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Il fascismo italiano e la storiografia


Un bilancio critico esaustivo sul fascismo in generale, ed in particolare sul fascismo italiano, non è possibile in questa sede poiché la letteratura in materia è tanto vasta quanto diseguale, ma la volontà di giungere ad un’effettiva comprensione del fascismo sia come movimento politico, storico e geografico, sia come fenomeno interessante più epoche e territori, è ormai generalizzata. Alcuni intellettuali già durante il periodo fascista e poi nell’immediato dopoguerra, avevano tentato di spiegare il fascismo individuandone il carattere come fenomeno, cioè la dimensione di modello istituzionale e politico affermatosi all’interno di realtà nazionali diverse.
La cultura liberale – attraverso gli studi di Benedetto Croce, Friedrich Meinecke, Gerhard Ritter, Golo Mann, Hans Kohn, ed altri, - aveva portato avanti un discorso interpretativo secondo il quale il fascismo sarebbe stato assimilabile a una “malattia morale” dell’Europa, ad una depressione civile, ad uno smarrimento delle coscienze che aveva finito per interessare tutti i ceti sociali, sotto l’impatto di filosofie relativistiche, volontaristiche, attivistiche che si erano innestate su un tessuto politico-sociale caratterizzato dalla crescente presenza di masse nella vita politica e dalla rottura di tradizionali vincoli sociali.
La cultura socialista-radicale – da Piero Gobetti a Gaetano Salvemini, da Edmond Vermeil a Peter Viereck a Denis Mack Smith- avevano presentato il fascismo come l’inevitabile e logica conclusione dello sviluppo storico di alcuni Paesi, come l’esito di un processo che avrebbe esaltato i difetti stratificati da tempi remoti sul tessuto sociale ed iscritti ormai nel loro patrimonio genetico.
La cultura marxista da Antonio Gramsci a Palmiro Togliatti, da Lev Trotzki a Richard Lowenthal, avevano parlato del fascismo come un prodotto del capitalismo, come l’estremo tentativo di quest’ultimo di opporsi alla rivoluzione proletaria destinata a trionfare, ossia come una “controrivoluzione preventiva”.
La cultura cattolica – da Jacques Maritain ad Augusto Del Noce – aveva sottolineato l’aspetto “epocale” del fascismo collegandolo al processo d’espansione dell’ateismo, frutto del sistema ideologico del regime comunista. Del Noce, per quanto riguarda la storia contemporanea, infatti parla di una “storia filosofica” cioè condizionata dal marxismo che portava a concludere il fascismo come “alternativa al leninismo”, per cui esso non era né rapportabile al concetto di “controrivoluzione” né al concetto di “totalitarismo”
Weber sostenne che i movimenti fascisti non erano, soltanto o prevalentemente, movimenti controrivoluzionari; essi avrebbero proposto un modello alternativo alle istituzioni esistenti democratico-parlamentari, un modello di rivoluzione contrapposto, tale da far considerare fascismo e comunismo come “fratelli nemici”, stando alla somiglianza dei metodi usati e di comportamenti seguiti
Furet (storico francese proveniente dalla scuola delle Annales), riprendendo anch’egli il tema dell’estraneità del fascismo sia al concetto di controrivoluzione, sia al conservatorismo, ribadiva che questo movimento si autorappresentava come una rivoluzione fondata sulla critica della modernità borghese, ossia esso avrebbe garantito alla destra il successo contro il bolscevismo insieme all’idea di una rivoluzione fatta in nome della nazione.
“Epocale” e “transpolitica” la concezione del Nolte che parla del fascismo come un fenomeno che può attecchire solo sul terreno del sistema liberale come sfida o risposta al bolscevismo. Definendo il fascismo come “antimarxismo” che si propone la distruzione dell’avversario usando mezzi identici, e caratterizzandosi come “autoaffermazione nazionalistica” Nolte, introduce nel dibattito della storiografia internazionale il concetto di “guerra civile europea” come tratto qualificante della storia del vecchio continente a partire dal primo conflitto mondiale.
Il contributo della storiografia americano all’interno del dibattito sul fascismo, va ricercato nell’interpretazione esente dall’approccio filosofico, infatti essi presentano il fascismo come una forma politico-istituzionale, attraverso la quale sarebbe possibile attuare la modernizzazione e la transizione da una società agraria tradizionale a una moderna società industriale. Studiosi (come Walt Withman, Abramo Fimo, Kenneth Organski, Barrington Moore jr., James Anthony Gregor, Juan Josè Linz) utilizzando un metodo storico-comparativo sono pervenuti a formulare generalizzazioni empiriche fondate sull’uso di schemi e di categorie concettuali mutuati dalle scienze sociali. Essi elaborano tipologie che mettono in evidenza quei tratti caratteristici - Per esempio, la presenza di un’industrializzazione ritardata e promossa dall’alto, l’instaurazione o lo sviluppo di regimi autoritari e repressivi che conservano strutture sociali tradizionali, la presenza di tentativi volti ad ostacolare o reprimere processi di mobilitazione sociale innescati dall’industrializzazione, che consentono di qualificare come fascisti tutti quei regimi che ad essi si conformano. Gli studiosi americani e/o anglosassoni, oltre a vedere nel fascismo uno stadio dello sviluppo economico, lo cercano di spiegare in termini di totalitarismo, soprattutto durante il periodo di guerra fredda, ed è legato a nomi come Hannah Arendt, Jacob Talmon, Friedrich Neumann, Carl Joachim Friedrich e Zbigniew Brzezinski. Individuano nello Stato totalitario, un modello nel quale rientrano regimi diversi da quello fascista a quello comunista sulla base di analogie relative alla tecnica di gestione del potere politico. I temi più comuni sono: la natura del consenso, l’utilizzo scientifico degli strumenti di propaganda,l’uso del terrore di massa, la funzione del capo, il ruolo dell’ideologia, ecc.
George Lachmann Mosse, privilegiando un approccio culturale incentrato sulla dialettica fra mito e realtà, sostenne che il fascismo doveva essere visto prima di tutto come un “atteggiamento verso la vita” fondato su una mistica nazionale, inoltre si configurava come una terza via fra capitalismo e marxismo, il fascismo, insomma, era la “rivoluzione di destra” e come tale andava oltre il conservatorismo. Il fascismo si sarebbe presentato sempre come un movimento di massa, osteggiato dai conservatori, basandosi sulle idee di comunità e di cameratismo. Per il Mosse si deve parlare appunto di Fascismi e non più di fascismo, ciò è dovuto dalle diverse tradizioni nazionali.
Verso una vera e propria teoria generale si orienta lo studio di Stanley George Payne, questi presenta il fascismo come la forma più rivoluzionaria di nazionalismo europeo per la rinascita nazionale, basato sulla cultura dell’idealismo filosofico, della volontà di potenza, del vitalismo e del misticismo, del misticismo e sulla concezione moralistica della violenza terapeutica dell’imperialismo.
In Italia il De Felice e il Bracher in Germania hanno cercato di contestare la validità della formulazione di una teoria generale del fascismo al di là delle singole esperienze per esasperare il peso delle specificità nazionali, entrambi sottolineano le specificità nazionali, le caratteristiche nazionalistiche del regime fascista in Italia e del regime nazista in Germania Nel De Felice sembra diventi ossessiva la preoccupazione di allontanare dal fascismo italiano il peso delle responsabilità dei gravi crimini di cui si è macchiato il nazismo. Egli è spinto dalla volontà di attenuare ad ogni costo gli aspetti oppressivi del regime fascista , fino a fare del giustificazionismo. L’accentuazione della centralità del razzismo ed in particolare dell’antisemitismo del nazionalsocialismo in Germania serve al De Felice per marcare ulteriormente la distanza del fascismo italiano dal nazismo. (Enzo Collotti: Fascismo e fascismi, Sansoni editore; Nova Historica , rivista internazionale di storia, n° 26 anno 2008, ed. Pagine)
CONCLUSIONE
La crisi della I guerra mondiale, i nazionalismi esasperati, i trattati di pace insoddisfacenti, la perdita di sicurezza per alcuni ceti sociali ossia piccole e media borghesia, la nascita dalla guerra di alcuni ceti nuovi, come la terziarizzazione e la burocratizzazione, la paura del socialismo e del bolscevismo, la grande depressione, sono cause di malcontento contro lo stato liberistico, democratico Giolittiano In Italia, la Repubblica di Weimar in Germania e nella prima repubblica in Austria, che non hanno saputo trovare risposte, alle esigenze dei cittadini , spiega come in questi paesi il fascismo, il nazismo poi e l’austro-fascismo, assumano a mobilitazione di massa che portano facilmente alla nascita e consenso sia nelle campagne che nelle città, puntando alla costruzione di un ordine sociale nuovo Restano comunque delle notevoli differenze tra i due regimi sia la base sociale che espresse il consenso sociale per la conquista del potere, sia per le ideologie d’ispirazione, sia rispetto alla figura carismatica del capo, e del ruolo del partito rispetto allo Stato, sia infine nel grado di realizzazione del totalitarismo che in Germania fu pieno, mentre in Italia risultò limitato dalla persistenza di caratteri peculiari dello Stato di diritto.
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