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IL NEOGUELFISMO E IL FEDERALISMO

Una delle posizioni che si stava affermando in Italia per quel che riguarda l’unità nazionale era nata in risposta a uno dei problemi che l’unificazione avrebbe sollevato: non era necessario che la maggior parte dei sovrani italiani rinunciassero al loro potere ma sarebbe stato più semplice creare uno stato federale, come negli Stati Uniti, creando una forma intermedia tra il potere centrale e la suddivisione territoriale, non andando a cancellare gli Stati. Anche tale proposta venne interpretata in diversi modi: infatti in primo luogo vi fu Gioberti, il massimo esponente del neoguelfismo, il cui nome già ci suggerisce la caratteristica peculiare della sua proposta: i guelfi erano stati i sostenitori del papa durante la guerra contro l’impero, e allo stesso modo Gioberti riteneva che la Nazione che sarebbe e avrebbe dovuto unificare tutta la penisola sarebbe dovuto essere lo stato della Chiesa, poiché il papa non rappresentava solo un autorità politica ma religiosa, ed in tal modo il papa avrebbe avuto anche l’appoggio delle altre nazioni e forse l’Austria cattolica sarebbe stata più disponibile ad accettare di cedere il Lombardo–Veneto, anche se in realtà era solo un’ipotesi; l’altra tesi, propugnata da Balbo, voleva che fosse lo Stato più avanzato dal punto di vista politico ed economico (e non lo Stato della Chiesa che era arretrato) a unificare la penisola, mentre Cattaneo e Ferrari pensavano che allora ci si dovesse occupare solo dell’unità e poi a chi avrebbe governato.

Anche la soluzione federale presentava i suoi lati negativi perché così gli stati italiani avrebbero perso parte del loro potere e sarebbero intervenuti come nazione solo nella formazione di un esercito e in politica estera: tale difficoltà era sottolineata anche da un evento quasi contemporaneo vale a dire il fallimento di una lega doganale tra i diversi stati italiani.

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