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I capolavori della collezione degli avori


L’avorio è un materiale prezioso, ricavato prevalentemente dalle zanne degli elefanti, estremamente ricercato fin dalla preistoria per la realizzazione di armi, strumenti e oggetti di uso sacro e profano per la sua bellezza, legata al colore bianco naturale, e per la relativa facilità di lavorazione – date la limitata durezza e duttilità, unite alla resistenza che ne garantisce la conservazione nel tempo.
Uno degli usi ai quali è stato destinato in epoca tardo antica e altomedievale l’avorio, spesso difficile o impossibile da procurarsi in Occidente, è la creazione di tavolette scolpite a bassorilievo con soggetti figurativi e motivi decorativi. Dal IV secolo infatti il materiale gode di grande fortuna presso le più alte cariche civili e religiose dell’Impero, tanto da venire associato alla maestà imperiale e a quella divina, con conseguente richiesta di oggetti destinati alla devozione e alla liturgia da parte di committenti dell’antica aristocrazia senatoriale da poco convertiti al cristianesimo.
Rientra in questa tipologia la tavoletta eburnea rappresentante le Marie al Sepolcro, uno degli avori tardo antichi al più fine fattura giunti fino a noi, databile al V secolo e probabilmente da ricondurre ad un atelier romano. Quella in museo è una delle due valve che componevano un dittico, costituito da due lastre di avorio unite a libro mediante cerniere metalliche. I primi dittici, detti consolari o imperiali – se ne vedono alcuni esemplari in queste vetrine – sono di soggetto profano: all’interno, su uno strato di pece, le più alte gerarchie dell’Impero romano comunicavano con poche parole di ringraziamento ai propri sostenitori l’elezione a console o imperatore. Allo stesso modo, a partire dal IV secolo anche le maggiori gerarchie ecclesiastiche fanno realizzare dittici di soggetto religioso. L’ipotesi che questa fosse la valva di un dittico di cui è andata perduta l’altra parte è confermata dalla presenza di fori sulla destra del pezzo e di altrettante fessure probabilmente corrispondenti al sistema di cerniere. Inoltre sulla tavoletta compaiano solo due dei simboli dei quattro evangelisti che ci si aspetterebbe di ritrovare nella scena, corrispondenti a Luca e a Matteo. In basso si vede l’episodio evangelico vero e proprio, con l’adorazione della figura di Cristo, rappresentato assiso come nell’iconografia imperiale romana, da parte delle pie donne; nella parte superiore della lastra è rappresentato il Santo Sepolcro, dalla caratteristica pianta rotonda, e due soldati romani addormentati.
Le Marie al Sepolcro fu acquisita dalle raccolte civiche nel 1935 a seguito della vendita di parte della collezione del principe Gian Giacomo Trivulzio, insieme ad un’altra tavoletta eburnea di enorme pregio, detta di Otto Imperator. L’avorio rappresenta fedelmente, con i tipici caratteri somatici germanici, la famiglia dell’imperatore Ottone in atto di rendere omaggio (proskynesis) a Cristo in trono affiancato da Maria e da San Maurizio e da due angeli. Permane il dubbio se nella figura dell’imperatore vada riconosciuto Ottone I o il figlio Ottone II; questa sembra l’ipotesi più plausibile, anche percgè il bambino, rappresentato piccolo e incoronato, ben corrisponde a Ottone III, assunto dal padre al titolo di reggente quando aveva solo tre anni nel 983, anno anche della morte del padre. L’intaglio sembra essere stato prodotto in una bottega milanese.
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