Ascesa di Stalin

Lenin cercò di fare uscire l’URSS dall’isolamento politico in cui si trovava e avviò buoni rapporti di politica internazionale. Tuttavia la sua morte improvvisa (1924) determinò la nascita di una crisi nella dirigenza del partito. Si crearono infatti una discussione interna allo schieramento bolscevico che si concretizzò su due linee opposte: quella della “rivoluzione permanente” di Trotskij, e quella della “socialismo in un solo paese” di Bucharin. Ad avere la meglio nella guida del partito fu Stalin, ex collaboratore e funzionario di Lenin, che decise di intraprendere una terza strada. Egli volle, infatti, proseguire il progetto di espansione della rivoluzione proletaria, ma nei soli paesi confinanti all’Unione Sovietica.

Stalin riteneva inoltre che fosse necessario muoversi verso un rapido processo di industrializzazione del Paese. Per riuscire in tale obiettivo interruppe la Nep e impose nuovamente la collettivizzazione forzata della terra, sterminando i kulaki (contadini più abbienti), per avere tali capitali necessari alla trasformazione industriale.

Per incentivare ulteriormente lo sviluppo del Paese, Stalin, in seguito, predispose i piani quinquennali, che avevano lo scopo di incrementare la produzione industriale.
L’URSS fece straordinari progressi economici, resi possibili soprattutto dallo sfruttamento della forza-lavoro. Inoltre proprio in questi anni si diffuse lo stakanovismo (Aleksej Stackhanov).

Grande attenzione fu posta poi da Stalin nella riorganizzazione dell’esercito e nella diffusione dell’educazione scolastica, al fine di creare generazioni di intellettuali in grado di dirigere lo Stato sovietico.

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