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Roma, la famiglia romana

Uno sguardo d’insieme alla famiglia romana

I figli, sia maschi che femmine, dovevano sottostare al potere del padre (potestas), ma le donne, una volta sposate, diventavano sottomesse al marito e non più al padre.
Un’altra figura molto importante nella famiglia romana era quella della mater familias, ovvero la madre. Era considerata fondamentale per la costruzione di una nuova istituzione famigliare, poiché poteva dare alla luce i discendenti del marito. Essa, quando diventava madre, veniva chiamata domina.
La mater familias si occupava della casa e dirigeva la ancelle nel caso in cui la sua famiglia fosse abbastanza ricca da possederne, ma il suo compito fondamentale era quello di tessere la lana e di realizzare degli abiti per se stessa e per i membri della propria famiglia.

Le figure principali all’interno della famiglia

• Un termine derivato dalla famiglia romana e in uso ancora oggi è “patria potestà”. Esso indica l’effettivo potere assoluto posseduto dal pater familias sui membri della sua famiglia in senso lato. Persone e cose che si trovavano all’interno della sua casa gli appartenevano ed egli era libero di disporne come voleva. Gli unici membri della famiglia che si potevano sottrarre alla potestà del padre erano: il figlio se era stato venduto tre volte e la figlia se era stata venduta una volta o se era stata data in sposa. Altri elementi che potevano annullare la patria potestà erano la perdita del diritto di cittadinanza o la morte del padre.
• All’interno della società romana esistevano due categorie di donne: da una parte quelle di nascita libera, madri di famiglia o destinate a diventarlo; dall’altra tutte le altre. La nozione di comportamento dignitoso e rispettabile aveva un senso solo per quelle appartenenti alla prima categoria e solo ad esse si applicavano gli obblighi morali che gli uomini riconoscevano verso il genere femminile. Quanto alle seconde, esse erano al di fuori della morale e del diritto e non avevano conti da rendere alla società: non possedevano lo ius conubii (il diritto di sposarsi legalmente), il quale era una delle componenti della cittadinanza. La condizione femminile a Roma si poneva così in termini di relazioni sociali, prima che in termini di relazioni personali, almeno in origine. Infatti fino al 445 a.C. i matrimoni tra patrizi e plebei non erano permessi. Nonostante tale condizione di sottomissione, Roma ha sempre permesso alle donne l’accesso alla cultura, e sui banchi di

scuola ragazzi e ragazze si istruivano assieme: tra l’aristocrazia, le donne colte erano numerose e tra loro non mancavano poetesse e pedanti.
• Il figlio che nasceva nella famiglia romana o vi veniva adottato era sottoposto alla potestà del pater, spesso fino all’età matura. Se era femmina usciva dalla potestà del padre solo per passare a quella del marito; il maschio invece aveva una possibilità in più, che era l’emancipazione. Era la famiglia ad impartire l’educazione e l’istruzione ai figli e a trasmettere i primi rudimenti ai fanciulli, che concernevano sia il leggere e lo scrivere che la preparazione alla guerra e al lavoro. Un ruolo lo avevano anche i collegia iuvenum, che inquadravano gli adolescenti e fornivano loro un’istruzione premilitare. Fino a sette anni d’età il bambino era curato dalla madre, mentre da lì in poi passava sotto la guida del padre. Il contatto con la cultura greca fece sì che si diffondesse presto la pratica di chiamare pedagoghi, soprattutto dalla Magna Grecia, per curare in famiglia l’istruzione dei bambini e dei ragazzi.
Il fondamentale ruolo della mater familias
La donna ideale: moglie e madre casta, pia, laboriosa, frugale, obbediente, silenziosa
Per avere un’idea ben definita del ritratto della donna ideale in età romana, possiamo leggere il cosiddetto “elogio di Claudia”, epigrafe sepolcrale databile intorno alla fine del secondo secolo a.C. Questa iscrizione ben rappresenta il perfetto modello femminile romano, proprio della nobilitas. L’epigrafe dice:
Straniero, ho poco da dire: fermati e leggi.
Questo è il sepolcro non bello d’una donna che fu bella.
I genitori la chiamarono Claudia.
Amò il marito con tutto il cuore.
Mise al mondo due figli: uno lo lascia
nella terra, l’altro l’ha deposto sotto terra.
Amabile nel parlare, onesta nel portamento,
custodì la casa, filò la lana. Ho finito. Va’ pure.
Questo testo comunica al lettore un messaggio specifico sulla condizione femminile in età romana. Dopo un invito alla lettura a chiunque si trovi a passare davanti al monumento, l’epigrafe ricorda la defunta: una donna naturalmente bella che non ha bisogno di un sepolcro particolarmente sontuoso e dispendioso. Segue la descrizione della vita della defunta che si snoda nelle tappe fondamentali della nascita, rappresentata dall’imposizione del nomen gentilizio, vale a dire il nome di famiglia, paragonabile al nostro cognome, che, però, non ne caratterizzava un’identità personale, ma era comune a tutte le donne della stessa famiglia. A differenza dell’onomastica maschile, quella femminile, infatti, prevedeva solo un nome, quello della gens d’appartenenza unito al cosiddetto patronimico o nome del padre.
Ritornando all’elogio di Claudia, seguono le due tappe fondamentali della vita femminile, ossia il matrimonio e la maternità, con un accenno ad una vera e propria piaga sociale dell’antichità, l’alta mortalità infantile, che doveva essere vicina a circa il 200‰, vale a dire un quinto dei neonati. Inoltre, tra i 5 e il 10% delle partorienti moriva di parto o per le conseguenze di esso.
L’elogio si conclude analizzando l’ultima parte della vita di Claudia, cioè la morte, evidentemente rappresentata dal sepolcro che parla in prima persona e fornisce una brevissima descrizione della persona fisica.

Matrimoni tra consanguinei e legami familiari

Secondo alcuni storici, affinché la concordia regni fra gli uomini, la ratio della carità prescrive che i legami e gli appellativi di parentela si distribuiscano il più ampiamente possibile, ed evitino di accentrarsi in un solo individuo. Il matrimonio tra consanguinei, molto frequente in età romana, tende invece a concentrare legami e appellativi. Ad esempio padre e suocero sono termini diversi, che debbono toccare a persone diverse. Secondo i giuristi romani si distinguono diverse modalità secondo cui la parentela si stabilisce fra gli individui: agnatio, cognatio, adfinitas. La differenza sostanziale tra agnati e cognati, sta semplicemente alla base di una cultura patriarcale. Cognati infatti sono tutti coloro che hanno un legame familiare, sia dalla parte maschile, sia dalla parte femminile. Gli agnati sono invece una cerchia di cognati più stretta, formata esclusivamente dai discendenti per via maschile.
Contigua alla sfera dei cognati, comprendente anche quella degli agnati, sta la sfera che individua il gruppo degli adfines: i parenti per matrimonio. Sono adfines i parenti del marito e della moglie, detti in questo modo per il fatto che due cognationes diverse tra loro si uniscono tramite un matrimonio e l’una si trova a confinare con l’altra. Gli adfines più menzionati sono: socer (suocero), socrus (suocera), gener (genero), nurus (nuora), vitricus (patrigno), noverca(matrigna) e privignus/privigna (figliastro/figliastra).

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