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Legittimismo

Il termine “legittimismo” si cominciò a usare all’epoca del Congresso di Vienna: quando i rappresentanti della Francia sconfitta – nell’intento di difendere l’integrità territoriale del loro paese - si richiamarono al “principio di legittimità”, che fu accettato dalle potenze vincitrici come base per l’assetto europeo.
La legittimità a cui si riferiva era quella dinastica, fondata sul diritto divino dei sovrani: una legittimità contrapposta, nel pensiero dei teorici della restaurazione, a quella rivoluzionaria, che invece vedeva nella volontà popolare, l’unica genuina fonte del potere.
Da allora furono definiti “legittimisti” tutti coloro che difendevano i diritti delle antiche dinastie, quando fossero stati violati da eventi rivoluzionari o da vere o presunte usurpazioni e, più in generale, coloro che si battevano per il ritorno ai principi, alle tradizioni e alle gerarchie sociali dell’antico regime, all’assolutismo monarchico, allo stretto legame fra potere civile e potere religioso.

Nella seconda metà dell’800, col progressivo affermarsi di sistemi politici costituzionali e rappresentativi, le correnti legittimiste vennero rapidamente perdendo consistenza e peso politico.
Esse rimasero tuttavia attive, soprattutto in quei pesi, come la Francia e la Spagna, dove le vecchie famiglie regnanti erano state rovesciate o sostituite.
In Francia, in particolare, il legittimismo sopravvisse fino al nostro secolo, andando a confluire nella più vasta corrente di quel nazionalismo reazionario e clericale che avrebbe creato non pochi problemi alla vita democratica e alle istituzioni repubblicane.

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