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Francisco Goya, Maja Desnuda

Goya ricevette dal ministro Manuel Godoy Alvarez l’incarico di dipingere la sua giovane amante Pepita Tudò. Intorno al 1800 l’artista la ritrasse nuda, sdraiata su morbidi cuscini di seta, sopra un’ottomana di velluto verde, in una posa sensuale, con le mani dietro alla testa e lo sguardo fisso, malizioso e pensoso. Goya ha disegnato il corpo femminile con verità, senza alcuna volontà di idealizzazione, e, contrariamente ai suoi più celebri precedenti (come Velazquez)non avvolse il nudo nell’aurea del mito. Questo comportava una notevole sfida alla censura che la pittura di nudo aveva subito fino a quel momento da parte dell'Inquisizione spagnola, e solo un uomo potente come Godoy riuscì a tenere l'opera nella sua casa senza subire pressioni, almeno finchè era protetto dal re. La Maja Desnuda piacque al tal punto al ministro che Godoy chiese al pittore di dipingerne una versione identica, dove però la donna apparisse vestita. Le due tele erano montate una sopra l’altra in una doppia cornice, in modo che la Maja Vestida coprisse la Maja desnuda. L’opera fu presto però giudicata oscena per il realismo dei dettagli anatomici e subì la confisca dopo l’esilio di Godoy. Nascosta per un secolo nei depositi dell’Accademia de San Fernardo, fu esposta in pubblico solo nel 1901, quando entrò nelle collezioni del Museo del Prado. Il fascino del dipinto, al di là della provocante bellezza della donna, è dato dalla luce vibrante che scivola sulla pelle. Goya riuscì a dosare velature liquide e pennellate più pastose, cosicchè tutta l’immagine appare estremamente viva.

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