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Botticelli, Sandro - Primavera scaricato 9 volte

Sandro Botticelli - La Primavera

La scena è una raffigurazione del regno di Venere. Nell’ambiente può essere riconosciuto il mitico giardino delle Esperidi, i cui pomi d’oro nel Rinascimento erano identificati con le arance. Partendo da destra, si riconosce Zefiro, vento che porta la primavera, dalle gote gonfie e dal colorito freddo, il quale insidia alle spalle la ninfa Clori, che, vestita solo di un velo, cerca di sfuggirgli. Segue Flora, la dea della primavera e della fecondità in cui venne trasformata Clori dopo aver sposato Zefiro,raffigurata con un abito ricamata di fiori mentre sparge i boccioli che tiene in grembo. Al centro, lievemente arretrata ma evidenziata da un’arcata naturale che si apre tra gli alberi, è Venere, intesa in senso neoplatonico come dea dell’amore spirituale che indirizza le azioni umane al bene. Alle sue spalle vi è un cespuglio di mirto, simbolo del matrimonio, mentre sopra plana il piccolo figlio Cupido, che scaglia le sue frecce in direzione di tre fanciulle dirette nella loro danza da Venere e identificabili con le tre Grazie. All’estrema sinistra è Mercurio messaggero degli dei riconoscibile dai calzari alati e dal petaso (il copricapo dei viaggiatori), che con il suo bastone, scaccia le nubi. Ci sono state varie interpretazioni sul significato allegorico del dipinto. La tesi più credibile sul senso dell’opera è che essa rappresenti il raggiungimento della ragione, virtù intellettuale per eccellenza, attraverso le varie fasi e i diversi aspetti dell’amore, da quello terreno-espresso nella sensualità di Zefiro e Clori e nella fecondità di Flora a quello di platonico, più sacro e sublime. Venere rappresenta l’humanitas,e in quanto tale svolge la funzione di mediatrice fra questi estremi, inoltre Venere è un emblema del matrimonio. Le Grazie, allegoria della concordia e delle fecondità intellettuali, rappresentano tre aspetti di Venere, intesa come Castità,Bellezza e Voluttà. Recentemente è stato anche proposto di leggere l’opera come un’allegoria dell’arte della retorica o come elogio della fioritura culturale e artistica della Firenze medicea.

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