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Arte a Roma


La relazione culturale con il mondo greco


Lo scarso interesse per il valore estetico dell’arte determinò, in età repubblicana, una sorta di avversione verso una pratica estranea al carattere guerriero e virile dei romani; scagliandosi contro la produzione greca, Catone il Censore giunse ad affermare: "Le statue portate da Siracusa sono funeste per la nostra città. Già seno lodare eccessivamente le opere di Corinto e di Atene e ridere delle immagine fittili degli dei romani".

Eppure, l'arte romana finì con l'avere molte affinità con quella greca, soprattutto a partire dal III-II secolo a.C..
Tale relazione ha portato la critica moderna, fino all'800, ad attribuire un peso talmente alto alla produzione ellenica da negare l'esistenza ad una vera e propria arte romana.

Nel 1700 il tedesco Winckelmann, il più autorevole teorico del neoclassicismo, prendeva in considerazione "l'arte greca del tempo dei romani", spingendo la critica successiva a considerare la produzione del tardo impero romano come un'espressione di decadenza, in quanto sempre più lontana dal linguaggio ellenistico greco.

Solo tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900 gli studiosi hanno riconosciuto un carattere di autenticità all'arte romana, attribuendone il merito di avere innestato sui valori ideali dell'arte greca le forme del realismo italico ed uno spiccato senso della narrazione.

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