Regno di Sardegna possedeva più Km di ferrovia sia in assoluto che in percentuale: 850 Km per 4,2 milioni di abitanti; il Lombardo-Veneto 522 Km per 5,6 milioni di abitanti; Lo Stato Pontificio 101 Km per 3,2 milioni di abitanti; il Regno delle Due Sicilie 99 Km di ferrovie per 9,2 milioni di abitanti . Anche il dato sulle strade era favorevole al Nord: solo il Nord-Ovest raggiungeva 37.400 Km, nel Regno delle Due Sicilie si scendeva a 13.787 Km . Anche se va sottolineato il primato della Campania (escluso il Piemonte) per chilometri di ferrovie ogni 100.000 abitanti, è chiaro che tutto il Sud si poneva in condizione di forte inferiorità da questo punto di vista.
Non solo, in questi due Stati non vi fu nessuno sforzo per modernizzare gli assetti fiscali, il sistema finanziario e l’ordinamento giudiziario dello Stato . All’unità d’Italia, come fa notare il Felice, il Centro-Nord vantava una struttura creditizia largamente diversificata, già dagli inizi dell’Ottocento operavano le casse di risparmio, che finanziavano le piccole attività, mentre nel decennio cavouriano avevano iniziato a diffondersi anche vere e proprie banche private, in forma di società per azioni . Esisteva poi, sempre al Centro-Nord, una tradizione di banchi di durata secolare, come il Monte dei Paschi di Siena, vi erano numerosi banchieri privati, e soprattutto diversi banchi di emissione: la Banca Nazionale degli Stati Sardi, fondata nel 1849, dalla quale in sostanza nascerà la Banca d’Italia . Nel Regno delle Due Sicilie esistevano invece solo due banche, entrambe pubbliche (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), che emettevano solo moneta metallica e fedi di credito . Le casse di risparmio restarono sconosciute in un contesto in cui la presenza dello Stato giocò un ruolo molto più importante che altrove . Ovviamente il fatto che circolasse solo moneta metallica e non cartacea non era sicuramente un segno di prosperità economica. Dunque anche questa era un’altra precondizione sfavorevole al Mezzogiorno.
Un altro indice di arretratezza era rappresentato dall’istruzione. In Piemonte, Liguria e Lombardia la quota degli analfabeti della popolazione di 6 anni e oltre superava il 53%, in Emilia-Romagna toccava il 78% e nel Mezzogiorno era del 87% circa . Nel futuro triangolo industriale la quota di analfabeti si attestava ai livelli più bassi di tutta la penisola.
La modernizzazione, che passava attraverso l’industrializzazione, alla luce di questi dati, doveva ancora essere una sfida raccolta. D’altronde si può anche legittimamente supporre che molti tra politici e studiosi italiani non avessero compreso la reale portata dell’imminente rivoluzione industriale. Ma forse la ragione precipua è che i prezzi delle derrate agricole e delle materie prime aumentarono fino agli anni ’80 dell’Ottocento. I governi più dinamici della penisola, come quello liberale di Cavour, compresero che con la rivoluzione industriale e commerciale ci si dovesse confrontare. Occorreva in sostanza adattarsi ai nuovi paradigmi economici. I governi conservatori come quelli del Regno delle Due Sicilie e dello Stato Pontificio, invece, dopo una prima fase di interessamento al fenomeno, ritennero che una rivoluzione industriale di tipo inglese non fosse possibile, date le condizioni strutturali dell’apparato produttivo e la penuria di fonti energetiche, ma si convinsero anche che essa non fosse neanche auspicabile, per le possibili ripercussioni di ordine materiale e morale causati alla vita delle classi lavoratrici e per i pericoli di sovversione morale, sociale e politica di cui avrebbe potuto essere portatrice . Inoltre, al contrario del progetto liberista del Regno Sabaudo, si ritenne di portare avanti una politica economica di natura prettamente autarchica. Va detto che comunque le differenze industriali tra le due aree del Paese erano piuttosto risibili. Vi era una superiorità del Nord per quanto riguarda i valori assoluti nella produzione industriale: Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria avevano nel 1857 circa 250.000 fusi di cotone contro 70.000 del Regno delle Due Sicilie; i telai di lana nel 1866 sarebbero stati 4.450 contro 1.640; gli occupati nell’industria metal meccanica, nel 1861, 7.231 contro 2.500; il valore della produzione di carta, nel 1858, 10,9 milioni di lire (senza il Veneto) contro 3; la produzione di cuoio, nel 1866, 8.209 tonnellate contro 4.083; la produzione di ferro 18.000 tonnellate circa contro 1.500 .
Nonostante questa superiorità, non troppo elevata, le due aree erano comunque enormemente indietro rispetto agli altri Paesi europei che già avevano conosciuto una certa industrializzazione. Ad esempio al confronto dei 30 milioni di fusi inglesi i 250.000 fusi equivalevano allo 0,83% di quelli inglesi, e quelli del meridione allo 0,23%. Si deduce chiaramente che le due aree erano straordinariamente distanti dal Paese in cui era nata la rivoluzione industriale e che questo tipo di rivoluzione dovesse ancora prendere piede.
Per quanto riguarda il reddito, infine, stabilire quale fosse l’entità del gap nel 1861 (che sicuramente esisteva) è cosa tutt’altro che agevole. Molto probabilmente il divario, anche in questo caso, non era troppo elevato. Le fonti che abbiamo per ricavare la domanda finale non sono complete, dunque bisogna usare spesso dei metodi indiretti (produzione e prezzi, attrezzature e infrastrutture, salari e popolazione, urbanizzazione). Richard Eckaus quantificò il dislivello della produzione agricola pro capite e del reddito pro capite a vantaggio del Nord rispettivamente del 20% e del 15-25% .
L’Eckaus però nelle sue statistiche trascura alcune coltivazioni come quella olivicola e anche il patrimonio bufalino. Tra l’altro il Sud era in vantaggio per quanto riguarda la produzione cerealicola (in particolare del frumento: 18.851 ettolitri del Sud contro 11.008 del Nord). Appare quindi piuttosto probabile che il divario fosse minore.
Sulla scorta dei dati dell’Eckaus Luciano Cafagna ebbe a dire: “Vi sono molte ragioni per considerare indicativo anche soltanto questo limitato gruppo di dati: indicativo di una situazione di sperequazione profonda, che può essere ritradotta in un discorso non quantitativo, quando si abbia chiaro quale era il significato rispettivo del patrimonio bovino dell’agricoltura del tempo, della produzione serica nella generale formazione di un surplus della economia di allora, della industria laniera nel quadro industriale abbastanza limitato dell’epoca” .
Altre statistiche sul Pil sono state effettuate oltre a quella dell’Eckaus, come quelle di Vera Zamagni, Giorgio Fuà, Ornello Vitali, Stefano Fenoaltea, Giovanni Federico, Carlo Ciccarelli, Emanuele Felice, Vittorio Daniele e Paolo Malanima, solo per citare i più noti. Il lavoro di Fuà e Vitali risultava essere poco trasparente per ciò che riguarda fonti e metodologie, quello della Zamagni era probabilmente sopravvalutato in favore del Nord, in quello di Fenoaltea (dal 1871 al 1911), i divari regionali risultano essere molto più contenuti dello studio della Zamagni. Questa distorsione, come fa notare il Felice, è dovuta presumibilmente al fatto che non viene introdotta alcuna correzione per tenere conto delle possibili differenze di produttività fra le regioni; La produttività di un operaio del Nord non era la stessa di un operaio del Sud, e anche perché i censimenti della popolazione consideravano i sottoccupati (che erano più presenti nel Mezzogiorno), come lavoratori a tempo pieno; in ultima analisi, la serie di Fenoaltea non è a prezzi correnti ma costanti . Gli studi del Felice, usando la metodologia ideata da Frank Geary e Tom Stark (alta scomposizione settoriale e attendibilità del dato nazionale), forniscono un gap maggiore rispetto a quelli di Fenoaltea. Gli studi di Daniele e Malanima, invece, forniscono un dato davvero inaspettato se si guardano le condizioni già viste delle due aree in questione (produzione industriale, sistema di produzione, esportazioni, mercato interno, infrastrutture): il Nord e il Sud al momento dell’unità sarebbero stati grossomodo sullo stesso piano per quanto riguarda il Pil. I due studiosi utilizzano i tre macrosettori dell’industria di Fenoaltea, di Federico per l’agricoltura e di Felice per i servizi. Dagli anni “pilone” i totali regionali vengono retropolati fino al 1861, usando il ciclo nazionale dei tre macrosettori per l’appunto. Con questa procedura, però, non si tiene conto di quello che accade in una singola regione. Altri punti critici dello studio in questione riguardano il passaggio di alcuni territori dal Lazio alla Campania (facendo innalzare il Pil di quest’ultima), e l’uso del pilone dell’industria di Fenoaltea che, come abbiamo visto, sottovalutava il divario Nord-Sud. Occorre ripetere che l’Italia al momento dell’unità, era un Paese agricolo e complessivamente povero.
Il Pil in realtà conta relativamente. Ciò che emerge da tutti gli studi sulle differenze tra le due macroaree del Paese è il fatto che in base al livello di sviluppo civile, il Settentrione aveva maggiori possibilità di modernizzarsi. Tra Nord e Sud, al momento dell’Unità, vi era un distacco di tipo “civile”, più che economico. Un dualismo, dunque, vi era anche al momento dell’Unità, anche se non era così profondo come lo divenne in seguito. Le spiegazioni di questo ritardo di modernizzazione sono state le più svariate: geografiche, sociali, politiche, addirittura antropologiche. La spiegazione antropologica come insita nel DNA dei meridionali, alla luce delle scoperte della biologia molecolare non può essere presa in considerazione minimamente, anche se non era così nell’Ottocento quando le tesi di Niceforo, Lombroso e altri erano prese in alta considerazione dalla scienza in quel dato periodo. Invece la geografia probabilmente ha avuto un suo ruolo, in negativo. Lontano dai mercati internazionali dell’Ottocento e complici le scarse vie di comunicazione interne il Meridione non poté sviluppare un florido mercato interno né poté attuare scambi commerciali rilevanti con l’estero. Per ciò che riguarda il fattore politico e sociale, come si è visto, il Regno delle Due Sicilie era retto da un sistema assolutistico, e un governo improntato a uno spiccato conservatorismo, mentre nel Regno di Sardegna l’esperimento costituzionale si protrasse in avanti. Differente fu la reazione allo Stato moderno delle due aree. Questo ci appare come punto fondamentale per capire la differenza socio-economica nel 1861.
Alcuni studiosi hanno definito successivamente la modernizzazione (concetto nato negli Stati Uniti per lo più in ambito economico e sociologico), del Mezzogiorno come “modernizzazione passiva”. Termine coniato dal già menzionato Luciano Cafagna. Sostanzialmente, questa locuzione (a cui si oppone quella di “modernizzazione attiva”), sta ad indicare una modernizzazione che non ha accettato (oppure accettato solo in parte) la natura competitiva della sfida modernizzatrice. La risposta, per essere efficace, non deve essere di adattamento all’ambiente naturale, ma un adattamento a dislivelli di forza che si manifestano nell’interazione fra collettività geopolitiche o geosociali distinte . Questo “valore” modernizzatore potrebbe presentarsi come una minaccia per le collettività meno attrezzate, che offrirebbero una resistenza passiva inadeguata e verrebbero assoggettate. L’assoggettamento può voler significare dipendenza. Ovviamente l’assoggettamento cambierebbe di società in società, a seconda del tipo di risposta. Da questo punto di vista la modernizzazione del Sud Italia è sicuramente passiva, con una risposta alla sfida inadeguata. L’input all’industrializzazione è venuto dall’esterno, non dall’interno. Le élite locali non hanno saputo coordinarsi è dare una spinta all’economia autoctona. Il più lampante esempio viene dato dalla Cassa per il Mezzogiorno. Lo Stato centrale finanziava opere pubbliche per l’interesse economico e sociale del Mezzogiorno. Con scarsa partecipazione attiva della società meridionale. La Cassa durò quasi un terzo della vita dello Stato unitario, ora non esiste più nulla del genere. La modernizzazione del Sud Italia rimane incompiuta.

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