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Courbet ha sempre negato il valore della scuola pittorica, perché insegna solo regole reprimendo la libertà individuale. Il pittore è autodidatta e orgoglioso di esserlo: impara copiando i capolavori dei grandi maestri del passato.
Tuttavia nel 1861 per combattere l'influenza dell'Accademia egli fonda un proprio atelier. I giovani che lo frequentano sono educati a seguire quattro"comandamenti":
1. Non fare quello che faccio io
2. Non fare quello che fanno gli altri;
3. Anche se tu facessi quello che fece Raffaello, non esisteresti: è un suicidio;
4. Fai quello che vedi, che senti, che vuoi

Il Funerale a Ornans, del 1849-50 è un quadro spettacolare e di dimensioni enormi (misura oltre tre metri per sei e mezzo). Le figure sono state definite rozze, grottesche, senza ''decoro'', ma soprattutto questo quadro è stato ritenuto offensivo perchè troppo vero.
Courbet mostra la realtà com'è, non la giudica, la lascia senza filtri, alla meditazione dello spettatore. Pur trattandosi di un funerale, come ricordano il titolo e i vari elementi rappresentati (la presenza di sacerdoti, di una fossa, di un teschio, del crocifisso) non sembra che le figure provino grande dolore o partecipazione per questa morte. E questo era un elemento che non poteva non suscitare scalpore nella buona società dell'epoca. Altro elemento strano è l'ambientazione, ad Ornans, paese natale dell'autore ma sconosciuto ai più ed il fatto che non si conosca l'identità del defunto, di cui si scorge appena la bara, coperta da un pesante drappo bianco. I personaggi rappresentati, come scrive lo stesso autore, erano effettivamente tutti abitanti di Ornans. Il sindaco, il notaio, il prete, il padre del pittore, il commissario. Tutte persone comuni dunque, perlopiù sconosciute e anonime. Come modelli l'artista si serve semplicemente delle persone che hanno partecipato alla cerimonia. In precedenza, per ritrarre i protagonisti di scene a carattere storico ci si serviva di veri modelli; in questo caso invece Courbet afferma che ha "ritratto le vere persone presenti alla sepoltura, tutte le persone del paese".I colori hanno un'importanza fondamentale: domina il nero e una gamma di colori spenti, sui quali spiccano a contrasto i bianchi, i rossi e i verdi molto vivi. il tema della denuncia sociale molto calcato da Courbet si manifesta grazie alla presenza dei due sacerdoti, uno dei quali vistosamente rosso, suggerendo incoerenza etica e il proprio vizio di bere. La presenza del cane in primo piano, infine, enfatizza il realismo dell'opera, perché era raro vedere degli animali contrapposti alla figura umana in primo piano, per alcuni questo particolare fu considerato blasfemo. Inoltre, alcuni hanno voluto vedere nell'uomo con le calze azzurre un repubblicano, anche se Courbet non aveva affatto intenti politici. L'opera nel 1855 venne rifiutata dall'Esposizione universale, così l'artista allestì per conto proprio un Padillion du realism, dove espose il suo lavoro.

Gli spaccapietre è un'opera dipinta da Courbet nel 1849. Un tempo conservata a Dresda, presso la Gemaldegallerie, è andata distrutta durante la seconda guerra mondiale. Si tratta di una delle tante versioni che hanno come soggetto questi operai. Courbet lavora con metodo, fa molti studi, molti bozzetti e diverse versioni di un soggetto, perchè vuole studiare a fondo la realtà.

L'occhio indagatore dell'artista lavora in maniera spietata per mettere a nudo ogni dettaglio, senza abbellimenti: le toppe sulle maniche della camicia, lo strappo del panciotto, le calze bucate, gli zoccoli vecchi, consumati. E poi gli strumenti del lavoro, la gerla, la pala i picconi, a destra la pentola con il pane. Tutto, nel quadro assume la stessa importanza visiva. L'ambiente è un paesaggio spoglio, essenziale e mette in rilievo i protagonisti che diventano monumentali.
Molto sigificative le dimensioni notevoli del dipinto per una scena che da gran parte della critica di allora viene considerata volgare, indegna di rappresentazione, poteva essere tollerata solo se piccola. Anche le dimensioni sono una provocazione di Courbet.
Questo, come altri dipinti di Courbet, è un'opera di denuncia, che mette a fuoco in maniera molto lucida temi come la povertà, la precarietà della vita, la durezza del mondo del lavoro. In questa tela oltre al soggetto, dal contenuto evidentemente polemico, anche la composizione risulta inaccettabile per i canoni estetici del tempo. Manca un equilibrio compositivo preciso. Un asse orizzontale non c’è, dato che manca la linea di orizzonte. L’asse verticale risulta troppo decentrato a destra: esso, infatti, passa chiaramente per il punto in cui l’uomo inginocchiato sta per colpire il masso con il suo arnese di lavoro. Non c’è neppure una simmetria tra le due figure. Esse, infatti, sono collocate ed orientate in maniera del tutto casuale, senza equilibrare con le loro masse la composizione del quadro.

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