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I Tribuni della plebe


I cittadini romani, come abbiamo visto, non avevano gli stessi diritti: i patrizi potevano accedere a tutte le magistrature, tenevano sotto il loro controllo lo stato e disponevano delle sorti del popolo; i plebei erano esclusi da ogni carica e dovevano ubbidire e lavorare. Le guerre e le vittorie erano vantaggiose soltanto per i nobili, che si impadronivano della miglior parte del territorio conquistato; al contrario, i plebei erano costretti, per servire nell’esercito, ad abbandonare il campicello, che talvolta era la loro unica risorsa, e, quando tornavano sulla propria terra, trovavano sterpaglia e miseria. Spinti dalla necessità, si indebitavano, perdevano spesso tutto ciò che possedevano e potevano anche , poiché la legge lo consentiva, cadere schiavi dei creditori. Un giorno i plebei, non potendo più tollerare siffatta situazione, si ritirarono sul Monte Sacro, decisi a non lavorare e a non combattere. Il Senato inviò sul monte un patrizio, Menenio Agrippa, che raccontò alla plebe questo apologo: “un tempo le membra del corpo umano non vollero più lavorare per lo stomaco, che rimaneva, a loro avviso, inerte e passivo; pertanto le mani non portarono più cibo alla bocca, e i denti non masticarono più ed ogni attività venne sospesa. Ma in breve tutto l’organismo si indebolì e sopravvenne la rovina generale. Così, perdurando in questo vostro atteggiamento, rovinerete non solo i patrizi, ma anche voi stessi, poiché, se i nobili hanno bisogno del vostro lavoro, a voi è pure necessario il loro sostegno: e quindi la loro rovina sarà la vostra rovina”. I plebei, persuasi dalle parole di Menenio Agrippa, tornarono alle loro case e ripresero la consueta attività.
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