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Carlo Carrà - La musa metafisica


Il quadro raccoglie in uno spazio ristretto uno strano assortimento di oggetti: la figura di una giocatrice di tennis, a metà fra il manichino e la statua di gesso, la cui testa è priva di organi; una casetta poco profonda che mostra una carta geografica in rilievo sulla quale spicca un bersaglio; un dipinto che rappresenta un paesaggio urbano, ma che, nel tracciato di assi parallele, riprende la pavimentazione della stanza, caratterizzata da una vertiginosa prospettiva rialzata; un grande prisma colorato, la cui punta non è visibile forse perché non esiste o forse perché, perforando il soffitto, si è sottratta alla vista. Proprio giocando sulle proporzioni degli oggetti, tutti smodatamente grandi per uno spazio così piccolo, tanto da suggerire allo spettatore la sensazione di guardare all'interno di una scatola, il pittore è riuscito a creare un accentuato senso di mistero e irrealtà. L'effetto di claustrofobia non si allenta neppure per la presenza delle due aperture sulle pareti, porte affacciate su un inquietante spazio uniformemente nero. Nella pittura di Carrà il dinamismo delle opere del periodo futurista ha lasciato il posto a una spazialità cubica e alla possanza volumetrica degli oggetti, delle "cose ordinarie", come lui stesso le definiva, organizzate in modo da creare un universo immobile, sospeso tra fantasia e irrealtà.

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