Il movimento studentesco inizia prima in Italia che in Francia: nell'autunno del 1967 ci sono le occupazioni dell'Università di Trento, della Cattolica di Milano e dell'Università di Torino. Obiettivo polemico di queste prime iniziative sono le condizioni di studio, l'autoritarismo dei docenti, i disegni di riforma che vorrebbero rendere l'università più selettiva, tutte questioni discusse nell'assemblea, un'informale riunione collettiva che nei mesi e negli anni seguenti diventa uno dei rituali tipici del movimento studentesco. Nel febbraio del 1968 l'occupazione dell'Università di Roma segna una svolta. La polizia sgombra con la forza l'università a marzo gli universitari reagiscono cercando di riprendere la Facoltà di Architettura: lo scontro con la polizia è frontale in quella che viene definita la battaglia di Valle Giulia. Fin allora il movimento è stato complessivamente pacifico. Da adesso tende a militarizzarsi nella retorica e nelle iniziative: molti studenti scendono in corteo pronti allo scontro con la polizia con caschi da motociclisti, spranghe, tascapane riempiti di pietre. Inoltre, diversamente da ciò che è avvenuto nel movimento giovanile statunitense, ma similmente a ciò che sta accadendo in Francia, i dirigenti del movimento studentesco italiano adottano un lessico rivoluzionario di impronta marxista che considera la violenza come un necessario strumento di lotta. Intanto cominciano a proporre obiettivi che vanno al di là del mondo dell'università e delle scuole superiori che pure sono state coinvolte nelle agitazioni. Tra l'autunno del 1968 e il 1969 nel movimento studentesco nasce una variegata costellazione di gruppi politici (Avanguardia Operaia, Servire il Popolo, Lotta Continua, Potere Operaio) gruppi che si strutturano sul modello del partito rivoluzionario leninista. Identificano inoltre nelle fabbriche il luogo dove l'azione di lotta può estendersi e diventare veramente rivoluzionaria. Nel corso del 1969 diversi aderenti a questi gruppi entrano in contatto con operai delle fabbriche di Milano o di Torino specie con i più giovani e meno strutturati e con loro danno vita ad azioni di protesta inedite con richieste che agli operai più anziani sono insolite (per esempio, ottenere salari maggiori per meno ore di lavoro, richiesta giustificata dalla pesantezza dei turni di lavoro e dal livello delle retribuzioni talora assai modesto). Nel condurre queste iniziative i militanti dei nuovi gruppi politici (che cominciano a essere definiti "sinistra extraparlamentare", poi privi di una non desiderata rappresentanza in Parlamento) polemizzano duramente con la Sinistra storica e soprattutto con il Pci, considerato un partito ormai del tutto privo di vera energia rivoluzionaria. Polemizzano anche con i sindacati dei lavoratori accusati di esagerata arrendevolezza nei confronti dei padroni. I sindacati principali sono tre la Cgil, vicina al Pci, la Cisl vicina alla Dc, e la Uil, vicina al Psi. I sindacati, però, non si fanno scavalcare; anzi sono molto abili nell'accogliere le nuove richieste radicali e i nuovi inediti metodi di lotta, sperimentati dai Comitati di operai e studenti per integrarli in una più ampia strategia. E così, nell'autunno del 1969 sono loro, i sindacati, a guidare un grande sciopero di metalmeccanici che coinvolge un 1.500.000 operai in quello che restano come "l'autunno caldo". Nel dicembre del 1969 i sindacati possono concludere l'azione di lotta sottoscrivendo con i rappresentanti degli imprenditori un contratto nazionale che effettivamente prevede un abbassamento dell'orario di lavoro insieme con aumenti salariali e con la possibilità di organizzare assemblee di fabbrica fino a un massimo di 10 ore l'anno. È un grandissimo successo che rilancia il prestigio dei sindacati. I gruppi della nuova sinistra ne sono spiazzati: se vogliono sopravvivere politicamente dovranno trovare altri strumenti di azione.

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