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La guerra vista dagli scrittori

In Italia si creò una forte opinione pubblica interventista, che forniva ideali, speranze e motivazioni nei 10 mesi di neutralità italiani. Gabriele D’Annunzio fu il principale interprete dell’interventismo. Oltre a D’Annunzio, vi erano numerosi altri intellettuali favorevoli all’intervento militare, convinti di vivere quasi un Nuovo Risorgimento. Essi vedevano la guerra come un bisogno etico e nazionalistico per quanto riguarda l’espansionismo italiano (come dicono Marinetti e Corradini). Per Salvemini invece, esponente dell’interventismo democratico, la guerra assumeva anche un carattere educativo, uno stop all’egoismo individuale per pensare al bene della nazione. Per quanto riguarda le rivendicazioni irredentiste, Slataper e Stuparich vedevano la Grande Guerra come una quarta guerra d’indipendenza, utile per procedere all’ultimo atto dell’unificazione nazionale, con l’annessione di Trento e Trieste. Esaminando il testo di Giuseppe Prezzolini, direttore interventista, si nota che egli vede la neutralità positiva, ma solo come fatto di transizione. Infatti, secondo lui non si può essere imparziali nel momento in cui si stanno facendo gli interessi della nazione, ovvero quello dell’ultimo atto di unificazione. Inoltre dice che la guerra non deve essere fatta in aiuto degli alleati, ma soprattutto per i fini autonomi d’Italia.

La guerra è inutile per le nazioni, ma fondamentale per l’autore. Sarebbe l’unico fatto in grado di riempire il vuoto che è in lui, liberandolo così dall’ossessione del fallimento esistenziale. Con la guerra Serra spera di trovare il contatto con gli altri e il legame di fratellanza con coloro che si trovano nella sua stessa situazione, cioè soffrono.
Dallo scritto di Emilio Gadda si capisce che gli intellettuali volontari mostrarono una profonda delusione dopo l’inizio della guerra in quanto gli italiani venivano trattati malissimo, vestiti con abiti che si scucivano e nessun generale o nessun ministro si preoccupava di verificare le condizioni di questi soldati. Gadda, Lusso e molti altri testimoni affermano che questa è una guerra di rabbia e di denuncia, vista l’altezzosa gerarchia militare, la sua disorganizzazione e appunto il menefreghismo nei confronti dei soldati.
Il mito della vittoria mutilata è stato creato da D’Annunzio, nell’imminenza della conferenza di pace di Parigi. Egli rivendica il fatto che gli italiani, a differenza degli alleati, hanno combattuto da soli contro l’impero austro -ungarico, poco aiutati dagli alleati appunto. Ne deriva il fatto che l’Italia uscì dalla guerra con un altissimo numero di morti e invalidi.

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