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Giotto: Gli affreschi della Basilica di Assisi


Ai versi 94-96 del canto XI del Purgatorio Dante scrive: Credette Cimabue ne la pintura/tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura. Questi versi dimostrano che Giotto, anche fra i contemperanei godette di una grande stime, tale da superare nella pittura il proprio maestro. Dopo aver terminato di affrescare il transetto e l’abside della Basilica superiore, iniziò a dipingere le pareti e le volte con Storie dell’Antico e del Nuovo Testamento, avvalendosi della collaborazione di un gruppo di artisti e del suo allievo Giotto, la cui mano per tutti i critici è riconoscibile nella scena che rappresenta Esaù respinto da Isacco. Ma la straordinaria tecnica e la personalità artistica di Giotto è presente nelle ventotto scene delle Storie di San Francesco, che egli immagina al di là di un grande portico, formato da un architrave sostenuto da colonne. Il protagonista degli affreschi è S. Francesco che non è più rappresentato secondo i canoni della pittura bizantina. Il Santo è calato nella sua dimensione storica e gli edifici che fanno da sfondo sono affrescati in modo realistici e perfettamente abitabili. Gli oggetti sono privi di ogni intento idealizzante: basti pensare che nella scena del Presepe di Greccio, la croce pendente ci viene mostrata al rovescio. I gesti dei personaggi sono naturali come del resto avviene con il paese circostante. Le figure dei santi scendono a vivere in uno spazio umano, partecipano alla vita dell’uomo comune e rivelano sentimento di gioia o di sofferenza, ben diversi da quelli della tradizione bizantina che li vuole sospesi su fondi dorati. Nella scena del Dono del mantello, il cielo non è più patinato d’ora ma di un limpido azzurro ed il paesaggio, pur ridotto all’essenzialità, è reale; si scorgono rocce, alberi, case. Il gesto del santo che fa dono del mantello al povero è molto naturale come lo è anche la presenza del cavallo che sta tranquillamente brucando. Nel Miracolo della fonte si narra l’episodio del miracolo compiuto dal santo facendo scaturire l’acqua affinché un assetato potesse bere. Il paesaggio è costituito da rocce scheggiate e i pochi alberi sono di dimensione ridotta e quasi rattrappiti non solo per la tecnica prospettica di lontananza, ma soprattutto per dimostrare l’ aridità del luogo che non permette una cresciuta rigogliosa e quindi rendendo ancora più miracoloso lo sgorgare di una fonte. Un altro aspetto innovativo di Giotto, visibile nella scena della Rinuncia ai bene è il recupero dell’anatomia umana, che la pittura bizantina aveva rifiutato. Del santo, che sta spogliandosi dei suoi averi, si vedono il costato e le scapole e a questo si aggiunge una forte espressività nei gesti e nel volto: il padre mostra ira ed sarebbe pronto a colpire il figlio se il suo braccio non fosse trattenuto da un amico. Il riquadro intitolato La predica agli uccelli, è forse l’affresco più noto del ciclo. Il tema affrontato è quello francescano dell’esaltazione di tutte le creature. Qui le piante sono molto rigogliose perché costituiscono il luogo dove vivono gli uccelli che sono protagonisti, insieme al santo del dialogo con la natura, una natura che è amica e non ostile come nel Miracolo della fonte.
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